Il disastro olimpico, ancora più disastroso di quanto si poteva pensare

Quelle numerose volte che, nei mesi antecedenti l’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, analizzavo i fatti e le cronache relative all’organizzazione dei Giochi e parlavo di «disastro olimpico», sinceramente, a volte, pensavo di esagerare. Mai, invece, avrei immaginato di essere fin troppo ottimista, e che il termine «disastro» potesse apparire addirittura eufemistico.

Be’, sono passati solo tre mesi e i nodi stanno già venendo al pettine, anche più disastrosi di quanto si potesse temere, per l’appunto [1]. Ne arriveranno anche di peggio, vedrete: ormai è piuttosto facile essere “preveggenti”, visti i personaggi – politici, amministrativi, istituzionali, imprenditoriali – che hanno gestito le Olimpiadi e le avranno ancora in mano per qualche anno, salvo stravolgimenti (giudiziari e non solo).

Detto ciò, poniamocela subito la domanda fondamentale: secondo voi, qualcuno pagherà per le tante mancanze, le altrettante incompetenze, gli errori e le conseguenti responsabilità che tutti quei personaggi a capo delle Olimpiadi stanno dimostrando?

Le scommesse sono aperte. E speriamo che a perdere, di nuovo, non siano le montagne.

[Immagine generata con Gemini AI.]
[1] Il caso della cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina è oggi tra i più lampanti ma ce ne sarebbero tanti altri citabili: dalla pista di bob sempre a Cortina all’Arena Santa Giulia a Milano, alle numerose opere stradali incompiute e/o mai iniziate, alle inadempienze burocratiche e amministrative, agli errori nei preventivi di spesa delle singole opere, eccetera, eccetera, eccetera…

Questa sera ad Aosta, per abitare fin da oggi il cambiamento sulle montagne del futuro tutelandone la Natura e le comunità

Questa sera alle ore 20.30, la Sala Conferenze BCC di Via Garibaldi 3 ad Aosta ospita un incontro pubblico assolutamente importante e un dialogo aperto sul domani delle nostre Alpi dal significativo titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento”.

A dialogare sono Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness Italia, autorevole voce del panorama nazionale della montagna, attivista e professionista della comunicazione con una lunga esperienza nella conservazione del patrimonio naturale e culturale delle montagne, e il sottoscritto, con mio grande onore e privilegio di poter contribuire attivamente – e fattivamente, spero – alla causa in difesa del meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, una delle basi sulle quali è stato costruito l’incontro, delle cui peculiarità uniche ho scritto proprio di recente qui. A moderare la serata è Annamaria Gremmo, medico chirurgo, fotografa e conservazionista, impegnata da anni nella difesa del Vallone e vincitrice nel 2023 del Premio Marcello Meroni per la sezione Ambiente – la vedete anche lì sotto in un video di presentazione della serata. Tutti insieme ci auguriamo che anche il pubblico presente vorrà partecipare al dialogo con le proprie considerazioni, opinioni e domande sul tema principale dell’incontro, compendiato nel titolo, e sui tanti argomenti correlati.

[La testata del Vallone delle Cime Bianche con il Grand Lac. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/varasc.]

Il cambiamento climatico e la crescente pressione antropica stanno imponendo sfide senza precedenti all’arco alpino. Troppo spesso la “risposta” consiste in mega-progetti costosi e altamente impattanti, che colpiscono aree finora incontaminate. In Valle d’Aosta, i progetti di collegamento funiviari nel Vallone delle Cime Bianche e il collegamento Pila-Cogne sono diventati simboli di questa visione miope e obsoleta, basata sul mero sfruttamento della montagna peraltro governato da pochi soggetti economici del comparto turistico, senza alcuna cura per i territori coinvolti né ricadute benefiche effettive a favore delle comunità locali.

[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi.]

Posta tale realtà, riferita alla Valle d’Aosta ma comune a molti altri territori montani italiani, è ancora possibile immaginare uno sviluppo che non sia mera “messa a reddito” del territorio, come spesso sembra evidenziare l’accezione del termine “valorizzazione”? I modelli di sviluppo di matrice economica spesso presentati e imposti ai territori montani quali risultati concreti stanno ottenendo? Come si può rispondere alle sfide di oggi per evitare lo spopolamento della montagna, sostenerne la vitalità socio-economica e al contempo tutelarne ambienti e paesaggi? Quale futuro ha bisogno la montagna e deve determinare per le genti che vogliono continuare a viverla?

[Panorama di Cogne. Immagine tratta da https://alpaddict.com.]

Questa sera proviamo ad andare oltre i numerosi stereotipi che caratterizzano la realtà delle nostre montagne, così reiterati e variamente dannosi, in un confronto aperto a tutti per il quale ogni voce è importante. Per questo l’invito rivolto a chiunque a partecipare è quanto mai caloroso.

L’evento nasce dalla sinergia tra il Progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” e il Comitato “Insieme per Cime Bianche”, fondato nel 2023 con il supporto dell’Avvocato Emanuela Beacco del Foro di Monza per la tutela legale del Vallone.

Le due realtà hanno già portato la propria voce al Parlamento Europeo e in audizione al Consiglio Regionale valdostano, mentre il Progetto fotografico ha organizzato ormai 33 serate pubbliche in tutta Italia e avviato una petizione internazionale che ha superato le 21.000 firme.

Dunque vi aspettiamo questa sera ad Aosta: sarà sicuramente una serata importante nonché, ci contiamo, illuminante. E lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

Abitare il cambiamento: una serata sul futuro delle nostre montagne e sulla loro imprescindibile tutela, sabato 23 maggio ad Aosta

Sabato 23 maggio alle ore 20.30, la Sala Conferenze BCC di Via Garibaldi 3 ad Aosta ospiterà un incontro pubblico e un dialogo aperto sul domani delle nostre Alpi dal significativo titolo “La Montagna del futuro: abitare il cambiamento”.

A dialogare saranno Nicola Pech, vicepresidente di Mountain Wilderness Italia, autorevole voce del panorama nazionale della montagna, attivista e professionista della comunicazione con una lunga esperienza nella conservazione del patrimonio naturale e culturale delle montagne, e il sottoscritto, con mio grande onore e privilegio di poter contribuire attivamente – e fattivamente, spero – alla causa in difesa del meraviglioso Vallone delle Cime Bianche, una delle basi sulle quali è stato costruito l’incontro, delle cui peculiarità uniche ho scritto proprio di recente qui. A moderare la serata sarà Annamaria Gremmo, medico chirurgo, fotografa e conservazionista, impegnata da anni nella difesa del Vallone e vincitrice nel 2023 del Premio Marcello Meroni per la sezione Ambiente – la vedete anche lì sotto in un video di presentazione della serata. Tutti insieme ci auguriamo che anche il pubblico presente vorrà partecipare al dialogo con le proprie considerazioni, opinioni e domande sul tema principale dell’incontro, compendiato nel titolo, e sui tanti argomenti correlati.

[La testata del Vallone delle Cime Bianche con il Grand Lac. Immagine tratta dalla pagina facebook.com/varasc.]
Il cambiamento climatico e la crescente pressione antropica stanno imponendo sfide senza precedenti all’arco alpino. Troppo spesso la “risposta” consiste in mega-progetti costosi e altamente impattanti, che colpiscono aree finora incontaminate. In Valle d’Aosta, i progetti di collegamento funiviari nel Vallone delle Cime Bianche e il collegamento Pila-Cogne sono diventati simboli di questa visione miope e obsoleta, basata sul mero sfruttamento della montagna peraltro governato da pochi soggetti economici del comparto turistico, senza alcuna cura per i territori coinvolti né ricadute benefiche effettive a favore delle comunità locali.

[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi.]
Posta tale realtà, riferita alla Valle d’Aosta ma comune a molti altri territori montani italiani, è ancora possibile immaginare uno sviluppo che non sia mera “messa a reddito” del territorio, come spesso sembra evidenziare l’accezione del termine “valorizzazione”? I modelli di sviluppo di matrice economica spesso presentati e imposti ai territori montani quali risultati concreti stanno ottenendo? Come si può rispondere alle sfide di oggi per evitare lo spopolamento della montagna, sostenerne la vitalità socio-economica e al contempo tutelarne ambienti e paesaggi? Quale futuro ha bisogno la montagna e deve determinare per le genti che vogliono continuare a viverla?

[Panorama di Cogne. Immagine tratta da https://alpaddict.com.]
Proveremo ad andare oltre i numerosi stereotipi che caratterizzano la realtà delle nostre montagne, così reiterati e variamente dannosi, in un confronto aperto a tutti per il quale ogni voce è importante. Per questo l’invito rivolto a chiunque a partecipare è quanto mai caloroso.

L’evento nasce dalla sinergia tra il Progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” e il Comitato “Insieme per Cime Bianche”, fondato nel 2023 con il supporto dell’Avvocato Emanuela Beacco del Foro di Monza per la tutela legale del Vallone.

Le due realtà hanno già portato la propria voce al Parlamento Europeo e in audizione al Consiglio Regionale valdostano, mentre il Progetto fotografico ha organizzato ormai 33 serate pubbliche in tutta Italia e avviato una petizione internazionale che ha superato le 21.000 firme.

Dunque vi aspettiamo sabato 23 maggio ad Aosta: sarà sicuramente una serata importante nonché, ci contiamo, illuminante. E lunga vita al Vallone delle Cime Bianche!

Per contribuire alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

Il Vallone delle Cime Bianche e la bellezza del “nulla”

Sto ammirando alcune immagini del Vallone delle Cime Bianche, quel meraviglioso luogo d’alta montagna pressoché incontaminato, tra la Valtournenche e la Val d’Ayas, minacciato da un devastante progetto funiviario e sciistico che la Regione Valle d’Aosta vorrebbe imporgli per unire i due comprensori sciistici di Cervinia e del Monterosa Ski.

Osservo le immagini e mi chiedo: perché questo luogo appare così bello? Per le meravigliose montagne che lo contengono, per il mirabile paesaggio, per la Natura incontaminata… sicuramente per tuto questo. Ma c’è un’altra cosa, io credo, che un luogo come il Vallone delle Cime Bianche offre e lo rende così bello e prezioso: perché non c’è nulla. E in un mondo come quello in cui viviamo, iperurbanizzato, antropizzato quasi in ogni suo spazio sfruttabile, modificato e trasformato per adattarlo alle nostre esigenze quotidiane, pieno di tutto dappertutto, il “nulla” diventa qualcosa di raro e inestimabile, dunque di prezioso e di necessario, di salvifico, di bellissimo da contemplare proprio perché alla contemplazione, e alla conseguente elaborazione intellettuale, consente la massima libertà, proprio come la montagna autentica è ambito che manifesta e induce libertà. Il che è poi un’altra manifestazione dell’armonia tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore che genera la relazione culturale tra noi e i luoghi che viviamo e che ci fa sentire bene in essi, quindi bene in noi stessi.

Sempre più persone sanno comprendere e apprezzare questo dono che il Vallone delle Cime Bianche e gli altri luoghi similari offrono: perché vivere per la maggior parte del nostro tempo nel tutto, tra case, strade, manufatti e infrastrutture d’ogni sorta ci determina una percezione, e a volte anche una condizione oggettiva, di limitazione oltre che di miopia verso il paesaggio naturale e la sua bellezza, per come la sua visione sia costantemente condizionata alla presenza delle cose umane. Dunque, poter tornare in luoghi dove queste cose non ci sono, dove il paesaggio è libero, dove nulla lo limita e lo assoggetta, è qualcosa di veramente benefico e salutare se non salvifico, appunto.

Purtroppo, di contro, alcune persone, per loro evidenti problemi nella relazione che elaborano con il mondo e i luoghi in cui vivono, quel “nulla” non lo sopportano, lo ritengono fastidioso, irritante, lo credono un “vuoto” e in quanto tale da riempire appena possibile. Forse perché è vuoto il loro paesaggio interiore e, per questo, in base al principio sopra enunciato ma qui in forma ribaltata, vedono vuoto anche il paesaggio esteriore. Anche quando e dove sia pieno di mille cose meravigliose, che evidentemente non sanno percepire, vedere, comprendere. Il vuoto per loro diventa una fobia ossessiva, li spaventa, un po’ come accade per altre persone con il silenzio: una condizione di assenza di rumori e disturbi acustici percepibili che, per molti versi, rende più sensibile l’ascolto di se stessi. Qualcosa di spaventoso, appunto, per chi sa, più o meno consciamente, di non avere molto da poter offrire all’ascolto.

Ecco, temo sia ciò che accade anche con il nulla, ritenuto “vuoto”, di certi luoghi non antropizzati e ancora incontaminati come il Vallone delle Cime Bianche: la cui meravigliosa, inestimabile assenza di cose umane infastidisce e spaventa chi non sa comprendere la rarità e la preziosità del luogo e per questo cede all’impulso gretto della propria fobica ossessione decidendo che anche lì bisogna fare “cose”, bisogna costruirci qualcosa, bisogna piazzarci l’ennesima funivia, l’ennesimo segno di conquista umana del paesaggio e della sua sottomissione ai voleri, alle mire, agli interessi di quei pochi che, malauguratamente, detengono il potere di comportarsi in questo modo così insensato. Come se nel resto del mondo d’intorno non ci fosse già tutto ovunque, appunto, come se già troppo spazio, troppo suolo, troppa Natura non fossero stati consumati, spesso in modo non solo eccessivo, invasivo e impattante ma pure degradante e distruttivo. No, bisogna fare di più, costruire di più senza porsi limiti, riempire il vuoto, annientare quel nulla, cedere al vuoto e al nulla che si ha dentro, in menti e anime sterili, insensibili, devitalizzate, ormai incapaci di comprendere la bellezza che sta anche nelle cose più semplici e naturali, persino in un Vallone dove non c’è niente e, per questo, c’è tutto ciò che ci serve per stare bene e vivere meglio.

N.B.: ricordo sempre che continua la lotta degli amici di Varasc.it e del Comitato “Insieme per Cime Bianche” volta alla tutela del Vallone, per la salvaguardia del suo ambiente naturale d’alta quota e contro i progetti di sfruttamento turistico. Li trovate qui: https://www.varasc.it

Per contribuire con loro alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

Tutte le foto che vedete in questo articolo sono tratte dalla pagina facebook.com/varasc.

La montagna non si “usa”, si vive!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Mi pare evidente che molte persone, quando salgono sui monti, assumono un atteggiamento di mero uso della montagna, per ragioni ludico-ricreative in primis ma non solo per questo. Non gliene faccio una colpa, sia chiaro, si tratta di comportamenti indotti dal costume del momento, da certo immaginario diffuso e, non di meno, da chi ha tutto l’interesse che si frequenti le montagne senza pensare troppo a ciò che si sta facendo perché su quei comportamenti ci costruisce i propri business.

Quanto sopra vale anche in altri ambiti: si pensi a come i beni comuni dei territori montani – acqua, legno, rocce, terre… – non siano definiti così nel lessico diffuso ma «risorse»: qualcosa da utilizzare e sfruttare, al fine di ricavarci una certa convenienza – di tale questione ne ho scritto di recente qui. Una visione prettamente utilitaristica, motivata materialmente dalla necessità di usufruire di quelle “risorse” ma ingiustificabile quando finisca per trascurare cosa realmente siano: beni comuni, appunto, oltre che elementi che danno vita all’intero ambiente, non solo a noi umani (che peraltro dell’ambiente siamo parte integrante, anche se ce ne siamo ormai dimenticati).

Il principio di fondo è lo stesso: molte persone usano le montagne per ricavarci una convenienza personale, sia anche solo il puro divertimento: legittimo, per carità, ma che non dovrebbe dimenticare il senso del contesto. Perché la montagne – territori speciali sotto infiniti punti di vista, inutile dirlo – non vanno “usate”, vanno vissute. Anche per quelle poche ore che ci si sta per svagarsi. Vanno vissute perché fanno vivere: lo sostengono tanti che ci vanno, ad esempio per “rigenerarsi” dalla quotidianità in città. Ecco, appunto: ma se la quotidianità che ci tocca vivere oggi è quasi del tutto fatta di azioni gioco forza utilitaristiche, dobbiamo proprio riproporre questo modus vivendi anche in montagna? Dobbiamo usarla come fosse una mera risorsa dalla quale ricavarci una convenienza personale, o non sarebbe molto più bello e gratificante viverla per quello che è realmente, cioè un bene che ci fa bene?

[Uno dei meravigliosi disegni “didattici” di Michele Comi.]
Posta questa realtà, è triste e irritante constatare che, non di rado, quelli che “usano” le montagne in maniera utilitaristica e, dunque, consumistica – cioè come fossero risorse da sfruttare e consumare – sono gli stessi amministratori locali, i quali invece di riconoscere il fondamentale valore culturale di bene comune dei propri monti, decidono di sfruttarli e “valorizzarli”, cioè metterli a valore così che si possano usare, possibilmente pagando un prezzo. Una mercificazione consumistica, in pratica, come se le montagne fossero territori simili a tanti altri, spazi come quelli urbani concepiti come mere risorse da utilizzare. Quegli spazi che sono diventati dei non luoghi, nei quali conta solo l’uso che se ne può fare perché tutto il resto, la loro bellezza, l’anima, l’identità, si è perso o è stato sacrificato al tornaconto.

Il pensiero che anche le montagne possano diventare dei “non luoghi” dovrebbe essere semplicemente spaventoso. Eppure, ecco la proliferazione di infrastrutture turistiche che non danno nulla ai territori montani (anzi, li degradano) ma che le persone possono usare, la lunaparkizzazione delle montagne le cui specificità paesaggistiche e ambientali vengono annullate e piegate al servizio dell’attrazione ludica, la neve artificiale che, utilizzando l’acqua come “risorsa”, appunto, e dimenticano che sia un bene comune, permette di usare i pendii montani per il mero divertimento di chi vuole sciare anche se non ci sono le condizioni per farlo – di chi si disinteressa della montagna e della sua realtà, in buona sostanza. Eccetera, di esempi simili se ne possono fare molti.

Ma la montagna, quando usata, mercificata, consumata, venduta come una risorsa da sfruttare, viene condannata alla decadenza. Come ogni luogo che va vissuto e invece ciò non avviene. E ogni risorsa troppo sfruttata, senza consapevolezza, senza buon senso, senza limiti, prima o poi finisce. Siamo disposti a correre questo rischio? Possiamo essere talmente stolti?