Tiziano Milani su Artribune

Sono veramente felice di leggere, su uno dei più importante magazine d’arte italiani (e a mio parere il migliore in assoluto) cioè Artribune (nello specifico sul nr.45, ultimo uscito), la recensione – riprodotta qui sopra – a firma di Vincenzo Santarcangelo dell’ultimo lavoro dell’amico-da-una-vita e mirabile sound architect Tiziano Milani, LIGHT + COLOR + SOUND (music for Jorrit Tornquist’s exhibition) – lavoro del quale vi avevo già parlato qui.

Non è, in fondo, la recensione di una sola opera e del suo valore artistico, quella di Santarcangelo (peraltro un valore “doppio”, vista la genesi legata a Jorrit Tornquist e alla sua ricerca scientifico-artistica) ma pure dell’ormai lunga carriera di Tiziano Milani nei vasti e affascinati ambiti delle sonorità elettroacustiche, condotta tanto con notevole rigore logico quanto con fervida e illuminata visionarietà a creare un percorso di ascolto super-sensoriale che si è ormai ben distinto nel relativo panorama internazionale ma la cui esperienza esplorativa appare ancora parecchio fremente ed emozionante. In fondo l’obiettivo (se così lo si può definire) che Tiziano si pone non può che suscitare tali sensazioni: “svincolare ogni composizione dalla dimensione spazio-temporale”. Per questo prima ho parlato di fruizione “super-sensoriale” delle opere di Milani ma, a tal punto, potrei anche parlare di “superdimensionalità”, il che in effetti rappresenterebbe l’attuazione di uno step evolutivo nell’arte musicale/sonora umana quasi epocale e, proprio per tale motivo, la possibilità di assurgere la musica in senso lato ad un empireo cognitivo finalmente pieno e completo. Non più “semplicemente” l’ascolto di un suono ma l’ascolto nel suono, in una interconnessione totale tra fruitore-ascoltatore e sonorità udite, oltre il concetto stesso di “medium”.

Di sicuro, lo ribadisco, la ricerca e l’esplorazione di Tiziano Milani è ancora nel pieno del suo realizzarsi, e per quanto mi riguarda non perderò l’occasione di seguirlo costantemente. A volte i viaggi più belli sono quelli dei quali non si conosce la meta finale.

Sette colli de monnezza (e non solo)

«La domenica andavamo al mare su queste nostre spiagge italiane che tutto il mondo ci invidia ma che sono una grande zozzeria: catrame, gatti morti, cinti erniari… guanti de Parigi!… Signor Presidente, ma lei lo sa che a Roma due esseri che si amano nun sanno dove mettere piede, perché è tutto una montagna de monnezza! Sette colli, sette colli de monnezza! È la città più zozza d’Europa!»

(Oreste Nardi/Marcello Mastroianni in Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) di Ettore Scola, 1970. Citato da Christian Caliandro in Il senso delle macerie sul grande schermo, su Artribune nr.41.)

A riprova di come l’Italia, per strategia mirata e consolidata da decenni, “risolva” (o ritenga di “risolvere”) i propri problemi rendendoli la normalità. Era il 1970 quando Mastroianni/Scola denunciavano la zozzeria di Roma (e, inutile dirlo, il luogo non conta, quantunque particolarmente emblematico): dopo 50 anni è cambiato qualcosa? Ovvio che no. Ovvio che è ormai la norma che Roma sia sporca, ovvio che innumerevoli altri gravi problemi italiani siano tali e irrisolti da lungo tempo al punto da diventare normalità, appunto, esattamente come lo stato istituzionale del paese.

È “normale” tutto ciò? Ovvio che no – ma in Italia sì, evidentemente.

Il corpo è una casa che deve restare pulita (Marina Abramovic dixit)

Adesso ho 71 anni, un’età molto seria. Non ho mai assunto droghe, bevuto alcol o fumato in vita mia, ho soltanto una dipendenza dalla cioccolata. La cosa importante è pensare il proprio corpo come una casa, dove lo spirito vive; e questa casa deve essere pulita.

(Marina Abramovic intervistata da Nicola Davide Angerame su Artribune #40, novembre/dicembre 2017.)

La grande artista serba, oggi di nazionalità statunitense, mette in luce una cosa fondamentale – anzi, una verità ecosofica assoluta: ogni spirito ha un luogo in cui dimora e dunque tale luogo deve essere sempre mantenuto degno di ospitare il relativo spirito, sia tale luogo – o spazio, o ambito – il mondo intero oppure il nostro singolo corpo. Non a caso dico che questa è ecosofia: “eco” dal greco òikos, “casa”, radice dalla quale si derivano poi i termini eco-logia ed eco-nomia (oggi praticamente antitetici, un tempo assai correlati). Termini che generano un ampliamento della riflessione: se dobbiamo mantenere il nostro corpo pulito affinché sia la casa del nostro spirito (e, sia chiaro, non è solo una questione meramente salutistica: sarebbe una lettura assolutamente superficiale, questa), come possiamo permetterci di non fare altrettanto con la casa che tutti abitiamo, cioè il pianeta Terra, rischiando che lo spirito che lo abita, ovvero l’essenza stessa della vita, non possa più dimorarvi? In fondo, anche il nostro personale spirito è il principale segno della vita, e quando il corpo subisce gravi danni quello se ne va. Inoltre, la nostra stessa vita è parte essenziale dello spirito del pianeta al pari di tutte le altre: se tale equilibrio biologico viene rotto – e purtroppo l’uomo lo ha rotto infinite volte e continua a farlo – prima o poi anche il “corpo” che lo contiene si guasterà e si danneggerà, senza possibilità di rigenerazione.

Pensate pure che questo sia un pensiero banalmente “ecologista”, ma tant’è. D’altro canto, una casa non pulita è sempre segno (con eccezioni rarissime) di una persona non raccomandabile. La prima ecologia è quella che dimostriamo noi stessi, dentro e fuori.

(Cliccando sull’immagine potrete accedere al sito del Marina Abramovic Institute, istituzione fondata e supportata dall’artista per promuovere le arti performative.)

Ma quali politici e musei d’Egitto!

Bene, benissimo! Finalmente la politica si occupa di cultura, e lo fa da par suo, con la mirabile “cognizione di causa” che essa sola possiede sul tema, in ItaGlia!

Ora, però, per coerenza ci si aspetti, ad esempio, che il Castello di Sammezzano venga traslocato fuori dai confini nazionali in quanto edificato in stile moresco ovvero architettonico islamico ergo contrario alla nostra “gloriosa” tradizione italico-cristiana, o che la stessa sorte tocchi alla Basilica di San Marco di Venezia, che assomiglia vergognosamente troppo alla Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli – l’ignobile capitale dell’impero islamico ottomano! – oppure che la torre del paese fantasma di Consonno venga abbattuta in quanto terroristicamente denominata il minareto. Inoltre, che si faccia subito chiudere il Palazzo del Quirinale, che ebbe la sfrontatezza di ospitare, nel 2015, una mostra sull’arte della Civiltà Islamica.

(Christian Greco, foto di Nicola Dell’Aquila tratta da http://www.artribune.com)

Eppoi, ben fa la politica a mettere in luce una tale assurdità: come si può nominare a capo di un museo italiano un direttore specializzatosi in una disciplina come l’egittologia, innegabilmente araba?! Solo perché il museo in questione si chiama “Egizio”? Non è forse l’Egitto un paese di cultura arabo-islamica?

Anzi, diciamocela tutta: cos’è tutta questa cultura tra i piedi del paese? Tutti questi musei, le istituzioni culturali, le mostre, i teatri, e pure i libri e la lettura, la musica colta, il cinema di pregio… per non dire di quei degenerati degli artisti! Tutti elementi nocivi, pericolosi, sovversivi, da eliminare quanto prima! Di sicuro la politica ne è ben conscia, dimostra di esserlo quotidianamente, e altrettanto sicuramente agirà in tal senso con fiera risolutezza italica!

(A tal punto si raccomanda di cantare l’Inno di Mameli, facendo consueta attenzione a storpiarne il testo e, naturalmente, a omettere del tutto le strofe successive alla prima.)

P.S.: per chi non capisse il senso idiomatico del titolo, legga qui.

Quando l’arte mette a rischio le rose dei potenti (Charles Bukowski & Co. dixit)

L’Arte vera, il Creare, è in genere da due decenni a due secoli in anticipo sui temi, se paragonata al sistema e alla polizia. L’Arte vera non solo non è capita ma viene anche temuta, perché per costruire un futuro migliore deve dichiarare che il presente è brutto, pessimo, e questo non è un compito facile per quelli al potere – minaccia quanto meno i loro posti di lavoro, le loro anime, i loro figli, le loro mogli, le loro automobili nuove e i loro cespugli di rose.

(Charles BukowskiSaggio senza titolo dedicato a Jim Lowell, 1967. Citato da Christian Caliandro in Possibilità e insubordinazione, su Artribune.com e Artribune Magazine #40.)

Il maledetto Hank, vecchio scorbutico ubriacone, puttaniere, laido eppure sagace, acutissimo, beffardo, genialoide, ancora una volta la dice giusta – e ben fa il sempre illuminante Christian Caliandro a citarlo in quel suo articolo nel quale disserta delle potenzialità dell’arte quale elemento assoluto di insubordinazione virtuosa e della necessità di riscoprirle per rompere il sistema di controllo (pseudo-culturale, politico, economico) al quale la creatività, in senso generale, viene sempre più sottoposta. (Leggetelo qui, l’articolo di Caliandro: come sempre merita massime attenzioni e riflessioni.)

Perché – per citare un altro grande personaggio, Paul Gauguinl’arte (qualsiasi arte, ribadisco) è e sarà sempre o plagio o rivoluzione. E credo sia inutile rimarcare quale delle due opzioni sia quella che genera progresso e quale che genera decadenza.