[Veduta panoramica della Val di Sole. Immagine tratta da www.visitvaldisole.it.]Luciano Rizzi, presidente dell’Azienda di Promozione Turistica della Val di Sole, in Trentino, ha le idee ben chiare su come evitare il fenomeno dell’overtourism dalle sue parti: ci possono fare le vacanze solo quelli con i soldi, quelli che invece non li hanno se ne stiano fuori dalle scatole!
[Cliccate sull’immagine per vedere il servizio.]Certo, so bene che il presidente Rizzi non ha usato queste esatte parole, ma converrete che il senso delle sue affermazioni è lo stesso appena riassunto.
Dunque il turismo in certi territori, che evidentemente si ritengono d’élite, è destinato pure a diventare classista? E la vacanza in quei territori un privilegio riservato ad alcuni e non a tutti? Le montagne, oltre alla turistificazione che sovente diventa disneylandizzazione, ora subiranno anche il fenomeno della santmoritzzazione?
Be’, forse la boutade del presidente Rizzi potrebbe anche essere “apprezzata”, da un certo punto di vista. Nel senso che almeno è stato meno ipocrita di altri e più plateale nel rivelare la sua “strategia”: nella sua valle non vuole gente a basso reddito, punto. Chissà come la spiegherà, tale “strategia”, a tanti italiani:
Che sia pure autorazzista, la strategia turistica della Val di Sole?
In ogni caso, un dubbio resta latente: se si restringe la platea socioeconomica della clientela interessata a far vacanza in Val di Sole, certamente di gente ne arriverà meno. Ma siamo ugualmente certi che il livello di reddito dei vacanzieri sia proporzionale alla qualità turistica di essi? Ovvero, in parole povere: siamo sicuri che i ricconi siano meno cafoni, più responsabili e più sensibili nei confronti dei paesaggi montani e delle comunità residenti in Val di Sole (e delle altre nostre montagne) rispetto ai frequentatori delle montagne a basso reddito?
[Pierre Auguste Renoir, Le grand vent, olio su tela, circa 1872.]Tornando a valle dal Rifugio del Grande Camerini, domenica scorsa – una giornata nella quale il vento era stato costante, anche se mai troppo forte – ci siamo fermati più volte ad ascoltarne il suono, uno dei più belli che la Natura sappia manifestare insieme a quello dell’acqua, peraltro entrambi i più capaci di palesare l’animarsi del flusso vitale del nostro pianeta. Il vento l’ho sempre pensato proprio come il respiro della Terra, l’espirazione dell’aria essenziale che poi noi ogni organismo inspira per poter essere vivente.
Stando lì fermi ad ascoltarne il suono e le sue numerose modulazioni variabili in base alla morfologia del terreno o alla vegetazione presente, commentavamo su come molte persone che frequentano i luoghi naturali e innanzi tutto le montagne abbiamo invece perso la capacità, e forse pure la facoltà, di ascoltare questi suoni naturali e di comprenderne l’importanza, piuttosto a volte restandone persino infastiditi.
Sono osservazioni alquanto obiettive, purtroppo, che denotano la necessità ormai urgente di rialfabetizzare numerose persone alla frequentazione consapevole dell’ambiente naturale – viste anche certe fenomenologie degradanti come quelle che scaturiscono dal turismo di massa. Tuttavia, è anche vero che in molti casi le persone che si trovano nei luoghi naturali non possono percepire e ascoltare il suono del vento (e altri suoni naturali) semplicemente perché non si sentono in quanto totalmente coperti dai rumori antropici: il vociare troppo strepitante di certe folle turistiche, la musica ad alto volume diffusa in molti punti di ristoro, il rumore del traffico automobilistico (si pensi a certi passi alpini e/o dolomitici) o da quello emanato da certe attrazioni turistiche, eccetera.
Come si possono educare le persone all’ascolto e alla comprensione dei suoni della Natura (e di ogni altra manifestazione della sua vitalità) se si inquina e degrada la dimensione acustica dei luoghi naturali che invece legano la loro bellezza e il fascino conseguente anche al proprio paesaggio sonoro? Come ci si può sentire bene, ad esempio, in certi “non rifugi” di montagna sulle cui terrazze si pranza con il sottofondo martellante di un dj set o con lo strepitio maleducato di molti avventori del tutto incuranti e strafottenti del luogo nel quale si trovano?
Un consiglio banalissimo (sia chiaro, non ho alcun titolo per poter dare consigli a chicchessia ma in fondo questo non lo è nemmeno è soltanto l’attestazione del più ordinario buon senso): state lontani da certi posti iper turistici e super rumorosi e andate invece dove si possano realmente sentire e ascoltare il luogo in cui vi trovate e i suoni del suo ambiente naturale. In fondo è anche un modo per sentirvi veramente in vacanza – nel senso di vacanti, cioè realmente assenti e lontani dalla realtà ordinaria quotidiana con tutti i suoi fastidiosi rumori piuttosto che in posti i quali in tutto e per tutto – inquinamento acustico compreso – assomigliano alle città dalle quali ve ne siete andati!
Dopo aver visto le immagini delle persone che sabato 2 agosto scorso hanno partecipato alla quinta edizione de “Una Salita per il Vallone” in difesa delle Cime Bianche, minacciate dal collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia e del MonteRosa Ski, posso immaginare che alcuni avranno pensato: be’, non saranno certo qualche centinaia di persone a fermare un progetto da oltre centoventi milioni di Euro!
Ma non è questo il punto della questione. Lo è invece che poche persone – i deputati regionali favorevoli al progetto e i dirigenti dei comprensori sciistici, una manciata di soggetti in tutto – si arroghino il diritto di devastare un vallone alpino incontaminato, patrimonio inestimabile di tutti e per questo tutelato da specifiche norme ambientali, spendendo una cifra enorme per piazzarci delle funivie utili soltanto a soddisfare una visione tanto arrogante quanto obsoleta della montagna.
Vi pare una cosa sensata?
Camminando sabato nel Vallone delle Cime Bianche, le persone presenti, arrivate anche da molto lontano, hanno manifestato ciò di cui oggi le montagne hanno bisogno: rispetto, attenzione, sensibilità, comprensione. I pochi che vogliono imporre al Vallone delle funivie inutili e devastanti stanno invece palesando un odio profondo per le montagne – di casa propria, per giunta! – e un atteggiamento menefreghista nei confronti del futuro loro e di chi le vorrà vivere.
Forse non saranno poche centinaia di persone a poter fermare un progetto tanto scriteriato come quello delle Cime Bianche, ma certamente lo può fare il buon senso: di chi ha veramente a cuore le montagne e il bene di chi le abita e le frequenta consapevolmente, ovvero – mi viene da dire – di qualsiasi Sapiens veramente tale, abbastanza intelligente da capire che non si può sfruttare e distruggere oltre modo la casa nella quale oggi abita e domani vi abiteranno i propri figli solo per far soldi.
Ecco: non vi pare, questa, una cosa sensata?
Per contribuire alla causa di difesa del Vallone:
La raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche”, volta a sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/38356;
[Foto di Connor Stirling su Unsplash.]L’Alto Adige/Südtirol rappresenta ormai da tempo un “caso turistico” emblematico, tanto nel bene quanto nel male: da questo punto di vista il Seceda lo ha palesato di recente ma non è che l’ultima di una lunga serie di vicende (Braies, le Tre Cime di Lavaredo, il traffico sui passi dolomitici, il Dolomiti Superski…) che hanno ribadito la realtà di fatto altoatesina al riguardo.
D’altro canto nel 2024 la Provincia Autonoma di Bolzano ha registrato l’arrivo di 8,7 milioni di turisti e 37,1 milioni di pernottamenti turistici, al netto di quelli delle seconde case; l’intensità turistica (pernottamenti per 1.000 abitanti) è la più alta di tutte le Alpi orientali e la terza delle regioni Nuts-II dell’Unione Europea. Il solo comune di Castelrotto, settemila abitanti, nel 2024 ha registrato 1,8 milioni di pernottamenti, cioè quasi tre volte i residenti. Sono dati che non lasciano spazio a dubbi su che l’Alto Adige/Südtirol abbia ormai superato o sia prossimo a superare ogni limite di sopportabilità turistica. Tutto questo nonostante nel 2022 la Provincia di Bolzano, basandosi su un ottimo studio strategico di Eurac Research, aveva fissato il tetto massimo annuo di pernottamenti a 34 milioni: un’iniziativa certamente esemplare ma che nei fatti è rimasta sulla carta (venne subito contestata e osteggiata dall’Associazione Albergatori provinciale, guarda caso), visto il dato del 2024 che ha ampiamente superato quel “tetto massimo”.
Che fine farà l’Alto Adige/Südtirol, dunque? Riuscirà a salvaguardarsi dall’overtourism crescente e dall’eccessiva pressione antropica sulle sue montagne, preservando di contro l’alta qualità della sua offerta turistica, o finirà per soccombervi degradando sia il proprio ambiente naturale, sia la dimensione socioeconomica locale oggi assunta a modello da tanti?
Al riguardo Thomas Benedikter, scrittore, economista, collaboratore dell’associazione Heimatpflegeverband Südtirol, ha pubblicato su “Altræconomia” alcune ottime considerazioni sulla realtà turistica altoatesina/sudtirolese, elaborando alcune proposte concrete per tentarne la salvaguardia ovvero evitarne il tracollo definitivo. Proposte che peraltro risultano valide per ogni altro territorio sottoposto alle stesse dinamiche di “supersfruttamento turistico.”
Vi invito a leggere l’articolo di Benedikter cliccando sull’immagine lì sopra.
P.S. (Pre Scriptum): ringrazio di cuore il sempre prezioso Michele Comi che mi ha informato del tema sul quale di seguito leggerete. Ne ha scritto anche lui su “Montagna.tv”, qui.
[Immagine tratta da www.facebook.com/soccorsoalpinocnsas.]Il casco da sci diventerà obbligatorio per tutti. Lo ha deciso un emendamento al decreto legge “Sport” (96/2025) approvato qualche giorno fa dalla Commissione Cultura della Camera.
Si direbbe una buona notizia ovvero una cosa giusta, e per certi versi lo è. Tuttavia, per molti altri versi non lo è affatto. Innanzi tutto perché si pretende di risolvere la questione dei troppi incidenti sulle piste da sci imponendo un obbligo e non educando gli sciatori a un comportamento meno maleducato e pericoloso: come si rimarca da tempo, la velocità sulle piste da sci è in costante aumento e non certo perché sia aumentata pure la perizia degli sciatori, anzi: la grande quantità di incidenti lo dimostra bene. Inoltre, c’è il rischio che proprio la percezione di maggior sicurezza indotta nello sciatore medio peggiori il problema invece di mitigarne le conseguenze. D’altro canto, proprio in forza della propria esperienza e della relativa consapevolezza lo sciatore dovrebbe stabilire da solo se sia il caso di utilizzare un casco sulle piste, e infatti molti già lo usano; ma, chiaramente, la presenza di una tale consapevolezza nella pratica dell’attività sciistica dovrebbe già da sé ridurre i rischi sulle piste. Invece ciò non sembra accadere: un’evidenza del tutto significativa.
La stessa cosa accade anche d’estate, sui sentieri e sui percorsi in quota: come denuncia il Soccorso Alpinoci sono sempre più incidenti, purtroppo spesso mortali, di frequente dovuti a imperizia, scarsa o nulla consapevolezza nei confronti delle montagne, equipaggiamento inadeguato. Ma, di contro, si registra un’eccessiva percezione di sicurezza data dall’avere con sé un cellulare («Se siamo in difficoltà basta una telefonata e ci vengono a prendere!») oppure proprio dal pensare di indossare un equipaggiamento super tecnico e dunque perfetto per qualsiasi itinerario. Il quale invece non può affatto garantire alcuna sicurezza preventiva: primo, perché senza consapevolezza su cosa sia la montagna (e relativa adeguata preparazione) non c’è alcuna sicurezza e, secondo, perché – molto semplicemente e altrettanto obiettivamente – in montagna non c’è sicurezza.
Eppure, l’intero immaginario scaturente dal marketing turistico, sia invernale che estivo, è sempre più un gran florilegio di «no limits!», «adrenalina», «effetto wow!» e così via. Di nuovo, il tutto si riconduce a una questione soprattutto culturale, tanto evidente quanto trascurata e ignorata: dietro le prescrizioni come quella sul casco, dietro le proposte turistiche, dietro l’immaginario che coltivano e dal quale scaturiscono, risalta drammaticamente la mancanza di volontà di educare i frequentatori delle montagne a una corretta relazione e fruizione di esse, sia verso i territori frequentati – dunque riguardo la loro conoscenza e la capacità di leggerne e valutare i rischi e i pericoli, ad esempio -, sia verso se stessi – la consapevolezza di ciò che si è in grado di fare e che al riguardo esista un limite da non superare. «Molti non conoscono i propri limiti» guarda caso rimarcaMaurizio Dellantonio, il presidente del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico.
I limiti, già. In fondo il punto attorno a cui tutto gira è sempre questo: l’evidenza – culturale, appunto – che la montagna, pur in tutta la sua imponente vastità anche verso l’alto, è un luogo di limiti e, di contro, l’immaginario elaborato in funzione turistica e ancor più commerciale – per non dire consumistica – che fa di tutto per cancellare qualsiasi limite, materiale e immateriale. Alla fine il cortocircuito è inevitabile e le sue conseguenze sono le cose delle quali ho scritto fino a qui così come tante altre.
Come se ne esce? Be’, per me in maniera (idealmente) semplice: considerando il limite un pregio invece che un difetto o un ostacolo, un elemento di definizione che identifica e così rende speciale ciò che lo presenta – che si tratti di un luogo o di qualsiasi altra cosa. Se ci si pensa, in montagna il limite per antonomasia è la vetta: definisce compiutamente la montagna della quale è la massima sommità, oltre la quale non si può andare e ciò permette di potersi dire variamente contenti di esserci giunti. Se invece le montagne non avessero una vetta? Sarebbero ancora “montagne”?
Allo stesso modo: una montagna sulla quale ci si arroga il diritto di poter fare ciò che si vuole senza alcun limite (per supponenza, per inconsapevolezza, perché ci si sente sicuri o perché si indossa un casco oppure una scarpa da hiking di ultimissima generazione), è ancora “montagna”?
Che dite voi?
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