Il 27 marzo del 1975, esattamente cinquant’anni fa, usciva Fantozzi, il primo film della serie, uno dei più grandi in assoluto della cinematografia italiana.
Non serve aggiungere altro, credo. Se non: viva Fantozzi, sempre!
Il 27 marzo del 1975, esattamente cinquant’anni fa, usciva Fantozzi, il primo film della serie, uno dei più grandi in assoluto della cinematografia italiana.
Non serve aggiungere altro, credo. Se non: viva Fantozzi, sempre!
Sarò che divento sempre meno giovane (!) e con ciò sempre più sensibile (almeno spero) a cogliere certi aspetti del mondo in cui vivo, ma ogni volta che mi trovo davanti un’immagine degli Appennini, io che vivo sulle Alpi e delle loro altezze, delle verticalità e delle arditezze mi sono ampiamente nutrito (da alpinista mediocre, sia chiaro), sento nell’animo un moto di fascinazione e attrazione sempre più intenso, al pari della vivida sensazione di bellezza che la mente percepisce.*
Sono montagne relativamente basse, quelle appenniniche, carenti di vette che puntano dritte al cielo come molte alpine e sovente arrotondate, docili, ampiamente boscose più che rocciose e senza più ghiacci, in genere dalle morfologie meno scenografiche – o meno instagrammabili, come oggi si usa dire – di quelle delle Dolomiti o del Monte Bianco… insomma, apparentemente destinate a perdere qualsiasi gara di “montanità” con la catena alpina.
Già, ma solo se non si considera l’anima profonda del loro paesaggio e la manifestazione insuperabile di accoglienza che (mi) suscitano le loro vallate, le vaste foreste, le lunghe dorsali e le sommità che, senza potersi vantare di altitudini sensazionali, come detto, donano sensazioni di immensità potenti e ammalianti. Senza parlare dei meravigliosi borghi sospesi nel tempo, tra le cui case respiro un’aria ben più vitale, nonostante i silenzi e le immobilità, di quella presente in tante località scintillanti e iper-turistiche la cui energia mi sembra semmai quella di un elettroshock, non altro.
A volte mi duole avere tra casa e l’Appennino molta distanza e la Pianura Padana sempre troppo trafficata, inevitabilmente da attraversare per giungere al di là, su quei monti che dai miei vedo emergere lontani dalle cappe di nebbia e di smog che nascondono quasi perennemente il grande piano eridaneo. Ho vagabondato per tutte le Alpi in lungo e in largo, spero nei prossimi anni di poterlo fare anche con l’Appennino, almeno quello più prossimo alla valle del Po. È un mondo alpestre troppo bello e affascinante da permettersi di non conoscerlo più a fondo.
*: ovviamente quanto ho scritto non significa che quelle appenniniche siano montagne “da vecchi”, tanto più che sono più giovani di quelle alpine. Semmai che suscitano sensibilità meno immediate e più ponderate, anche più profonde per molti versi.
Piove, di nuovo.
Succede spesso, in questo periodo, e il tedio che questa alta frequenza meteorica un poco si manifesta, anche in uno come me che ama i climi nordici, è compensata dal saper la terra nutrita da questa pioggia, mai troppo violenta, i corsi d’acqua alimentati, gli alberi felici, come scrisse Blok – e io scrissi qui.
Magari così anche le strade si ripuliranno un po’.
Ci faccio caso spesso, a quanto le strade pubbliche siano sporche di piccoli rifiuti abbandonati lì da mani umane. Il mio paesello di montagna non fa eccezione, ahimè, e non mi consola il fatto che qualche giorno fa ero a Milano, in un quartiere abitualmente considerato da “benestanti” – palazzoni sì ma non di edilizia popolare, moderni, ben curati e manutenuti, in certi casi con ampi giardini interni alle recinzioni – e pure lì le strade fossero parecchio sozze.
La questione è che siamo incivili, maleducati, privi di senso civico eccetera, certamente. Ma trovo che il punto di tale questione sia pure un altro, di pari importanza se non maggiore: quanto siamo disposti a ignorare il degrado, piccolo o grande, che ci circonda e che spesso ci coinvolge, come nel caso delle pubbliche vie? Consideriamo normale che la strada sotto casa, o nel paese che abitiamo, sia più o meno sporca, cioè lo mettiamo in conto, in buona sostanza. Le cose vanno così, la gente è incivile, ormai è appurato. Fine.
E poi?
È normale che noi si consideri “normale” ciò che in realtà non lo è affatto?
E cosa ci spinge a questo atteggiamento, a far finta di nulla, a fare spallucce? Perché non abbiamo alcun moto concreto di indignazione, di disapprovazione, di protesta?
Perché non serve a nulla: facessero anche qualcosa, in breve la situazione tornerebbe la stessa di prima – ipotizzo una risposta che facilmente ci potremmo dare, assolutamente oggettiva e sostenibile. Ma pure normale?
Di sicuro, abbiamo perso molta della percezione e della considerazione riguardo ciò che forma il patrimonio comune del mondo in cui viviamo e del suo valore nei nostri confronti. Forse perché al termine “patrimonio” viene facile associare, per dire, le opere d’arte o i monumenti oppure gli ospedali. Ma anche le strade lo sono, come lo è l’ambiente naturale, le montagne, le spiagge, i fiumi, l’aria, eccetera. So bene che, nonostante ciò, se vediamo qualcuno che getta un mozzicone di sigaretta in terra non sbottiamo come se lo stesso accadesse nel soggiorno di casa nostra. Però formalmente – anzi, civicamente è la stessa cosa, l’unica differenza è il campanello da suonare e la porta d’ingresso, nel secondo caso. Di contro, questo non può giustificare il lassismo e la trascuratezza verso il primo caso. Dunque ribadisco l’interrogativo di poco fa, in altre parole: dov’è la linea rossa oltre la quale ci possiamo indignare e sappiamo reagire nel constatare lo sporco nelle pubbliche vie ovvero qualsiasi altra cosa che in un modo o nell’altro finisca per degradare ciò che è parte del nostro patrimonio comune?
D’altro canto succede poco di frequente, che ci si indigni al superare un certo limite di (in)decenza, anche con un altro di tali patrimoni, prezioso come pochi altri: l’ambiente naturale. Figuriamoci con una roba “dozzinale” come la pubblica via. Senza dimenticare che nel nostro paese, uno dei sette più industrializzati e avanzati del mondo, è stato evidentemente considerato normale che molti comuni tagliassero i servizi di pulizia urbana per risparmiare soldi.
Pensiamoci un attimo.
L’abitudine alla “normalità” che non lo è, già. E più ci si abitua, meno si pensa. Che è forse ciò a cui da tempo ambisce qualcuno, in alto.
Buonanotte.
In genere le catene dell’abitudine sono troppo leggere per essere avvertite finché non diventano troppo pesanti per essere spezzate.
Separando con la sua enorme massa le nazioni che ne assediano i versanti dall’uno e dall’altro lato, la montagna protegge gli abitanti, solitamente poco numerosi, che sono venuti a cercare asilo nelle sue valli. Li ospita, li fa suoi, dà loro costumi speciali, un certo genere di vita, un carattere particolare. Indipendentemente dell’etnia d’origine, il montanaro è divenuto quello che è sotto l’influenza dell’ambiente che lo circonda; la fatica delle scalate e delle penose discese, la semplicità del vitto, il rigore dei freddi invernali, la lotta contro le intemperie ne hanno fatto un uomo a parte, gli hanno dato un atteggiamento, un’andatura, un gioco di movimenti molto diversi da quelli dei suoi vicini di pianura. Gli hanno dato inoltre una maniera di pensare e di sentire che lo distingue; hanno riflesso nella sua mente, come in quella del marinaio, qualcosa della serenità dei grandi orizzonti; in molti luoghi, inoltre, gli hanno assicurato il tesoro senza prezzo della libertà.
(Élisée Reclus, Storia di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.110; 1a ed.1880. Cliccate sull’immagine per leggere la mia “recensione” del libro.)
Mi è tornata in mente questa citazione dell’imprescindibile Reclus nel sentire le “rimostranze” di un conoscente (peraltro era da un po’ che non ne ricevevo, pensavo quasi che la loro “epoca” fosse passata!) il quale, per la prima volta e per un impegno di lavoro, è salito nel comune montano dove abito. «Ah, ma dove vivi? Che strada, tutte curve, e c’era nebbia, non si vedeva nulla, poi arrivo su, non c’è in giro nessuno… ma siete sperduti nel nulla, lì!»
Fate conto che il luogo di mia residenza in questione è a meno di 10 km di strada (asfaltata, eh!) dalla iperantropizzata Brianza e a 40 minuti d’auto da Milano, mica in un vallone sperduto delle Svalbard. Ecco.
Be’, a sentire quelle sue parole, mi è tornato in mente Reclus e mi sono sentito un privilegiato, a poter vivere così “sperduto nel nulla”. Già.
REMINDER! Oggi a Milano viene presentato l’annuale rapporto di Legambiente “Neve Diversa 2025” e alla successiva tavola rotonda in programma alle ore 11 parteciperò anch’io, cercando di offrire la mia esperienza maturata nei costanti vagabondaggi alpestri e la conseguente visione sulla possibilità di elaborare da subito e nel futuro prossimo una “montagna diversa”, non più assoggettata come succede ancora oggi al modello turistico sciistico pur in evidente crisi in forza della crisi climatica in atto e delle trasformazioni socioeconomiche del pubblico che frequenta i territori montani.
Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra, oppure la potete scaricare in formato pdf qui.
Mi auguro che possiate partecipare alla giornata milanese e agli appuntamenti in programma, tutti di notevolissimo interesse e altrettanta importanza per immaginare, pensare e ancor più concretamente per creare insieme la montagna di domani – nonché, per molti versi, noi stessi che la abitiamo e frequentiamo.
Nel caso, dunque, ci vediamo oggi a Milano!