Di teste che non le mangiano neanche i maiali

Paolo Nori è uno scrittore (lui sì, lo è) che io trovo sempre assai piacevole e spesso illuminante leggere, sia che legga i suoi libri, gli articoli che produce per la stampa o i post nel suo blog.
Tra i più recenti, dei suoi post, ce n’è uno che fa parte di una piccola serie dedicata ai social network e che trovo se possibile di lettura ancor più piacevole e illuminante, forse perché mi ci ritrovo in modo particolare. Vi riproduco qui l’incipit e l’explicit; il post completo lo trovate qui.

Io faccio una vita piuttosto ordinaria e devo dire che nella mia quotidianità, ormai, i social network hanno sostituito il bar. Negli anni 80 del 900 la maggior parte dei miei pomeriggi li passavo al bar, negli anni 10 di questo secolo nuovo la passo sui social network. Ho aperto un blog tanti anni fa, dieci, forse, e da allora metto su quel blog un paio di cose tutti i giorni, non solo cose che ho scritto io, anche cose scritte da altri, prevalentemente da russi, visto che la letteratura russa è quella che conosco meglio e l’unica che ho studiato con una certa costanza per un periodo di tempo non breve (fa un po’ impressione, dirlo, ma sono trent’anni, ormai). Gli unici giorni, in questi anni, in cui non ho aggiornato il mio blog, son state due settimane che ero in ospedale, cinque anni fa, per un trauma cranico, e i lettori del blog, mi hanno raccontato poi dopo, si erano accorti che era successo qualcosa perché non aggiornavo il blog.
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Intanto, finisco dicendo che la gente, sui social, a me un po’ fa paura, perché certa gente, quando scrive quello che pensa, ti accorgi che han delle teste che non le mangiano neanche i maiali, come dicono a Parma. Solo che, a pensarci, anche certa gente nei bar, a Parma, negli anni ’80, mi faceva un po’ paura perché mi sembrava che avessero delle teste che non le mangiavano neanche i maiali, quindi, dopotutto, niente di nuovo.

Ciò per dire che, a mio parere, dovreste leggere il più possibile Paolo Nori, se già non lo fate. Perché merita di essere letto, ben più – mi permetto di dire – di molti altri. A meno che non abbiate una testa che non la mangerebbero neanche i maiali, ovvio.

La vera rivoluzione

Si parla così spesso, un po’ ovunque oggi, di “cambiamento”, di “innovazione”, pure di “rivoluzione”. Ma non si potrà mai cambiare nulla finché il campo d’azione resterà sempre quello: varrà sempre il gattopardiano tutto cambi affinché nulla cambi, e quanto ritenuto “nuovo” non sarà altro che il vecchio visto da un’altra parte. Ovvero un mero plagio, come sostenne al riguardo Paul Gauguin.

Piuttosto, la vera rivoluzione non è quella che cambia le regole del gioco ma quella che cambia il gioco stesso. Altrimenti, qualsiasi preteso “cambiamento” non può che risultare una squallida e meschina pantomima.

(Immagina tratta dalla pagina facebook Humanity.)

La soluzione perfetta a tutte (o quasi) le questioni del mondo in cui viviamo?

Il buon senso.

Che non è il “senso comune”, ovvero “la somma di tutti i pregiudizi” (Viktor Šklovskij), ma è il buon senso, quello che ogni persona considerabilmente intelligente ed evoluta dovrebbe possedere e sviluppare, ma che troppo spesso “se ne sta nascosto” proprio “per paura del senso comune” (Alessandro Manzoni) – il quale “senso comune”, sul buon senso, è pure capace di costruirgli ulteriori pregiudizi, come l’attualità dimostra benissimo.

Come dite? È una soluzione assolutamente utopica?

Sì, forse avete ragione. Ormai se ne coglie così poco di buon senso, in giro…
D’altro canto, cosa sono certe “utopie” se non realtà rese impossibili da pregiudizi tanto ingiustificati quanto imposti e sostenuti dacché resi indiscutibili? La vox populi vox dei in fondo è una delle sentenze meno dotate di buon senso che ci siano – forse proprio per questo oggi è tanto in voga.