Cartoline #5

Il Monte Legnone, la vetta più alta della provincia di Lecco, sovrastante l’imbocco della Valtellina e l’alto Lago di Como, ha un’altitudine di 2609 m che non la pone certo tra le cime maggiori delle Alpi (posto poi che geograficamente sarebbe un rilievo prealpino). Di contro il Legnone può vantare una delle maggiori prominenze in assoluto della catena alpina: infatti, se si considerano le rive del lago come il punto più basso del territorio prossimo al monte, a una quota media di 197 m, la prominenza del versante Nord Ovest del Legnone è di ben 2.412 m: una delle più rilevanti di tutte le Alpi, appunto. Una peculiarità già rilevata dai viandanti del passato, al punto che qualcuno di essi riteneva addirittura il Legnone una delle vette alpine più elevate e ancora nel 1836 Giuseppe Medici, nel suo Saggio della storia naturale del Monte Legnone e del Piano di Colico, appuntava che «Degna di rimarco è l’osservazione del celebre cavalier Pini, il quale rilevò presentar esso dalla cima alla base del triangolo descritto il pendio più alto e continuato stato sinora osservato non solo nei monti vicini, ma eziandio nei più elevati d’Europa.»

Altezza neve 80 cm, farinosa

Belli i bollettini della neve di una volta, vero? Tanto artigianali quanto affascinanti. E chi ne voleva sapere di più e magari salire in funivia per farsi una sciata, poteva chiamare un numero telefonico assolutamente semplice da ricordare, vista la sua brevità!

Per giunta fa specie che a Valcava, una delle prime località sciistiche italiane posta sulla dorsale montuosa dell’Albenza, prospiciente la pianura bergamasca e brianzola a pochi km dall’hinterland di Milano, l’11 di aprile del 1938 vi fossero ancora ben 80 cm di neve farinosa, quando negli ultimi anni, e nell’“inverno” in corso particolarmente, di neve i bellissimi prati di Valcava ne vedono ben poca e assai di rado.

Di Valcava abbiamo scritto – io e i miei colleghi di penna Sara Invernizzi e Ruggero Meles – anche nella guida Dol dei Tre Signori, essendo la località posta propria lungo la Dorsale Orobica Lecchese nel tratto che divide la Valle Imagna dalla Val San Martino (ovvero il territorio percorso dalla seconda tappa del trekking che raccontiamo nella guida). Altre volte ho invece scritto della storia della funivia di Valcava, un autentico gioiello ingegneristico novecentesco quasi del tutto scomparso: ad esempio nel testo che vi propongo di seguito, con il corredo di alcune immagini tratte dalla pagina Facebook della Pro Loco Valcava.

Solo il relitto di alcuni piloni di sostegno che spuntano dal bosco e la stazione a monte (ora casa privata) che conserva una delle cabine ricordano oggi a chi sale verso Valcava che un tempo la località sull’Albenza era unita a Torre De’ Busi da quella che fu la prima funivia costruita in Lombardia e seconda in tutta Italia, vero e proprio gioiello ingegneristico le cui cabine superavano in undici minuti un dislivello di 800 metri su un percorso lungo 2680 metri.
Concepita nel 1925 da un’idea dell’architetto Alessandro Comolli, la funivia fu progettata dall’ingegnere sudtirolese Luis Zuegg, uno dei maggiori esperti nel settore, e inaugurata il 28 ottobre 1928 alla presenza del celebre aviatore Antonio Locatelli. Da subito l’impianto svolse un ruolo determinante per la vita della frazione, trasportando non solo persone ma anche materiali e generi alimentari: con la gestione affidata alla Società Anonima Funivie Lombarde, la funivia svolse regolarmente il servizio per molti anni, contribuendo a fare di Valcava una delle prime e più rinomate stazioni sciistiche della Lombardia, dotata persino nel 1936 di un trampolino per il salto con gli sci e successivamente di una manovia e uno skilift che giungeva sulla sommità del Prato della Costa, a 1400 m di quota.
Dagli anni ’50, a fronte del progressivo deterioramento degli impianti e delle funi, l’esercizio della funivia divenne sempre meno remunerativo. Seguì un periodo costellato da intralci di varia natura, tecnici, economici, burocratici ed amministrativi, che provocarono frequenti sospensioni del servizio fino al fallimento, nel 1973, della Società Anonima Funivie Lombarde. L’impianto, con nuova gestione, ripartì e continuò il suo funzionamento fino al 10 marzo 1977, data in cui fu deciso di cessarne definitivamente l’esercizio in quanto la continua usura del materiale lo aveva reso troppo pericoloso nonché oltremodo oneroso da mettere a norma. Infine, il 13 luglio 1978 il Comune di Torre De’ Busi decise di procedere al suo smantellamento, concludendone mestamente la pur gloriosa storia e, parimenti, quella dello sci sui pendii di Valcava.

Montagne-orologio

[Foto di Eric Terrade da Unsplash.]
Un tempo delle vette ai montanari non interessava nulla: erano posti brulli, sterili e inutili alla sussistenza quotidiana, privi d’alcuna valenza estetica, vi regnava il clima peggiore possibile, erano sovente coperte di neve e ghiacci e a salirci si rischiava pure la vita. Non stupisce che venissero considerate la dimora di divinità soprannaturali quando non di demoni, mostri spaventosi e altre creature arcane: tutto il contrario dell’epoca odierna, nella quale sulle vette “dimorano” impianti funiviari e sciistici, rifugi d’ogni sorta e alpinisti a frotte!

Tuttavia, nonostante la timorosa circospezione appena citata, a certe vette particolarmente prominenti anche i montanari d’un tempo trovarono una funzione utilitaristica: quella di orologi naturali i quali, grazie al transito del Sole sulla verticale della sommità, generalmente indicavano l’ora principale della giornata diurna, il mezzogiorno. La metà della giornata, la fine del mattino e l’inizio del pomeriggio, il momento del pranzo e la suddivisione di molte delle attività quotidiane. Per tale motivo quasi ovunque vi siano montagne di una certa prominenza morfologica e altitudinale, ci sono sommità nel cui toponimo c’è il riferimento al mezzogiorno: ad esempio nella foto in testa al post vedete i Dents du Midi (“Denti di Mezzogiorno”) nel Vallese, ma penso anche al Pizzo Meriggio nelle Orobie Valtellinesi, sopra Sondrio, al Sas de Mesdì nel gruppo del Sella, tra Trentino e Alto Adige, al Bric di Mezzogiorno sopra la Val Troncea, vicino Sestriere, ai tanti Mittaghorn (“Corno di Mezzogiorno”) sparsi per le regioni alpine di lingua tedesca…

D’altro canto, posta la suddetta circospezione, anche questa semplice funzione di misurazione del tempo ha rappresentato una forma minima ma importante di relazione antropologica con il territorio e il suo paesaggio, un atto di identificazione di matrice culturale con il monte che certamente non “serviva” materialmente alla vita del montanaro ma la cui presenza non poteva essere ignorata e, sotto molti aspetti, contribuiva a dare forma e anima al piccolo-grande mondo nel quale quella vita si svolgeva quotidianamente, rappresentandone inevitabilmente un marcatore referenziale non solo geografico. Un strumento elementare di misurazione del tempo che dava forma e identità allo spazio vissuto, insomma, ma pure a chiunque lo vivesse, identificandone la dimensione della quotidianità e generando un relativo processo di appropriamento geografico e antropologico del luogo.

Posto ciò, vi sono anche dalle vostre parti dei “monti-orologio”? Se sì, sarei alquanto curioso di saperne qualcosa e dunque vi prego di darmene notizia!

P.S.: per la cronaca, tra tanti monti di mezzogiorno esiste anche un “monte della mezzanotte”: il Mount Midnight, che guarda caso si trova in Antartide dove credo che nessun montanaro mai si sia interessato di che ora della notte fosse!

Un mestiere “mitologico”

[La diga e il lago di Morasco, in Val Formazza (Val d’Ossola, VB). Foto di Coss5361, opera propria, CC-BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Martin Vairoli ha 28 anni e da un anno fa il guardiano di dighe. Lo abbiamo incontrato alla diga di Morasco in val d’Ossola, nel nord del Piemonte, non lontano da quella di Vannino dove svolge la sua attività professionale. […]
Probabilmente ci sono lavori che hanno a che fare con qualcosa di ancestrale. Cento anni fa il nonno di Vairoli faceva lo stesso mestiere, e forse non è un caso che oggi lui trascorra due settimane al mese a oltre duemila metri di altitudine, con un collega con cui divide il lavoro e l’obbligo di solitudine. «Per me lavorare in una diga ha a che fare con la mitologia. È una condizione estrema, certo. Stare quassù potrebbe anche causare dei problemi legati al carattere delle persone: essere soli per 24 ore al giorno per 7 giorni consecutivi, in mezzo alla natura, senza nessun altro essere umano se non il tuo collega, è fantastico se si è in pace con sé stessi, ma se uno ha dei problemi la situazione può solo peggiorarli».

Il Post” dedica un bell’articolo pubblicato lunedì 13/12 e firmato da Claudio Caprara al mestiere del guardiano di dighe e alla sua “mitologia”: termine niente affatto esagerato se si contestualizza tale particolare professione, dal sapore apparentemente “vetusto”, alla nostra contemporaneità e alle sue caratteristiche techno/smart/social/eccetera.

I “guardiani di dighe” (definizione la quale ha già in sé un che di “romanzesco”, quasi) stanno isolati sui monti per settimane, a volte anche per periodi maggiori e pure nella stagione invernale, in territori sovente aspri e climaticamente estremi, in relazione con – ma potrei pure dire in ascolto di – un manufatto gigantesco formalmente alieno al territorio in cui si trova eppure a sua volta in relazione con il paesaggio. Un intreccio di “sfide” che tuttavia di pugnace non hanno nulla, anzi, il cui senso primario è la ricerca di “armonie ambientali”: tra i due guardiani isolati sui monti accanto alla diga, tra di essi e la diga stessa, tra la diga e la montagna che la ospita, tra la presenza forzata del grande e rude muro di calcestruzzo con l’acqua che trattiene e con tutti gli altri elementi dell’ambiente naturale in loco quindi, di conseguenza, tra la visione del manufatto antropico e quella del paesaggio naturale nonché, non ultima, tra lo sfruttamento industriale delle risorse della montagna e la loro salvaguardia ecologica. Una presenza apparentemente banale e ovvia, quella delle dighe sui monti, invece decisamente complessa e ricca di temi, sfaccettature, implicazioni, effetti, sensi, valori. Personalmente l’ho conosciuta bene e parecchio approfondita, questa presenza, per un testo sul tema che ho scritto di recente sul quale mi auguro di potervi dare liete notizie editoriali tra non molto.

Potete leggere l’articolo de “Il Post” cliccando qui; ringrazio molto Claudio Caprara per avermi concesso l’assenso alla citazione dal suo articolo sopra pubblicata.

P.S.: in tema “guardiani di dighe”, c’è un bel libro di qualche tempo fa che raccoglie l’esperienza al riguardo di Oreste Forno, alpinista di notevole fama che in età meno giovane si è convertito a tale professione. Si intitola significativamente Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo e ne trovate la mia personale “recensione” qui.

Un’opera d’arte?

Che cos’è un’opera d’arte?

Questa è  probabilmente una delle domande più dibattute da sempre dalla civiltà umana, una domanda dalle mille risposte e dunque di nessuna risposta assoluta, di certo non risolvibile nell’opinione più comune – pur comprensibile, senza dubbio – che rimanda al mero valore estetico di un manufatto, dunque che l’opera d’arte sia “qualcosa di bello e gradevole”, qualcosa che deve piacere e basta. No, perché fin da quando l’umanità ha cominciato a produrla e ancor più dal momento in cui, nell’era moderna e contemporanea, è andata oltre il solo ed evidente valore estetico assumendone numerosi altri, l’arte non è mai una cosa troppo “semplice”, anzi: a volte quella più grande e rivoluzionaria è stata, almeno inizialmente, la meno apprezzata e capita se non la più vilipesa, proprio perché spesso troppo semplicemente analizzata e per ciò incompresa.

A tal proposito: e se pensassimo che un’opera umana brutale”, per certi versi rozza, per tanti altri aliena e impattante come un gigantesco muro di calcestruzzo armato piazzato in mezzo alle montagne a trattenere una gran massa d’acqua – una diga, sì – possa rappresentare una risposta a quella domanda? E parimenti con essa rappresentare ovvero raccontare alcuni dei più importanti valori ulteriori a cui ho accennato?

[Foto di Paul Gilmore da Unsplash.]
Una risposta bizzarra, inopinata, disturbante, forse inammissibile. O forse no.