Sono cresciuto a Cortina d’Ampezzo, cuore delle Dolomiti. La mia infanzia, la mia adolescenza erano circondate da rocce, boschi, torrenti. Sono stato modellato dalle montagne. Il mio destino da fotografo non poteva prendere nessun altra strada.
Così scrive Alberto Bregani, mirabile fotografo di montagne (e loro cantore in diversi altri modi, sempre artistici anche quando non si direbbero espressamente tali) parlando di se stesso e del suo lavoro fotografico per accompagnare la meravigliosa immagine, qui sopra riprodotta, postata sulla sua pagina Facebook.
Ma in fondo Alberto, quando scrive di essere stato «modellato dalle montagne» non afferma quello che pensa chiunque salga sui monti per scelta consapevole? Costoro – tra i quali immodestamente mi ci metto pure io – salendo per comodi sentieri o per ardite pareti ma in ogni caso intessendo, in quei frangenti, una relazione profonda e consapevole con le montagne, non se le sentono dentro e parimenti non sentono di esserne parte?
Essere in montagna = essere montagna. Credo che questa semplice tanto quanto profonda “equivalenza” a suo modo matematica (dunque non una mera opinione), più di ogni altra cosa, più di ogni prestigiosa vetta, via, discesa, escursione o che altro, sia ciò che ci fa così spesso salire lassù. Per seguire una traccia che sappiamo di dover inevitabilmente percorrere e che, seguendola, capiamo di poter anche chiamare «destino».
Da grande appassionato di geografia sotto ogni punto di vista – disciplina fondamentale da conoscere e da apprezzare per il mio lavoro di studio sul paesaggio, inutile rimarcarlo – sono particolarmente affascinato da quei luoghi “minimi” che, nell’esiguo spazio che li caratterizza, rappresentano un cambio “massimo” di dimensione geografica, il punto di contatto tra due “versanti” non solo di un monte ma di un continente intero, ma per tali peculiarità restando pressoché ignoti ai più.
Uno di questi luoghi è il Passo del Bernina, in Svizzera, non lontano dal confine italiano e dalla Valtellina. Innanzi tutto quello che tutti credono il “passo”, ovvero il valico dal quale transita la strada percorsa dalle automobili – uno dei percorsi turistici più frequentati delle Alpi – non è il vero Passo del Bernina. Il valico stradale in realtà scende in una valle laterale, la Val Laguné, che solo più in basso si ricongiunge al solco principale della Val Poschiavo che caratterizza il versante meridionale del passo. Il vero Bernina Pass è invece la stretta striscia di pascolo erboso che divide i due laghi che caratterizzano la sella, il Lej Alv (Lago Bianco) e il Lej Neir (Lago Nero), idronimi in lingua romancia (nella variante ladin putér parlata in alta Engadina) che segnalano la differente tonalità delle acque, sulle cui rive transita la linea ferroviaria del celeberrimo “Trenino Rosso del Bernina” (ovvero la Ferrovia Retica, il suo vero nome), altra attrazione turistica di fama mondiale. Ciò anche se, in effetti, dal punto di vista geomorfologico si può considerare “Passo del Bernina” l’intera ampia sella compresa tra il gruppo montuoso omonimo e quello a nord est che ha la sua massima sommità nel Piz Languard – lo rimarco per i geografi più meticolosi.
Fatto sta che quei 100 metri scarsi (vedi qui sopra) di erba tra un lago e l’altro non separano solo il bacino dell’Engadina da quello della Valtellina (della quale la Val Poschiavo è una laterale), non dividono solo l’area elvetica-germanofona da quella italofona e culturalmente italiana, ma in verità fendono il continente europeo in due. Infatti, le acque che defluiscono dal Lej Alv / Lago Bianco scendono verso la Valtellina, dunque nell’Adda, quindi nel Po e poi nel Mar Mediterraneo, per il cui bacino il Mar Adriatico rappresenta un braccio secondario; le acque che defluiscono dal Lej Neir / Lago Nero, invece, scendono in Engadina e vanno nell’Inn, poi nel Danubio e dunque nel Mar Nero. Per allargare ancor più lo spettro geografico immaginifico, potrei anche dire che l’acqua del Lago Bianco finirà per bagnare l’Africa, quella del Lago Nero bagnerà l’Asia.
In buona sostanza, se passeggiate a piedi lungo l’esigua striscia di terra tra i due laghi, potete tranquillamente dire di essere in mezzo a un intero continente se non a un’ampia parte di mondo!
Un luogo “minimo” ma veramente speciale, insomma, ancorché ignorato in queste sue doti da chiunque o quasi transiti da quelle parti. D’altro canto posso comprendere il disinteresse al riguardo, vista la grande bellezza alpina offerta dal territorio d’intorno, delle imponenti vette e dai ghiacciai del gruppo del Bernina, dalla meravigliosa valle omonima che scende verso l’Engadina e porta a Sankt Moritz o di quella opposta e altrettanto bella che transitando da Poschiavo porta in Italia, dalle altre montagne sovrastanti… Un territorio alpino tra i più mirabili nel quale c’è di che lustrarsi gli occhi e infervorare l’animo, ma pure così geograficamente “potente” da… scindere in due l’Europa!
N.B.: e poco lontano c’è un altro minimo ma fondamentale “luogo-fulcro” del continente europeo, sul quale ho scritto qui.
Penso che una domanda del genere, quelli che come me frequentano con una certa assiduità le terre alte se la saranno fatta, almeno una volta. Ma anche più d’una, probabilmente.
Perché è bello, per la sensazione di libertà, per panorami vasti e orizzonti lunghi, per mero diletto, per fare sport, perché ci vanno gli amici, per immergersi nel sublime, per respirare aria buona… di possibili risposte a quella domanda potrebbero essercene tante quante vette hanno le montagne o quasi, suppongo. Anche perché ciascuno potrebbe formulare una propria risposta che, nella sua singolarità, sarebbe valida e buona come ogni altra.
Personalmente, considerando l’andare per i monti nella sua forma più classicamente compiuta, cioè il salire fin sulle loro vette, mi si genera in mente l’immagine che la montagna rappresenti una sorta di forma capovolta che rappresenta simbolicamente me che la salgo: il corpo montuoso come un cono con il suo apice – la vetta, appunto – che capovolto diventa un imbuto con un fondo appuntito che lo conclude. Più salgo lungo i pendii del cono della montagna, più scendo all’interno dell’imbuto che, per molti aspetti, potrei identificare con la mia vita (o il mio involucro vitale) nel presente. Raggiungendo la vetta della montagna, raggiungo anche la parte più profonda di me stesso, un punto di compiutezza che nell’istante assume un valore assoluto esattamente come la vetta della montagna ascesa rappresenta un punto altitudinale assoluto per quella porzione di territorio nel quale la montagna si trova. Giungendo fino in cima, realizzo compiutamente l’ascesa sentendomi parimenti realizzato: nel sentirmi bravo, capace, forte o audace per essere arrivato fin lassù, oppure nel percepire il godimento intenso dello stare in un luogo così bello e simbolicamente potente o del dominare dall’alto il resto del mondo d’intorno. Ma quel processo di realizzazione avviene anche interiormente, per i motivi appena citati e per molti altri oppure perché, nello sforzo psicofisico speso nel compiere l’ascesa con tutti gli annessi e connessi – impegno, fatica, concentrazione, emozioni, volontà, gestione della paura, relazione con il paesaggio… – ho avuto la possibilità di percepire ovvero realizzare me stesso in maniera più profonda e intensa che in altre situazioni: d’altro canto questa è una condizione che, in senso generale, molti che vanno per monti in maniera più o meno ardimentosa segnalano e che, anche nella sua forma più semplificata, trae origine da tradizioni culturali ancestrali (le stesse che per molte religioni hanno reso le sommità montuose luoghi sacri e di manifestazione del divino/sovrumano/trascendente la cui salita rappresentava una pratica esteriore e ancor più interiore dai molteplici significati).
A chi sappia qualcosa di filosofia questa mia immagine forse ricorderà, neanche troppo vagamente, il cosiddetto Cono di Bergson. Una tale analogia invero è accidentale (non sono così dottamente aulico) ma ci potrebbe anche stare: se in Bergson la base del cono (capovolto, guarda caso) è il passato dov’è la memoria e la punta è l’istante della percezione del reale nel presente, nella mia immagine alla base del cono sta la coscienza di sé fino a quel momento acquisita (che è anche “memoria di sé”, in effetti) mentre la punta è l’istante della percezione della propria realtà – o dell’acquisizione della percezione reale di sé – nel presente, conseguita attraverso l’ascesa del cono-montagna fino alla punta-vetta, il cui raggiungimento rappresenta in tal senso un’idea assoluta di “presente” (nel senso temporale del termine) nello stesso modo in cui la vetta è un punto assoluto nello spazio. D’altro canto la fisica contemporanea insegna che il tempo esiste solo come moto nello spazio, e dunque l’intersezione della punta con il piano che per Bergson rappresenta il presente è interpretabile come il moto attraverso lo spazio con il quale si raggiunge la vetta del monte.
In ogni caso, speculazioni filosofiche più o meno appropriate a parte (sperando che i bergsoniani eventualmente leggenti non ritengano una blasfemia quanto hanno appena letto), tutto quanto sopra esposto deve contemplare il fatto che io, salendo su per la montagna fino alla vetta, proietti su di essa me stesso e il senso della mia esistenza in quel frangente di spazio e di tempo. Ma è in fondo quello che accade in vario modo a chiunque vada per monti e vette, sulle quali proietta la ambizioni personali, il bisogno di bellezza o di svago, il desiderio di successo, la necessità di fuggire dalla quotidianità, l’afflato spirituale e quant’altro. Tutte cose che, in fondo, riproducono atteggiamenti e predisposizioni proprie di quasi ogni nostra azione quotidiana e, in effetti, sovente tendiamo a frequentare le montagne attraverso un modus vivendi e una forma mentis che non si discostano granché da quelle utilizzate per vivere e affrontare la quotidianità ordinaria.
C’è dunque bisogno di tornare al multiplo senso originario del termine ascensione, che indica (tra le altre cose) tanto la scalata di un monte quanto un movimento di ascesa in genere, di elevazione spirituale. O ancora meglio, c’è bisogno di riscoprire la correlazione etimologica tra due termini che al precedente sono legati, “ascesa” e “ascesi”: il primo che deriva dal latino ascendĕre, formato da ad- e scandĕre cioè “salire”, il secondo che si origina dal latino tardo ascesis che a sua volta deriva dal greco ἄσκησις derivazione di ἀσκέω cioè “esercitare” e si ricollega al primo nell’identica voce verbale ascendere. Ovvero: salire una montagna fin sulla vetta come esercizio di (ri)scoperta, della montagna stessa in senso esteriore e di sé stessi in senso interiore, entrambi come pratiche di ascensione, di elevazione (laiche, ovviamente) sia del corpo che dell’animo per raggiungere il vertice assoluto (la vetta) del monte, con tutto ciò di materiale e immateriale che ne consegue, e così ugualmente raggiungere la profondità più assoluta di sé stessi. Si tratta di punti “assoluti” in senso relativo, come ripeto, ma per quel frangente di realtà, di spazio e di tempo effettivamente tali, dunque dimensione ideale per compiere l’ascensione.
Ecco.
Poi, sia chiaro, tutto questo nel concreto più immediato significa innanzi tutto un gran divertimento, quello che proviamo noi tutti che con appassionata (o passionale) assiduità saliamo sulle montagne. Tuttavia credo, o mi illudo di poter supporre, che in ognuno di noi questa “ascensione” si compia e si renda percepibile, consciamente o meno e a prescindere dalle forme attraverso cui saliamo sui monti (salvo quelle più turisticamente banalizzate le quali d’altro canto esulano pressoché totalmente da questa mia argomentazione). E credo anche, pur quando non ci si capaciti di essa o la si viva in modo esclusivamente esteriore e materiale, che alla fine l’andare in montagna ci faccia sentir bene proprio grazie a essa. Non so se alla fine valga pure come buona risposta alla domanda iniziale: per me lo può essere, insieme a tutte le altre possibili e immaginabili.
[Foto di Tiia Monto, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]N.B.: il Piz Lunghin, montagna grigionese alta 2780 m e dunque non tra le più importanti di questa regione delle Alpi, è di contro considerata il centro idrografico d’Europa. Infatti il Piz Lunghin è formato da tre versanti principali che sovrastano a Sud la Val Bregaglia, a Est l’Alta Engadina e a Nord l’Albula: la pioggia che cade sulla montagna, se fluisce verso la Val Bregaglia attraverso il Maira, il Lago di Como, l’Adda e il Po finisce nel mar Mediterraneo, se scorre verso l’Alta Engadina tramite l’Inn e il Danubio giunge al mar Nero, se scende verso l’Albula alimenta il Reno e confluisce nel Mare del Nord ovvero nell’Oceano Atlantico.
Qualche tempo fa, precisamente nel 2015, venne presentato il progetto per la realizzazione di un grattacielo alto ben 381 metri – tra i più elevati d’Europa, dunque – nel piccolo villaggio termale di Vals, nel Canton Grigioni, meno di mille abitanti a 1300 m di quota, in una delle vallate più intatte delle Alpi svizzere. Ovviamente il progetto scatenò da subito critiche ferocissime e, salvo informazioni a me ignote, non è mai stato realizzato né avviato e forse pure lo si è accantonato; di contro, molti lo hanno subito etichettato come una mera provocazione, un “mostro” inimmaginabile in un paesaggio come quello in questione e dunque, in quanto tale, fin dal principio irrealizzabile, anzi in qualche modo apprezzando l’intento provocatorio della proposta atto a ravvivare il dibattito intorno a tali interventi in ambienti delicati come quelli montani. Qui trovate qualche notizia in più al riguardo e qui alcune considerazioni apparse all’epoca sul magazine di arte contemporanea “Artribune”.
In effetti il mostruoso progetto di Vals (dove è stato realizzato un altro progetto viceversa ritenuto tra i più armoniosi nell’ambito dell’architettura alpina, il Centro Termale di Peter Zumthor) ha generato discussioni interessanti protratte nel tempo e costantemente valide, in tema di antropizzazioni montane e in generale di «cose belle e fatte bene vs cose brutte e fatte male» nei territori alpini. Ad esempio, due tra i quesiti di natura provocatoria suscitati da un progetto del genere che più di altri trovo alquanto interessanti e stimolanti sono i seguenti:
Ma, in fin dei conti, in un territorio particolare come quello di montagna, è più impattante (da ogni punto di vista materiale e immateriale) un solo grattacielo, enorme ma occupante uno spazio limitato, oppure tanti piccoli edifici sparsi ovunque, magari in modo entropico e senza troppa logica urbanistica, nel territorio stesso? Ovvero, per farla semplice: meglio (peggio) un solo enorme grattacielo di 300 piani che occupa un’unica area o 60 piccole palazzine di 5 piani che insistono su altrettanti terreni?
Più in generale, e al di là di estremismi progettistici come quello ipotizzato a Vals, in un luogo che risulta già antropizzato in maniera evidente, pur senza mostruosità ma comunque con un consumo di suolo rilevante, ci si può permettere una maggiore libertà progettuale rispetto a un luogo invece poco antropizzato e per questo verso il quale è necessario osservare una particolare e maggiore salvaguardia, oppure deve accadere il contrario?
Proprio in Svizzera, tempo fa, disquisendo su temi simili con amici elvetici in relazione a nuove infrastrutture sulle vette dei monti (credo fossero gli anni in cui si pensava a un altro “mostro” alpino, una torre alta 117 metri sulla vetta del Piccolo Cervino, ove già arrivano funivie e skilift da Zermatt e da Cervinia, per innalzare la quota di 3883 m fino alla fatidica soglia dei 4000 m), mi era stata presentata un’opinione certamente particolare, per certi versi opinabile ma forse per altri no: è meno dannoso un intervento anche volumetricamente importante sulla vetta di un monte sulla quale esistono già infrastrutture significativamente impattanti (come può essere la stazione di arrivo di una grande funivia con infrastrutture turistiche annessi, ad esempio) che un’opera di minore entità su di una vetta che invece risulta ancora “integra”. Cioè, in poche parole: libertà di costruire dove si è già costruito (e dove per ciò il luogo è stato ormai culturalmente “consumato”) per poter preservare dove non lo si è fatto.Polarizzazione dell’antropizzazione piuttosto di frammentazione, insomma.
Sono temi che trovo parecchio interessanti, ribadisco, per chi come me si occupa di relazioni culturali tra territori, luoghi, paesaggi e genti, residenti, visitatori – oltre che naturalmente per i tecnici, architetti, progettisti, urbanisti eccetera, ai quali giro queste mie riflessioni: magari le troveranno a loro volta interessanti e mi farà sicuramente molto piacere se vorranno esprimere la loro opinione al riguardo, ecco.