Una piccola/grande lezione di cultura civile di montagna

[L’inconfondibile sagoma del Pizzo Scalino, montagna simbolo della Valmalenco, vista dall’Alpe Lago, sopra Chiesa Valmalenco. Foto di Gaggi Luca 76, CC BY 3.0, fonte https://commons.wikimedia.org.]
Michele Comi, rinomata guida alpina malenca e formatore culturale di montagna (il che l’ha reso vincitore nel 2023 del prestigioso Premio Meroni), così risponde sulle sue pagine social a quelli che lo hanno attaccato e di frequente insultato per aver reso pubbliche alcune considerazioni personali sull’opportunità di svolgere gare di rally nei territori propriamente montani, come è accaduto di recente nella sua Valmalenco.

Al netto di ciò che si possa pensare sull’evento in sé, la risposta di Michele è una lezione di garbo, rispetto, educazione civica e al contempo di autentica, profonda cultura di montagna. Cioè di quelle virtù che qui come altrove spesso non si riscontrano, e ciò finisce per degradare e incancrenire questioni che, viceversa, potrebbero essere risolte in modi molto più proficui per tutti, oltre che più civili. D’altro canto, sono reazioni tipiche di chi sa di essere nel torto e non ha altri modi per difendersi e sostenere le proprie ragioni.

Cari amici del rombo e del fumo,
vi ringrazio sinceramente per l’energia che avete dedicato alle mie parole — all’articolo sui rally in montagna — che, a quanto pare, ha acceso più i vostri animi che le candele dei vostri bolidi.
Alcune reazioni (nelle pagine social dei giornali locali) lo ammetto, erano così infuocate da far impallidire un motore in fiamme.
È curioso: ho parlato di paesaggi, silenzi, animali selvatici, della delicatezza del vivere alpino. Voi, in molti, avete risposto con insulti personali, livore e un lessico da grigliata di scarichi e testosterone.
Evidentemente la mia riflessione ha toccato qualche nervo scoperto, non capita tutti i giorni che qualcuno si prodighi con tanto ardore per difendere l’idea che i tornanti di una valle alpina siano più adatti ai cavalli-vapore che ai voli d’aquila.
Riconosco, in fondo, una certa coerenza: difendere l’invasione a motore della montagna insultando chi propone un’alternativa civile e trasformare un dibattito culturale in una sagra dell’aggressività. Un rally verbale, insomma.
Ma tranquilli: non vi ho squalificati, nonostante abbiate tagliato tutte le curve del rispetto.
Nel frattempo continuo a salire a piedi, magari più lentamente, ma con una vista più nitida e l’aria più pulita nei polmoni.
Quando vorrete discutere seriamente, senza clacson né livore, vi aspetto in cima.
Ci sarà silenzio, neve sui crinali e nessuno a giudicarvi.
Tranne forse una marmotta, sorpresa da tanto rumore per nulla.

[Immagine tratta dalla pagina Instagram di Michele Comi.]

Lecco e le sue montagne, una relazione profonda ma a volte complicata

Pietro Corti è una delle figure di riferimento del mondo della montagna lecchese. Storico dell’alpinismo, scrittore, estensore di guide del settore, curatore del sito “Larioclimb”, conosce la dimensione montana di Lecco come pochi altri, sia nella sua evoluzione passata che nella realtà contemporanea e nello sviluppo prossimo futuro. Lecco, città geograficamente alpina come poche altre, con le pareti verticali che sorgono appena oltre le ultime case e una storia alpinistica e di antropizzazione montana più unica che rara, in effetti appare emblematica nella relazione intessuta con i propri monti, sovente straordinaria e affascinante ma nella quale non mancano zone d’ombra e una sorta di costante e latente trascuratezza riguardo il suo valore e l’importanza. Di tutto ciò ne ho chiesto conto a Corti, che tratteggia una fotografia della Lecco montana particolareggiata e alquanto significativa: l’intervista completa è su “L’AltraMontagna, di seguito ne trovate un’anteprima.

[Panorama serale di Lecco con il Monte Coltignone, il Monte Due Mani e il Resegone con il suo celeberrimo profilo dentellato.]
Qual è, oggi, il rapporto tra Lecco e le sue montagne? Come e quanto i lecchesi sono legati, o sono indifferenti, al paesaggio montano che hanno intorno e al patrimonio storico-culturale che lo contraddistingue?

Il legame tra Lecco e le montagne che la circondano, un contesto ambientale e paesaggistico pregevolissimo, si traduce in situazioni particolari. In certi rioni collinari, subito fuori dalla porta di casa salgono ripidi pendii che vanno a infrangersi contro pareti di roccia verticali. Mentre in altre zone, alle spalle di arterie molto trafficate, basta attraversare il quartiere e si è subito in montagna. Un legame presente nella popolazione, non foss’altro perché in molte famiglie c’è almeno un escursionista, o uno scalatore. A Lecco si parla di montagna anche attraverso le numerose associazioni, che coinvolgono qualche migliaio di persone e sono profondamente radicate in città. La nostra storia alpinistica è piuttosto sentita, come dimostrato dalla partecipazione a certi eventi commemorativi. Ultimo, quello del cinquantesimo della parete ovest del Cerro Torre.
Intravedo tuttavia il rischio che il lecchese dia per scontata questa felice situazione, e non si allarmi troppo se la gestione del territorio non mette al primo posto (o almeno in posizione prioritaria) la sua conservazione.

[Le Grigne – la settentrionale o Grignone a sinistra, la meridionale o Grignetta a destra – viste dalla Brianza lecchese.]
Lecco potrebbe essere definita una delle capitali mondiali dell’alpinismo, sia in senso storico che per le opportunità di pratica dell’arrampicata e dell’escursionismo che le sue montagne offrono. Tuttavia a volte sorge l’impressione che la città non ne sia pienamente consapevole e, dunque, fatichi a sfruttare le innumerevoli potenzialità non solo turistiche che tale circostanza presenta. Le cose stanno effettivamente così? Qual è il suo pensiero al riguardo?

Vivendo in prima persona e studiando le vicende alpinistiche lecchesi, confermo che abbiamo una storia strepitosa al riguardo, che va oltre i confini della città.  L’alpinismo lecchese è profondamente legato a quello milanese, ed affonda le radici negli ultimi decenni dell’800 con l’Abate Antonio Stoppani ed i pionieri del CAI Lecco. Una storia che prosegue fino ai nostri giorni con una grande vivacità, di personaggi e di imprese. Senza dimenticare che dai primi anni ’80 del Novecento si è affiancata l’arrampicata sportiva. Per quanto riguarda le opportunità di escursioni e scalate sul territorio, si tratta di patrimonio notevolissimo. Rimango tuttavia piuttosto freddo quando sento definire Lecco “capitale mondiale dell’alpinismo”. Se Lecco ha certamente espresso personaggi in grado di influenzare lo sviluppo dell’alpinismo mondiale, ritengo che oggi si debbano potenziare le azioni concrete per a meritare questa definizione e dare a Lecco una concreta dimensione di “capitale dell’alpinismo”, che ad oggi non vedo. Bisogna conoscerne a fondo la storia e il territorio, e bisogna crederci. Investendo risorse sull’aspetto culturale, sostenendo le ricerche storiche e la divulgazione con strumenti al passo con i tempi. Intervenendo per favorire la fruizione outdoor dei dintorni della città, con informazione, segnaletica, parcheggi e trasporti ad hoc, oltre alla manutenzione dei numerosissimi itinerari presenti. C’è da divertirsi!
Non mi piace lamentarmi con il «qui non fanno mai nulla!», perché non è vero. A parte il costante impegno di alcune associazioni, negli ultimi anni è aumentata la consapevolezza delle Amministrazioni rispetto a queste tematiche, e sono state realizzate diverse iniziative. Penso però sia necessario fare un salto qualitativo e quantitativo. Intravedo pure splendide opportunità per le nuove generazioni per re-inventare il territorio (anche) in questa direzione, con un impegno culturale, pratico e politico.

[Il Rifugio Azzoni, posto poco sotto la Punta Cermenati, vetta massima del Resegone.]
Vivere la montagna, oggi, non significa più soltanto praticare l’attività alpinistica-escursionistica o trascorrerci le vacanze ma anche, e per molti versi soprattutto, tutelarne l’ambiente e il paesaggio. Qual è la situazione in tal senso a Lecco, anche in considerazione di alcune iniziative recenti delle quali la stampa ha dato notizia, come il progetto della nuova strada per i Piani d’Erna, il “balcone panoramico” della città?

Trascurare la tutela di un ambiente-paesaggio come il nostro sarebbe come segare il ramo su cui si è seduti. L’idea della strada per i Piani d’Erna (“L’AltraMontagna” ne ha parlato qui), a questo proposito, a mio parere rappresenta l’esatto opposto di quanto bisogna fare per prendersi cura delle nostre specificità. Anche in vista di un finalmente concreto sviluppo economico grazie, anche, ad un turismo outdoor di qualità. Che non è il turismo dei balconi naturali raggiunti dalle strade, delle passerelle a sbalzo e dei ponti tibetani. Il nostro territorio merita ben di più. I Piani d’Erna sono una località eccezionale, tra l’altro neanche troppo isolata, visto che c’è una funivia. Ma che destino può avere, portandoci una strada (con le illusorie, “rigidissime” regolamentazioni promesse) in una regione dove è consentito il transito ludico di moto e motobici su sentieri e strade agro-silvo pastorali di montagna? A discrezione dei singoli Comuni, scaricando la responsabilità sulle Amministrazioni, che possono cambiare colore politico e sensibilità ambientale ad ogni tornata elettorale.
La sintesi di questo ragionamento è espressa nel cartello all’ingresso del Vecchio Borgo di Erna (se c’è ancora): «La scelta di unire Erna a Lecco con una funivia anziché con una strada ha permesso di preservare quasi intatto l’ambiente di Erna. L’apertura di una strada avrebbe sicuramente causato conseguenze gravi per l’equilibrio naturale della zona». E, aggiungerei, determinerebbe il totale snaturamento di una delle fragilissime località che fanno di questo nostro amatissimo territorio lecchese un ambiente unico… [continua su “L’AltraMontagna”, cliccate sull’immagine qui sotto.]


P.S.: tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook “Lecco Tourism“.

2025.05.14

[Foto di Malene Thyssen (User:Malene), CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Oggi stavo lavorando nei pressi di una recinzione dotata di siepi, e su un ramo di queste c’era posato un merlo impegnatissimo nel proprio canto, che è risaputo sia uno dei più belli e armoniosi in assoluto.

Infatti mi sono fermato ad ascoltarlo quasi incantato, peraltro ammirando il movimento del becco e della gola ad ogni nota emessa ovviamente senza riuscire a trovare un nesso tra l’uno e l’altra, anche per come il canto fosse elaborato e continuamente variato.

Inevitabilmente, mi sono chiesto che cosa stesse dicendo e se lo stesse dicendo a me, visto che eravamo uno di fronte all’altro.

Be’, una delle cose che l’intelligenza artificiale potrebbe fare, e che noi umani non abbiamo mai saputo fare, è interpretare i versi degli animali, scoprendone gli alfabeti, i foni e i lessici e così rendendone comprensibili i messaggi.

Già.

Ma se, una volta che riuscissimo a capire ciò che gli animali dicono, scoprissimo che ci esecrassero e insultassero per la nostra presenza così impattante e distruttiva sul pianeta e sulla Natura, dunque anche su di loro?

Temo non sia un’ipotesi così campata per aria, questa.

Forse è meglio che l’intelligenza artificiale non diventi così intelligente da capire il linguaggio degli animali.

O forse è bene che invece lo sia e ci faccia capire ciò che pensano di noi. Sarebbero finalmente delle opinioni e dei giudizi molto più obiettivi, onesti e franchi di qualsiasi nostro, nel bene e nel male. Garantito.

Buonanotte!

Dare voce e ascoltare veramente le comunità di montagna è fondamentale, ma non basta ancora

[Veduta della Val di Rabbi, in Trentino. Foto di Mauro Mariotti tratta da https://organizzazione.cai.it.]
Da lungo tempo ormai si segnala e denuncia la carenza quando non la mancanza pressoché totale di rappresentanza politica dei territori montani (comuni sempre più privati di servizi e meno dotati di risorse, comunità montane sovente ridotte a scatole vuote, disinteresse degli enti di livello superiore, eccetera), una condizione che poi si riflette nell’equivalente carenza, o mancanza, di ascolto delle comunità di montagna. Le quali invece hanno un disperato bisogno non solo di farsi sentire ma, soprattutto, di essere ascoltate. La politica locale – cioè i comuni, sostanzialmente e unicamente – a volte lo fa, con incontri e assemblee pubbliche (seppur spesso legate a discussioni intorno a decisioni comunque già assunte, alle quali si può solo assentire o no), ma poi a ciò non fa seguito nulla di veramente concreto e costruttivo, vuoi per oggettive difficoltà dei comuni al riguardo (vedi sopra), vuoi per mera noncuranza o per convenienze politiche opposte a quanto espresso dal pubblico.

Tuttavia, se da un lato quanto illustrato non è sufficiente, dall’altro nasconde un potenziale rischio: non basta ascoltare pur attentamente le comunità di montagna, ma di contro non è corretto assecondarne qualsiasi richiesta, per ragioni di facile consenso più o meno ampio o per altre ragioni similari. In verità manca un elemento fondamentale, che di frequente la politica non sa offrire e la società civile non sempre possiede: le competenze, atte a far che qualsiasi decisione presa attraverso l’interlocuzione dei due soggetti principali, il pubblico e il privato possa risultare logica e realmente utile. Ci vuole, in pratica, la presenza di un soggetto tecnico o scientifico (indipendente) nel dialogo: il soggetto politico interloquisce con la comunità civile, ne recepisce bisogni e necessità, le passa al soggetto tecnico competente a ricavarne un progetto sensato che così può essere approvato dalla comunità e deliberato dall’ente politico.

Questo processo, di per sé ovvio e “normale”, è invece assai raro da constatare. Se la politica si serve di un soggetto tecnico, è perché lo ha già posto al suo “servizio”; se la comunità è sostenuta da un proprio soggetto tecnico, questo facilmente resterà inascoltato dalla politica e, in ogni caso, quasi mai la presenza di un tale soggetto dotato di competenze specifiche – per intenderci: università, enti di ricerca, soggetti dell’ambito culturali, esperti e specialisti, eccetera – riesce ad avere peso progettuale e decisionale nelle dinamiche di gestione territoriale locale. E questa è una carenza che ritengo molto grave, causa di molte situazioni problematiche e perniciose per le nostre montagne e le loro comunità.

[Un altro scorcio della Val di Rabbi. Foto di Gianni Penasa, tratta da www.facebook.com/valdirabbi.]
Faccio un esempio concreto: l’ente politico ha intenzione di realizzare una nuova infrastruttura turistica, che apporterà effetti di vario genere sul territorio locale e dunque sulla comunità. Per questo motivo l’ente politico deve avviare la doverosa interlocuzione con la comunità, ma questa probabilmente non possiede tutte le competenze necessarie a stabilire se l’iniziativa progettata possa essere positiva o negativa per il proprio territorio. Dunque servono le competenze che il soggetto tecnico/scientifico può offrire e che faranno da buona base per la successiva definizione collettiva dell’iniziativa, la quale se approvata lo sarà per motivi non solo validi ma pure rigorosi, e se bocciata lo sarà allo stesso modo. Comunque, in entrambi i casi, la procedura logica che avrà portato alla decisione finale sarà elaborata in modi realmente condivisi e razionali, con il necessario (ma per certi versi anche naturale) bilanciamento delle parti che eviterà pure molti disequilibri che spesso si constatano in tanti progetti (come quando la politica si riserva l’intero potere decisionale evitando l’interlocuzione con la parte pubblica o quando si lascia decidere alla comunità ma senza prima dotarla degli strumenti necessari utili a giustificare la decisione).

Da un processo del genere tutti hanno da guadagnare: la comunità civile perché sa di poter essere veramente ascoltata e di poter incidere nelle decisioni che interessano la propria realtà, la politica perché sa di poter assumere decisioni ben meditate e ampiamente condivise che le danno lustro (anche elettoralmente), il soggetto tecnico perché può mettere a terra le proprie competenze attraverso progettualità adeguatamente supportate sia dalla politica che dalla parte pubblica contribuendo fattivamente allo sviluppo vero del territorio in questione.

Infine, posto tutto ciò, rimarco solo che nel nostro paese di soggetti tecnico/scientifici in grado i offrire elevate competenze alle comunità di montagna e alle amministrazioni pubbliche di riferimento ve ne sono molti. Spesso questi soggetti vengono interpellati, dagli enti pubblici: ma per produrre delle consulenze – corpose, articolate, solitamente pagate da bandi altrettanto pubblici – che poi quegli enti presentano come una propria iniziativa virtuosa ma che, una volta usciti gli articoli al riguardo sulla stampa, vengono messe rapidamente da parte e dimenticate su qualche scaffale polveroso.

Sarebbe un’ottima cosa se invece quelle loro ottime competenze venissero pienamente riconosciute – dalla politica, innanzi tutto – e integrate quale supporto concreto e fattivo nelle iniziative progettuali e nei processi decisionali riguardanti i nostri territori montani. Ribadisco: ne avrebbero – ne avremmo – tutti da guadagnare, la montagna innanzi tutto.

Il consueto modus operandi che minaccia il Vallone delle Cime Bianche (e non solo)

Gli evidenti parallelismi che si colgono nelle vicende legate ai progetti di nuove infrastrutture sciistiche palesemente impattanti sui territori montani ai quali vengono imposte, denotano un modus operandi comune: il tirare avanti, il rifiuto di qualsiasi discussione e interlocuzione, il menefreghismo e la boria di chi ha deciso di avere comunque ragione.

Scrivevo di recente del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, chiaramente scriteriato e criticato da chiunque ma che i soggetti politici locali vogliono portare avanti in ogni modo. Ecco, lo stesso atteggiamento è tenuto in Valle d’Aosta da chi vuole imporre il disastroso progetto funiviario nell’incontaminato Vallone delle Cime Bianche, peraltro area variamente protetta: si tira avanti, ormai

La scelta politica è stata fatta.

Così hanno detto*. Come fosse un dogma indiscutibile, quando invece rappresenta una sconcertante, deleteria paranoia.

In entrambi i casi, come in altri simili in giro per le montagne italiane, allo stesso atteggiamento nella forma corrisponde un’identica sostanza di base: il nulla. Perché non ci sono reali motivazioni logiche, sensate, razionali e vantaggiose che giustifichino quei progetti, dunque ai loro proponenti non resta che imporli con la paranoica prepotenza di pensiero e d’azione, la fuga da qualsiasi interlocuzione con la società civile e con il menefreghismo nei confronti dei territori ai quali vengono imposti.

Un comportamento politico del genere renderebbe opinabile persino l’opera più virtuosa, figuriamoci un enorme impianto funiviario turisticamente inutile in un vallone di alta montagna di rara bellezza e ancora intatto!

Dunque, di nuovo e ancora più di prima: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, territorio iconico delle nostre Alpi e patrimonio naturale di valore inestimabile che tutti noi abbiamo il dovere di difendere per conservare il diritto di godere pienamente della sua incontaminata bellezza!

Per contribuire concretamente alla difesa del Vallone, potete:

*: se il link al video (di Facebook) non funziona, cliccate qui.