Visitando “Segantini. La Mostra.”, Palazzo Reale, Milano

Mi posso vantare, almeno per un minimo istante? Ok: il primo a inserire nella oggi mastodontica e solenne Wikipedia la voce “Giovanni Segantini” fui io, nel 2006. Bene, fine momento-vanità.
Ma ciò, facezie a parte, può servire a denotare quanto lo scrivente possa essere stato felice di reincontrare Giovanni Segantini a Milano con la mostra presso il Palazzo Reale, e dunque in un certo senso ansioso di constatare come la città giovanni-segantinilombarda, nella quale il grande pittore di origine trentina ha cominciato la sua luminosissima (termine non casuale) carriera e con la quale ha mantenuto sempre un rapporto piuttosto stretto, nel bene e nel male, ha voluto rendere omaggio al personaggio e alla sua arte.
Dico subito che è un piacere vedere una certa colonna di visitatori in attesa all’ingresso di Palazzo Reale, cosa non scontata per un artista che non può certo vantare – in senso nazional-popolare – la nomea d’un Picasso o di un Van Gogh (anch’egli in mostra a Milano in un’altra ala del palazzo) e, più tardi, un bell’affollamento nelle sale lungo le quali è allestita l’esposizione. Segantini è pittore che cattura il senso estetico dell’appassionato, senza dubbio, coi suoi sublimi paesaggi naturali in grande formato, ma è pure artista che suscita una notevole e per certi versi imprevedibile riflessione teorica, sulla forma della sua arte e sulla sostanza. Attivo giusto nel periodo di transito tra la pittura di stampo classico e la nascita delle prime avanguardie moderne, riesce a sviluppare uno stile tanto debitore dell’una epoca quanto anticipatore – e sovente senza fruire di contatti diretti – con l’altra, inoltre caratterizzandosi per uno stile assolutamente personale che deriva da un approfondito studio dei soggetti (umani o naturali) da ritrarre – testimoniato nella mostra dai numerosi disegni e bozzetti preparatori delle opere, che diventano ora a loro volta opere singolari – nonché una accentuata sensibilità verso la presenza e l’effetto della luce, la sua capacità di “disegnare” e/o “modificare” delle scene, di cambiarne l’essenza, la profondità sociologica, il coinvolgimento emotivo generabile da esse.

"Ave Maria a trasbordo", 1882-1886
“Ave Maria a trasbordo”, 1882-1886.
Non a caso Segantini è stato definito “il pittore della luce”, e in effetti tale definizione rende assai bene la sua sublime capacità di cogliere e rappresentare la luminosità naturale (soprattutto, ma non solo) nelle sue opere: il celeberrimo Ave Maria a trasbordo è un quadro, ad esempio, che pare avere dietro la tela un faro ad illuminarlo, dimostrando perfettamente quanto sopra affermato. Certo poi Segantini saprà ancora di più “illuminare” i fruitori delle sue opere con le tele nate in Engadina, che della meravigliosa valle svizzera sanno catturare e inglobare tutto il naturale fulgore – anche se, sappiatelo, a Milano non è presente il Trittico della Natura (o delle Alpi), opera a mio modo di vedere (ma sono di parte!) di quasi inarrivabile bellezza, che gli svizzeri han pensato bene di non farsi scappare e di tenere ben custodita e coccolata presso il bel Museo Segantini di St.Moritz (dando peraltro con ciò ottimo motivo di andare in visita anche di questo luogo d’arte – visita che io direi pressoché indispensabile, per entrare ancora meglio nello spirito panteistico che fu per Segantini grande impulso e ispirazione alla sua pittura, e per godere come lui della bellezza di una delle più sublimi zone delle Alpi).

"Il Naviglio a Ponte San Marco", 1880.
“Il Naviglio a Ponte San Marco”, 1880.
Vi sono comunque in mostra a Milano opere meno note ma altrettanto significative: cito ad esempio Il Naviglio a ponte San Marco, opera del 1880 dunque prodotta proprio agli inizi di “carriera” eppure già del tutto significativa del percorso artistico che Segantini poi compirà, col suo presentare una parte superiore di matrice impressionista – anche se, sia chiaro, dico ciò per semplicità d’intendimento, dacché Segantini non ebbe che rarissimi e flebili contatti con la scena impressionista che da pochi anni, a quel tempo, stava sviluppandosi soprattutto a Parigi – e una parte inferiore già divisionista o quasi. Le altre opere presenti, beh, sono per la maggior parte note o arcinote, e a ben vedere l’assenza importante del Trittico della Natura è ben compensata da due opere di altrettanta potenza: Alla stanga, del 1886 e, ancor più, La raffigurazione della primavera, del 1897, capolavoro di rara bellezza e stile.
"La raffigurazione della primavera", 1897.
“La raffigurazione della primavera”, 1897.

Insomma, a mio giudizio quella di Palazzo Reale a Milano è una mostra veramente interessante, ben costruita, sovente spettacolare e tutto sommato piuttosto completa e significativa di chi fu (e perché lo fu) Segantini. Forse sarebbe stata utile qualche nozione in più circa il contesto nel quale la sua attività artistica si concretizzò, d’altro canto – lo ribadisco – si può benissimo approfondire la conoscenza segantiniana con una bella escursione in Engadina, tra St.Moritz col suo museo Segantini, Maloja e l’atelier ove l’artista lavorò e visse nonché, magari, una capatina al piccolo cimitero del villaggio nel quale è sepolto, percorrendo il bellissimo sentiero Segantini e restando un poco al cospetto di quelle maestose vette alpine che egli amò profondamente e così meravigliosamente seppe rappresentare sulle proprie tele.

Cliccate QUI per visitare il sito web della mostra e conoscere ogni informazione utile alla visita.

“Oppio 2.0”. E censura 2.0

Ci risiamo.
Fammi controllare… Anno 2014. Ok, non stavo sbagliando. Non io, almeno.

Ho la grande fortuna di aver conosciuto Gian Paolo Tomasi, senza dubbio uno dei più importanti fotografi italiani contemporanei, e aver goduto dell’onore di chiacchierare con lui mi ha confermato ciò che già avevo “visto” nelle sue opere: uomo assai sagace, illuminante, capace di interpretare con un “semplice” scatto fotografico un mondo intero di parole, idee, opinioni – e di bellezza, nel caso. E artista mordace, come l’arte deve essere. “L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.”: affermava ciò il celebre regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij, ben conscio di come altrimenti essa non diventi che un mero esercizio di conformismo, ovvero l’ennesima e alquanto pelosa affermazione del sistema di potere vigente.
Insomma, forse avrete saputo della questione dell’esclusione di Oppio 2.0, l’opera che Tomasi aveva destinato alla mostra Respect Me aperta al MAXXI di Roma – in questo articolo potete leggere, seppur sommariamente, i dettagli di tale vicenda – inizialmente accettata senza alcun problema e poi, appunto, rifiutata. Ora: l’opera in sé, come ogni altra, può piacere o meno, ma non è certo diritto del “committente” rifiutarla con queste modalità (cioè dopo l’iniziale assenso). Chi ritiene che la committenza possa essere libera di rifiutare un’opera richiesta – azione sostenibile solo in presenza di qualcosa di assolutamente triviale e offensivo, e non è certamente questo il caso – si dimentica che il MAXXI è un ente di diritto pubblico (così come qualsiasi altro ente superiore che abbia voce in capitolo nella gestione del museo romano) e dunque, formalmente, che dovrebbe rispondere all’assenso o al dissenso del pubblico, appunto, prima che di sé stesso. Dacché, se in quel modo invece funzionasse il giudizio sulle opere artistiche, credo che buona parte dell’arte contemporanea di matrice sociale (sociologica) in circolazione sarebbe stata censurata e negata alla fruizione pubblica.

"Oppio 2.0", l'opera "censurata" dal Maxxi.
“Oppio 2.0”, l’opera “censurata” dal Maxxi.

Censurata, già: uso questo termine non a caso, dacché qui siamo in presenza di una bella e buona censura. “Sono spiacente di comunicarle che per sopraggiunte valutazioni di opportunità si è ritenuto più prudente non esporre la sua opera”: questa la risposta della funzionaria del Viminale che ha negato il consenso all’esposizione dell’opera di Tomasi. Sopraggiunte valutazioni di opportunità: un politico navigato e scafato al magna magna più istituzionalmente tipico non avrebbe saputo esprimersi meglio (peggio). “E’ una tradizione di cui abbiamo il massimo rispetto. La scelta di non esporre l’opera è dettata solo da questo senso di rispetto e non da cautela o prudenza. Non sarebbe stato né bello né corretto assimilare il burqa alla violenza verso le donne, cui è dedicata la mostra internazionale che si è aperta al Maxxi” continua il testo censorio.
Bene, sfido chiunque a ritenere il burqa una libera e consapevole scelta delle donne dei paesi ove è imposto – paesi che, ma guarda che strana coincidenza, sono in fondo alle classifiche che rilevano la salvaguardia dei diritti civili, delle donne e non solo ovviamente. L’opera di Tomasi ha efficacemente ritratto la realtà di una parte di mondo nella quale la dignità delle donne è tragicamente calpestata, nel mentre
"Coca City", altra celebre e assai significativa opera di Tomasi.
“Coca City”, altra celebre e assai significativa opera di Tomasi.
che quegli stessi poteri che la perseguono fanno affari con traffici che l’intero mondo aborrisce – ma forse solo per mera convenienza, mi viene da credere. Quel mondo, insomma, che in certi (italici) casi se ne sta zitto contro certa barbarie ideologica che pure al suo interno cerca in tutti i modi di dettare legge, ma che di contro chiude entrambi gli occhi su altre verità, evidentemente scomode – o verso le quali non si ha la volontà, l’orgoglio e l’intelligenza di intervenire.
Da tutto ciò, inevitabilmente, che può derivare? Una bella e buona censura, appunto. Calata dall’alto, e nascosta (male) dietro un preteso/presunto rispetto delle tradizioni. Che nemmeno l’arte, quell’arte che da sempre è fonte di illuminazione fondamentale sulla realtà che abbiamo intorno e sulle relative verità, si può permettere di toccare. Peccato che le “tradizioni”, quando siano imposte a suon di obblighi, piuttosto che permettere l’evoluzione delle società sulle quali hanno effetto le fanno spaventosamente regredire; e peccato che il “rispetto” quando viene derivato da pura convenienza politica e non dalla consapevolezza del suo stesso senso divenga pusillanimità – o vogliamo tornare a epoche pre-illuministiche, forse? – ovvero segno di grandissima debolezza civica. E sia chiaro, chi sta scrivendo queste riflessioni aborrisce certi politicanti che sbraitano contro le culture straniere e tutto ciò che di esse è realtà!
Insomma, ribadisco: qual è la somma di finale di tutto quanto? E’ la censura. Nell’anno di (dis)grazia 2014, nel quale menti tanto distorte, a furia di imporre rispetti privi di qualsivoglia logica storica, sociologica e antropologica, ottengono il risultato contrario. Inevitabilmente.
Tuttavia, altrettanto inevitabilmente, mi viene da dire che alla fine Gian Paolo Tomasi – con la sua arte – ne uscirà vincitore. Perché ogni volta che qualcuno si arroga il diritto di agire e imporre decisioni prive di alcuna autentica logica, alla fine si sta tirando la zappa sui piedi. E’ solo questione di tempo, e di “dissanguamento” (intellettuale)…

1 Dicembre, nasce Cultora.it: la cultura, ora e dovunque!

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1 Dicembre 2014: nasce cultora.it, il nuovo portale italiano di informazione culturale.
Cultora è un magazine online dedicato al mondo della cultura in generale. Uno spazio nuovo e dinamico all’interno del quale è possibile trovare notizie sempre aggiornate su libri e letteratura, musica, cinema, media e nuove tecnologie. Sono inoltre parte integrante del portale numerosi spazi dedicati a blog curati da giornalisti, addetti ai lavori, opinion leader che offrono le loro personali opinioni e esaustivi approfondimenti riguardo i temi più caldi del mondo della cultura.
Ancor più, mi permetto di aggiungere, cultora è una nuova e fondamentale occasione per redimere un paese che purtroppo persevera nel non capacitarsi di quanto sia vitale la cultura per il proprio futuro, nonché di quanto con essa si possa costruire anche al di fuori dei suoi ambiti usuali. Sapete, no, che qualcuno disse, tempo fa, che con la cultura non si mangia, palesando peraltro in tal modo la volontà del sistema di ridurci a creature prive di cervello… Beh, chissà come mai il paese sta comunque morendo, nonostante altri “cibi” gli siano propugnati ma, evidentemente, dal potere nutritivo del tutto scarso, se non nullo, rispetto a quello culturale!
Dulcis in fundo – mi permetto nuovamente! – a cultora.it collaborerò anch’io, con un blog interno al sito di riflessione e approfondimento culturale, cercando di mettere in luce non solo la realtà della cultura attorno a noi ma pure qualche buona idea per agevolarne ancora di più la presenza diffusa nella società, ovvero tra di noi tutti, e per contrastare conseguentemente la deriva decerebrante che ci impongono da tempo.
Dunque appuntamento al 1 Dicembre, su cultora.it!

In visita a “La guerra che verrà non è la prima. 1914-2014” al MART di Rovereto

Non serve che sia io a rimarcare, qui, l’altissima qualità delle proposte artistiche in chiave museale/espositiva offerta dal MART, il Museo di Arte Contemporanea di Trento e Rovereto. Tuttavia decidere di affrontare un tema assolutamente delicato come la guerra in un periodo potenzialmente retoricizzante come quello attuale, nel quale si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale – di questa guerra sto dicendo, naturalmente – ovvero portare un tale tema in un contesto tipicamente deputato all’arte contemporanea, dunque non direttamente (almeno non subito) correlabile con quel tema, rappresenta una sfida non indifferente, che non so quanti altri centri d’arte italiani avrebbero potuto sostenere, anche solo per propria indispensabile autorevolezza.
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Beh, il MART ha vinto la sfida, a mio parere. Ho visitato giusto qualche giorno fa La guerra che verrà non è la prima. 1914 – 2014, e l’ho trovata assolutamente suggestiva e intrigante. Lo è per le peculiarità che offre all’attenzione e alla riflessione del visitatore e che trovate già ben illustrate nella presentazione della mostra; tuttavia, se devo esplicare sul merito il mio punto di vista, ho trovato che lo sia perché in fondo in essa non vi è la guerra. Non c’è, non si trova la prevedibile iconografia classica nonché tutta l’oggettistica che ci si potrebbe aspettare da un evento che ne commemora l’anniversario, se non in qualità di complementi quasi doverosi, forse necessari a fornire stimoli tematici a chi durante la visita vi si ritrovasse “spaesato”, per così dire. C’è invece, ed è questo che soprattutto trovo intrigante e illuminante, tutto quanto gira intorno al concetto di “guerra”: la Grande Guerra in primis ma, in generale, al senso, all’accezione e alla realtà ordinaria derivanti da esso, che sono uguali oggi come allora e allora come sempre, dacché la guerra – ahinoi uomini boriosamente “urbani” ma invero inguaribilmente disumani – rappresenta sempre la stessa tragedia, per chi la combatte, per chi la subisce, per chi ne viene coinvolto nel bene o nel male.

Il Biplano inglese SE.5A 1917 che accoglie i visitatori all'ingresso del MART
Il Biplano inglese SE.5A 1917 che accoglie i visitatori all’ingresso del MART

Così recita la presentazione de La guerra che verrà non è la prima:
La mostra sviluppa il tema adottando molteplici punti di vista e toccandone anche gli aspetti più sensibili, delicati e talvolta controversi. Il percorso espositivo lascia emergere l’evento come risultato di una composizione in cui l’arte si confronta con la storia, la politica e l’antropologia. Ricorrendo a una sorta di complesso montaggio tematico e temporale, l’esposizione evita di seguire un preciso filo cronologico, dimostrando – tramite inediti accostamenti e cortocircuiti semantici – come tutte le guerre siano uguali e, allo stesso tempo, come ogni guerra sia diversa. L’intento non è quello di inventariare i conflitti di ieri e di oggi, né quello di misconoscere le irriducibili differenze storiche, ma la volontà di mantenere aperta la ricerca e la riflessione in un luogo in cui ricordare non significhi ridurre un evento a qualcosa di pietrificato, archiviato e definitivamente sigillato in se stesso ma, all’opposto, riveli interpretazioni e riletture capaci di esprimerne tutta la complessità.
Il MART sceglie di conseguire tali scopi appunto dimostrando come la guerra abbia effetto non solo sui campi di battaglia – quelli sì, sono le conseguenze più truci e drammatiche della follia bellica umana – ma pure sull’intera società che in un modo o nell’altro ne venga coinvolta, dunque pure sul sottofondo culturale ove si basa l’opinione pubblica, sulla visione delle cose del mondo da parte della gente comune, sulle sue convinzioni, sulle sue presunte verità ma pure sugli usi, sui costumi, sul linguaggio, sulla consapevolezza di sé stessi e dello spazio-tempo d’intorno. Tutti elementi, questi, da sempre campi d’indagine primario dell’arte e di quella contemporanea ancora di più, ed è proprio qui, io credo, che efficacemente s’innesta e fa da perfetto supporto all’evento la prima citata autorevolezza che un centro d’arte come il MART può offrire e mettere in campo, confermandosi senza dubbio con La guerra che verrà non è la prima uno dei più importanti e influenti (nonché efficienti) luoghi culturali italiani in senso assoluto. Sperando che questo paese, sempre più sfregiato da un degrado della propria cultura e della memoria (appunto) che lo sta affossando drammaticamente, sappia recepire quell’autorevole influenza che luoghi come il MaRT mettono a disposizione di tutti.
Nel frattempo, fatelo voi: è un invito molto caloroso, il mio, perché la mostra merita veramente una visita e la merita pure il MART stesso, se ancora non l’avete mai visitato.

Cliccate sulle immagini per visitare le pagine del sito web del MART dedicate alla mostra e conoscere ogni utile informazione su di essa.

“Sö e só dal Pass del Fó”, il mio* ultimo, “insolito” libro. Sabato 15/11 la prima presentazione al pubblico.

Manca poco all’uscita del libro per il quale ho lavorato nell’ultimo anno e mezzo abbondante, probabilmente riservandovi un impegno mai prima d’ora speso, anche per via della forma – e non solo della sostanza – del libro stesso. Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte è il volume con il quale il Club Alpino Italiano di Calolziocorte – cittadina alle porte di Lecco – intende festeggiare i 75 anni dalla propria fondazione, e che mi è stato “commissionato” (termine orribile, ma tant’è, e che in ogni caso spiega quel “*” accanto a “mio” nel titolo del post) appunto all’inizio dello scorso anno, con una prima precisa indicazione: un libro che parli di montagna, e dei monti di Calolziocorte – in pratica del Resegone, ai cui piedi si trova la città – in modo differente rispetto a tanti altri. Seconda indicazione: che sia un libro in tutto e per tutto, ma che si presenti nel modo “easy” in cui solitamente si presenta una rivista, dunque senza alcuna foggia da tomo accademico e semmai con aspetto attraente e grafica accattivante.
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E’ nato così, dopo lunghi mesi di accurate ricerche documentali, ricognizioni sul campo, interviste/chiacchierate con le memorie storiche del sodalizio, elaborazioni grafiche e di ponderato studio di uno stile di scrittura che riuscisse ad accomunare forma narrativa e sostanza storico-saggistica, Sö e só dal Pass del Fó (“Su e giù dal Passo del Faggio” nel dialetto locale; il Pass del Fó è una sella nel Gruppo del Resegone a 1284 m ove è situata la Capanna Sociale Giacomo Ghislandi, il “rifugio” del CAI di Calolziocorte e vera e propria “sede in quota” della sezione, raffigurata sulla copertina del volume): una sorta di originale guida emozionale ai sentieri che dalla città e dal fondovalle lecchese della valle dell’Adda sale verso la Capanna Ghislandi e poi, ancora più in alto, fino alla vetta massima del Resegone, a 1875 m). Dunque non la solita guida di natura escursionistica, alpinistica e/o turistica ma neanche un ordinario libro di storia e di memorie: Sö e só dal Pass del Fó è invece un testo narrativo nel quale i sentieri e i luoghi che essi percorrono e raggiungono sono narrati attraverso le emozioni, le sensazioni, le impressioni, i ricordi, gli aneddoti degli stessi soci del CAI di Calolziocorte, ovvero quelle stesse donne e quegli stessi uomini che hanno tracciato e manutenuto nel tempo – ovvero vissuto e mantenuto vivi oltre che percorribili – quei sentieri.
Non mancano nel testo i necessari inquadramenti geografici e le relative indicazioni escursionistiche (con tanto di mappe e informazioni pratiche), tuttavia il lettore del libro potrà conoscere i sentieri narrati in un modo del tutto particolare e intenso, dacché sarà come se durante la lettura li percorrerà fianco a fianco delle persone di cui starà leggendo le vicende, in un cammino spaziale e anche temporale. In tal modo, protagonisti principali del testo saranno entrambe le parti, i sentieri e chi li ha vissuti, ma anche gli stessi lettori verranno coinvolti dalla narrazione come lo possono essere dalle trame di un vero e proprio romanzo, un racconto lungo 75 anni – quelli della storia del CAI di Calolziocorte, iniziata ufficialmente nel Maggio 1939. Il tutto anche grazie, per prima cosa, ad una scrittura che ho cercato di rendere la più letteraria possibile, appunto, lontana da qualsiasi potenziale “pesantezza” che a volte testi simili possono indurre e sempre redatta con l’intento primario di raccontare – raccontare una storia che è fatta di mille altre storie, ognuna singolare e particolare eppure in armonia con tutte le altre. In secondo luogo, grazie pure alla veste grafica con la quale si presenta il libro, ricchissimo di immagini fotografiche fornite direttamente dal CAI calolziese e dai suoi stessi soci e animato da una impaginazione che, come dicevo poco sopra, ricorda quella di una rivista patinata.
A prezioso corredo del testo, il lettore trova inoltre alcune schede di approfondimento sugli aspetti storici, architettonici e artistici della zona trattata, curate da Fabio Bonaiti, coordinatore dell’Ecomuseo Val San Martino e grande esperto di storia locale, nonché sulle sue rilevanze botaniche, grazie al lavoro di Enrica Rigamonti e Gianni Bonaiti.
Sö e só dal Pass del Fó è edito dalla stessa sezione CAI di Calolziocorte ma – attenzione! – nella sua prima edizione non è in vendita, ma sarà riservato ai soci della sezione e al circuito delle sezioni CAI. Solo più avanti, una volta conclusa la distribuzione “interna”, sarà pianificata un’edizione destinata alla vendita sul mercato.
Ultimo ma non ultimo, il libro sarà presentato al pubblico per la prima volta sabato 15 Novembre prossimo, alle ore 18.00, presso la sede del CAI di Calolziocorte. Nell’occasione, sarà nuovamente visibile ai presenti la mostra fotografica Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore, che ho curato e della quale vi ho già riferito, nel blog. QUI trovate le info utili su come raggiungerla, oppure potete dare un occhio QUI.


Per farvi ancora meglio capire cosa sia Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, eccovi di seguito l’introduzione al testo. Buona lettura, e se passerete sabato 15 a Calolziocorte, sarà un piacere e un onore conoscerci!

virgoletteIl Resegone è una di quelle montagne che, non solo a livello lombardo ma forse per quanto riguarda l’intero ambito alpino, non ha bisogno di presentazioni. Sia per essere stato eternato quale sfondo delle vicende amorose di Renzo e Lucia nei Promessi Sposi del Manzoni, sia per rappresentare, con le Grigne, l’orizzonte montuoso più prossimo ed evidente di Milano e del suo hinterland settentrionale – dai quali risulta evidente la celeberrima conformazione a denti di sega delle sue numerose punte, che vi ha peraltro conferito il nome più popolare (mentre Monte Serrada, il “secondo” nome, avrebbe origine spagnole) o sia, proprio in forza di quanto appena detto, per rappresentare da sempre una delle mete escursionistiche e alpinistiche più immediate della parte centrale delle Alpi, il Resegone ha assunto nel tempo una notorietà proporzionalmente ben più grande dei suoi 1875 m di altezza, in fondo una quota del tutto trascurabile nei confronti di altre ugualmente blasonate vette alpine. La città di Lecco è indissolubilmente legata alle forme di esso, tanto da citarlo graficamente in molte immagini, illustrazioni turistiche e commerciali, loghi e stemmi di enti e associazioni cittadine; le sue punte sono visibili praticamente da ogni angolo della città (mentre le Grigne restano sovente coperte dalla mole del Monte Coltiglione, con le propaggini del Monte San Martino e della Corna di Medale) e il paesaggio forse più noto identificante Lecco, quello del fiume Adda a Pescarenico che rimanda direttamente al celeberrimo passo manzoniano dell’Addio monti… e che innumerevoli dipinti e fotografie hanno immortalato nel tempo, ha proprio la costiera del Resegone come sfondo possente e suggestivo.

Tuttavia, il gruppo del Resegone è in verità ben più variegato e articolato di quanto la sua iconografia classica possa lasciare intendere. Oltre al versante lecchese, caratterizzato dalle due prominenze del Pizzo d’Erna e del Monte Magnodeno, il massiccio presenta l’ampio e boscoso versante di Morterone, quello bergamasco, ombroso e poco frequentato che divalla verso la Valle Imagna e si spinge, con la Costa di Palio, verso la Val Taleggio, e quello della Val San Martino, con la lunga propaggine di vette che, con la Passata, la Corna Camozzera e il Monte Ocone, scende verso meridione e la pianura bergamasca. Calolziocorte, capoluogo della Val San Martino, è dunque dopo Lecco il centro principale sulle pendici del Resegone, e per certi versi ancor più che per la città lariana, i cui appassionati di montagna possono scegliere come meta delle proprie uscite tra il Serrada, le Grigne ovvero i monti della Valsassina, per i calolziesi il Resegone col suo versante rivolto a meridione è “la” montagna per eccellenza, quella che rappresenta da sempre la destinazione più logica per ogni escursionista o alpinista locale, la meta pressoché inevitabile verso cui rivolgere le proprie attenzioni.

A dividere i due versanti abduani del Resegone, ovvero quello lecchese e quello calolziese, appunto, vi è una sella, posta tra la possente costiera rocciosa che sostiene il Pian Serrada – alla base della massima elevazione del gruppo, la Punta Cermenati – e la dorsale che culmina geograficamente nel Monte Magnodeno: è il Passo del Fò ( ovvero faggio in dialetto, nome che ovviamente richiama la principale essenza arborea in loco). Il valico, posto a 1284 m, è noto da secoli, rappresentando anche un passaggio obbligato dei percorsi che da Lecco aggiravano il Resegone e scendevano verso la Valle Imagna e le vicine valli bergamasche, ma il suo interesse non è solamente storico o geografico/escursionistico. Il Pass del Fò, pur nella sua scarsa ampiezza, è anche un luogo di bellezza discreta e fascino profondo: sembra quasi soffocare nell’incombenza possente della bastionata del Pian Serrada, la quale genera l’impressione di crollarvi addosso da un momento all’altro, ma basta che anche lo sguardo più timoroso si volga verso le piccole ma deliziose aperture prative che circondano il passo, o si faccia avvolgere dall’avviluppo forte e cordiale dei boschi che coronano i versanti, sovente ricchi di esemplari arborei veramente notevoli, oppure ancora, salendo solo di qualche metro, si affacci verso il lago, la valle dell’Adda e la pianura, che tutta l’avvenenza alpestre del luogo comincerà a palesarsi e a penetrare nell’animo dell’escursionista in modo via via più intenso e intrigante. Non si tratta, lo ribadisco, di una località che come certe altre sulle Alpi toglie il fiato per la sua spettacolarità immediata: è invece, il Passo del Fò, un angolo di montagna discreto, tranquillo, che richiede e ricerca l’armonia dell’animo prima che dello sguardo, che ispira emozioni pacate e piacevoli, ma che in effetti della montagna, anche di quella “vera”, e dei suoi requisiti non è affatto privo.

Inutile dire che per i calolziesi il Passo del Fò simboleggia ancor più un luogo particolarmente significativo: rappresenta il culmine della Valle del Gallavesa, che proprio da Calolzio si incunea tra le creste del Resegone costituendo la direttrice di salita più logica e immediata; inoltre, come detto, è quasi obbligato punto di transito per chiunque voglia raggiungere la vetta del Resegone dai versanti affacciati verso l’Adda e la Valle San Martino. Lo sguardo del calolziese (non solo, ma soprattutto) che si avventura per questi versanti inevitabilmente si poggia sulla sella del passo, quasi fosse una sorta di limite, di confine del proprio ambito montano “domestico”, e un riferimento uguale e opposto rispetto al fondovalle occupato dalla città di Calolziocorte e dalle località limitrofe… Insomma, si potrebbe pensare che se la sezione locale del Club Alpino Italiano, in rappresentanza dei propri iscritti e di tutti gli appassionati di montagna, avesse dovuto scegliere un luogo nel quale installare una propria presenza attiva – ovvero un punto di appoggio, di ritrovo in ambiente per i propri soci, una capanna sociale – non avrebbe potuto che scegliere il Pas del Fò. E così è stato.

In verità le cose non andarono in maniera così “poetica”, ma di sicuro, quando nel 1968 la sezione poté procedere all’acquisto del primo appezzamento di terreno in zona, in tale atto non vi fu soltanto un mero interesse economico o pratico: quel luogo così bello sembrava realmente fatto apposta per i soci del CAI calolziese. Infatti, solo pochi anni dopo, l’ulteriore acquisizione di un appezzamento adiacente al primo, fortemente voluta dalla sezione, nel quale già esisteva un piccolo stabile in legno di costruzione privata, diede definitivamente il via alla realizzazione del “sogno” sezionale: ristrutturato, ampliato e dotato d’ogni confort “alpino”, il 12 Settembre 1982 venne inaugurato il tanto agognato Rifugio, poi divenuto Capanna Sociale e intitolato nel 1988 a Giacomo Ghislandi, guida alpina calolziese e socio della sezione, scomparso nel Gennaio dello stesso anno sul Pizzo Scalino – denominazione “ufficiale” che affianca quella popolare di Baitel, il “baitello” del Passo del Fò. Nel tempo costantemente mantenuto e continuamente migliorato, oggi la Capanna Ghislandi rappresenta una vera e propria “seconda casa” – e seconda sede sezionale – per il CAI di Calolziocorte: un luogo assolutamente familiare, dove salirvi durante tutto l’anno è veramente come raggiungere un ambito familiare, quasi domestico, accogliente e ospitale, nel quale il transitarvi per solo pochi minuti come il sostarvi per qualche ora, e che sia evento raro ovvero abituale, è cosa da chiunque – non solo dai soci della sezione calolziese – riconosciuta come bella, gradevole, cordiale, divertente. La Capanna in qualche modo ha saputo assorbire in sé il fascino del luogo, fin da subito e col tempo sempre di più, e con la sua presenza ne ha valorizzato e impreziosito la bellezza e la piacevolezza. Da anni è divenuta una meta abituale per moltissimi escursionisti: la fitta e variegata rete di sentieri che dal fondovalle sale verso il passo agevola l’escursione dei più modesti camminatori come dei più arditi “mangia montagne”, diventando a sua volta una specie di racconto fatto di tracce tra boschi, prati, rocce e creste della bellezza dei luoghi e della storia di chi li ha frequentati e valorizzati, ovvero di un legame profondo e intenso che unisce Calolziocorte e la sua gente con questa montagna, con l’ambiente, la Natura nonché, appunto, con il “suo” Passo del Fò e con la sua capanna sociale.

Il volume che avete tra le mani vuole proprio accompagnarvi alla scoperta e alla conoscenza di questo legame, consigliandovi un approccio all’ambiente in questione che non sia il solito e classico da “guida escursionistica”, semmai più da – per così dire – guida emozionale. Perché ogni sentiero rappresenta veramente una sorta di traccia di lettura d’un racconto di personaggi, storie, nozioni, aneddoti, curiosità, ricordi, emozioni, sensazioni, percezioni e infinite altre cose: questo libro ha l’ambizione di narrarvi di quelle dei soci del CAI di Calolziocorte, personali certo ma niente affatto esclusive, dacché qualsiasi visitatore dei luoghi di cui potrete leggere qui, e ancor più di quello che vorrà salire fino al Passo del Fò e alla Capanna Ghislandi, non potrà che ritrovarsi in esse e pure amplificarle con le proprie personali emozioni e sensazioni, cogliendo un’armonia generale e profonda con quei sentieri, quei paesaggi, quegli ambiti attraversati e, in senso assoluto, con le persone che lungo gli anni ne sono stati personaggi protagonisti.

Benvenuti, dunque, a Calolziocorte, sul versante di Val San Martino del Resegone, e benvenuti alla Capanna Sociale Giacomo Ghislandi al Passo del Fò.