La semplificazione

[Foto di Andrew Martin da Pixabay]
Fa piacere leggere che il Governo italiano vuole procedere, finalmente, a un’autentica semplificazione burocratica, e che voglia farlo «in tempi rapidi».

Infatti, a breve, la commissione parlamentare incaricata di esaminare la materia, che verrà appositamente creata tramite delibera parlamentare controfirmato dall’ufficio della Presidenza del Consiglio, una volta stabilita la propria composizione proporzionale in base ai numeri dell’organo maggiore, procederà con l’analisi della questione e l’elaborazione dei relativi dossier corredati di allegati e sub-allegati nei quali si raccoglieranno le osservazioni delle sotto-commissioni ad interesse locale – da istituire dietro apposite delibere degli organi amministrativi regionali (con obbligo di supervisione e consenso delle relative giunte) – in base ai quali elaborare una proposta pre-operativa che dovrà ottenere il consenso dei due terzi della commissione più i tre quinti delle suddette sotto-commissioni oltre che, superato il primo livello approvativo, quello dell’ufficio di presidenza del Parlamento, del sottosegretario alla presidenza, del funzionario vicario preposto, del capo di gabinetto del vicesegretario della giunta di controllo delle delibere (con la necessaria approvazione dei cinque ottavi dei membri della giunta), così da poter essere finalmente sottoposta a lettura da parte dell’ufficio della Presidenza del Consiglio e messa in discussione in entrambi i rami parlamentari con convocazione obbligatoria dei dodici diciottesimi dei membri, con eventuale approvazione in base al numero di voti maggiore o uguale al quorum funzionale fissato in una frazione superiore alla metà del numero totale dei votanti o degli aventi diritto al voto.

Se questo iter sarà concluso con successo, finalmente la suddetta commissione potrà istituire una task force atta allo studio delle semplificazioni da adottare, non prima tuttavia di aver designato una sub-task force che vigili sui lavori della prima per la quale il regolamento sarà da discutere al più tardi in data da destinarsi.

Ecco.

L’Italia.

ItaGlia, pardon.

“Viva” Trump!

Bisogna proprio ammetterlo: tra tutti i presidenti della storia degli Usa, Donald Trump è veramente il migliore.

Per gli antiamericani, già.

I quali non possono che sperare che venga rieletto: perché, se ciò accadrà, ci sono ottime probabilità che entro la fine del suo secondo mandato l’America sul piano internazionale non conti quasi più nulla, e che su quello interno finisca per implodere in preda al caos sociale.

In fondo, resta assolutamente valido quel pensiero di Ezra Pound di almeno mezzo secolo fa:

Come mi sono trovato in manicomio? Piuttosto male. Ma in quale altro posto si poteva vivere in America?

(Da Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993.)

N.B.: l’immagine in testa al post è tratta dalla pagina facebook di quel genio di Terry Gilliam – un Python, d’altronde.  Cliccateci sopra per leggere il post originario.

Fasi

È iniziata la “fase 2”, dunque?
Ah.
Da quanto che ne parlano, pensavo fossimo già alla fase 7 o 8!

Ma è la fase 2 sic et simpliciter? O forse che ci sia la 2.0, poi la 2.1… oppure è la fase 2 della fase 1, cioè la 1.2? E se poi non funziona, la fase 2, si torna alla fase 1? E poi si va direttamente alla 3?

Bah, c’è veramente il rischio di uscirne sfasati!

Alla fine, le uniche fasi che contano veramente mi pare restino queste:

[Calendario lunare di maggio 2020. Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.]
La lunaticità di certi altri “elementi” con cui si ha a che fare quotidianamente, invece, mi pare cronica e svincolata da qualsiasi corpo celeste e dalle sue eventuali fasi, già.

Tre è una folla

[Foto di Steven Iodice da Pixabay ]

Due persone sono in grado di cooperare intuitivamente. Da tre in su invece la comunicazione esplicita è necessaria. Lo studio presto pubblicato su Cognitive Psychology dimostra che una coppia è in grado di capirsi senza nemmeno parlare, anzi anche senza nemmeno sapere che è in atto un’interazione.
Andrew Colman e colleghi dell’Università di Leicester hanno lavorato con gruppi di diverse dimensioni. I partecipanti ricevevano una ricompensa dopo aver schiacciato uno di due bottoni, ma non sapevano che la probabilità di vincere dipendeva non dalla loro scelta ma da quella del vicino. Dopo un certo numero di turni di gioco la percentuale di vittorie prevaleva sulle perdite, ma soltanto nei gruppi composti da solo due persone. Lo stesso non accadeva per i gruppi da tre in su.
“Due persone possono sviluppare una comprensione reciproca,” spiega Colman. “Ma lo scenario viene facilmente distorto dall’entrata di una terza persona. Senza una pianificazione efficace e regole comuni, anche la relazione migliore può rovinarsi quando arriva una nuova persona.”

Sono capitato per caso su “Oggiscienza.it“, sito dal quale traggo il brano qui sopra, e quando l’ho letto mi sono detto: «Ah, caspita, quanto è vero, spesso!»
Eh!
Di questi tempi nei quali si parla tanto di “assembramenti”, poi…

Niente, ci tenevo a dirvelo.
Ecco.

«Non c’è quasi niente, qui!»

«Bello questo posto. Non c’ero mai stato» mi dice il tizio giunto per lavoro nel piccolo comune di montagna dove abito. «Certo che però non c’è quasi niente, qui» aggiunge, mentre lo accolgo sull’uscio di casa.

Mi guardo intorno.
Le montagne che si stagliano contro il cielo terso, in alto innevate, le forme dei versanti evidenziate dalla luminosità radente, i boschi e le selve che cingono le case del paese, il profilo delle Alpi Occidentali col Monte Rosa ben distinguibile, i campi laggiù in parte colorati dal Sole e in parte, quella in ombra, ancora bianchi di brina. La strada deserta sotto casa al cui lato passa un ragazzino col suo cane, un asino che raglia, un cane lontano che abbaia, altrimenti la quiete.
A momenti, il rumore di qualche foglia secca che la brezza leggera spinge qui e là.
L’aria frizzante, un vago odore di camino.

Però Milano non si vede, oggi, c’è foschia là sulla pianura oltre la valle dell’Adda.

«Sì, in effetti non c’è granché, qui. Ha proprio ragione!» rispondo al tizio che mi stava guardando senza capire quegli attimi di silenzio.