E’ ormai un successo consolidato, come sanciscono le ultime statistiche rese note dal MELMA, il Movimento Editori Laidamente Monopolisti e Affaristi, principale organo di rappresentanza del comparto editoriale nostrano. Anche per il secondo semestre del 2016, la vendita di libri in ItaGlia è aumentata del 95%, raggiungendo un nuovo record che solo un paio d’anni fa sembrava cosa meramente utopica e piazzando il nostro paese in vetta alla classifica per quanto riguarda le vendite di volumi pro capite. Un consenso di pubblico confermato anche dall’analogo e recente successo di #ioleggomacché – successo peraltro ampiamente previsto, al punto che i comunicati stampa che lo decretavano erano già stati approntati da mesi con ammirevole lungimiranza: una dote peraltro ampiamente riconosciuta agli editori nostrani.
«Rivendichiamo nuovamente il merito di questa grande rivoluzione!» esulta Paolo Marchillo, presidente generale del MELMA. «Una rivoluzione tanto semplice quanto geniale, che ha riportato nelle case degli italiani i libri in gran quantità, e ha reso di contro i nostri connazionali fieri e orgogliosi di mostrare gli scaffali delle proprie case piene di volumi d’ogni sorta.» Una rivoluzione effettivamente ingegnosa, quella messa in atto dal MELMA dallo scorso anno in moltissime librerie italiane: dopo poche ore dalla prima esposizione nelle vetrine, i libri finti hanno cominciato ad andare a ruba, in un crescendo di vendite che ha poi conseguito i record oggi celebrati.
«Per tanti anni ci siamo arrovellati sul complicatissimo lavoro delle redazioni editoriali» riprende a spiegare Marchillo, «lavoro peraltro incerto per sua natura, al fine di proporre al pubblico ciò che il pubblico volesse leggere. Abbiamo tralasciato la letteratura propriamente detta per offrire temi nazional-popolari e cose sempre più al passo coi tempi, eppure le vendite continuavano a crollare. Poi, in ambito MELMA, ci siamo detti: perché credere che un libro sia qualcosa di diverso rispetto a tutti gli altri oggetti che oggi il pubblico ama? Perché deve essere diverso da uno smartphone, il cui valore fondamentale non è ciò che offre in termini di tecnologia ma è nella visibilità sociale, nel logo, nell’immagine. In buona sostanza, oggi la gente con un telefonino non vuole telefonare, vuole soprattutto far sapere di possederlo. E perché dunque non dovrebbe accadere con i libri?»
Da queste considerazioni è partita la rivoluzione dei libri finti: se la gente non compra più libri perché non ha più interesse a leggerli, è inutile ostinarsi nel cercare di riportarla alla lettura. Gli venga dato ciò che vuole: libri che non siano da leggere ma che si possano ostentare, da riporre in gran quantità sugli scaffali così da godere, con parenti, amici e ospiti vari, della bella immagine che possono donare a chi li possiede senza più avere l’obbligo di leggerli. Senza più dover impegnare la mente in testi magari troppo impegnativi, troppo meditativi, eccessivamente “lenti” per la velocità della vita di oggi. In veri e propri mattoni, insomma, pesanti anche metaforicamente per come impediscano di svagarsi in modi ben più leggeri e trendy.
Qualcuno dall’estero però protesta, rimarchiamo al presidente Marchillo, su come quelle classifiche di vendita di “libri” sarebbe inesorabilmente falsate…
«Solo miope stizza da parte di paesi nei quali si vuole ancora imporre un modello di cultura ormai superato, basato principalmente sulla lettura dei libri: roba da uomini primitivi! Siamo nel terzo millennio, è il momento di andare oltre, e noi abbiamo dimostrato che lo si può fare con grande successo.»
Ma con gli scrittori? – chiediamo a Marchillo. Come la mettete?
«Nessun problema. A parte che solo pochi di essi, pochi vecchi nostalgici della pretesa arte letteraria d’antan, ancora protestano in quanto si ritengono esautorati delle loro capacità, a tutti gli altri in fondo facciamo un grande favore: pubblichiamo il loro libro con tanto di copertina ad effetto e bella foto sul retro e nemmeno devono spendere mesi e mesi chini sulle tastiere a scrivere storie che poi, per la maggior parte, sono a dir poco risibili.»
E gli ebook, che a loro volta erano stati definiti una rivoluzione per il panorama editoriale?
«Ebook? Quali ebook?» ci risponde in tono ironico Marchillo. «Ma veramente vogliamo ancora credere che la gente su un tablet si metta a leggere un libro? Sul tablet la gente vuole stare su facebook o twitter oppure scaricarsi e vedere un film senza pagare nulla, mica ci legge i libri!»
Insomma, il MELMA esulta su tutta la linea, forte di statistiche di vendita indubbiamente chiare. Non solo, la rivoluzione ormai è lanciata e prosegue la sua corsa: a breve verranno lanciati i primi libri-custodia per smartphone, così che i volumi non solo facciano bella mostra di sé sugli scaffali di casa ma possano permettere alla gente di girare per paesi e città con un libro aperto tra le mani e il proprio smartphone dentro. Vedremo il nostro paese pullulare di persone di ogni sorta concentrate sul loro bel libro aperto, una circostanza che certamente gioverà in modo incalcolabile all’immagine sociale del paese stesso, sostiene il MELMA.
Sembrano così lontani i tempi in cui si riteneva di dover contestare quel celebre assioma per il quale “con la cultura non si mangia”. In fondo, c’era solo da capire la questione in modo alternativo, ovvero che è sempre più salutare una bella dieta e lasciare semmai che siano gli editori a sacrificarsi e ingrassare. Inoltre, senza dover perdere altro tempo nella lettura dei libri e con la mente deliziosamente inattiva e dunque rilassata, ne avremo anche di più per starcene davanti alla TV o sui social, divertendoci alla grande senza nemmeno più rimorsi di coscienza!
Categoria: Articoli
Éntula, la via sarda (targata Lìberos) per la riconquista dei lettori perduti
Più volte nei miei articoli qui e altrove ho fatto cenno a Lìberos, la comunità dei lettori sardi che riunisce professionisti del settore editoriale, librai, bibliotecari, associazioni culturali, media e location partner, festival, amministrazioni locali e, ovviamente, appassionati di libri in una rete che sostiene numerose proprie attività di promozione della lettura e promuove, nonché qualifica con le sue competenze, tutte le realtà sane esistenti sul territorio sardo che aderiscono al suo circuito. Accenno spesso a Lìberos perché la ritengo la migliore e più efficiente esperienza di promozione del libro e della lettura esistente oggi in Italia, dunque un modello al quale altre zone del paese, a livello più o meno locale, possono e potrebbero ispirarsi – naturalmente con l’intento finale di una sola rete nazionale che sostenga l’editoria indipendente in modo definitivamente efficace, appunto, oltre che politicamente importante.
Ora torno a occuparmi di Lìberos per un’ennesima ottima ed emblematica iniziativa, che ritengo tale sull’onda della personale convinzione che, per far tornare a leggere quella troppo grossa fetta di italiani che non leggono, bisogna in primis rimettere nel loro campo visivo il libro come oggetto, come “gadget” (ciò che non sarà mai nel concreto, ma giusto per riportarlo in un’area di interesse nazional-popolare) ordinario, invitante e intrigante – quanto già indicavo un paio di articoli fa, insomma. Sto parlando di Éntula, il “festival letterario diffuso” che, giunto quest’anno alla terza edizione, da aprile a novembre animerà le piazze, le biblioteche e i teatri dei piccoli e grandi centri della Sardegna. In pratica (leggo dalla presentazione), “Un suggestivo tour letterario costruito su misura per l’isola, per portare gli autori più conosciuti nei centri meno conosciuti, e gli autori esordienti sui palchi più ambiti. Autori sardi, italiani e internazionali che per sette mesi attraverseranno l’isola guidati da Lìberos e dagli animatori della nostra comunità culturale: lettori, bibliotecari, librai, associazioni, scrittori stessi.” E più oltre: “Un festival permanente spalmato sull’intero territorio, perché la festa del libro, come quella della donna e degli innamorati, come il giorno della memoria, o è tutti i giorni, o non è. Raggiungere anche i paesini più piccoli, lontani dai grossi centri e dalle spiagge, quelli dove “non succede mai niente”, dove l’unico sogno dei giovani è scappare, perché la vita è altrove. Rendere ognuno di questi paesi protagonista per un giorno, attrazione di un pubblico di lettori che vengono dai paesi vicini o dalle città per ascoltare l’autore preferito, ma anche di abitanti del luogo che spesso non sono lettori, ma partecipano perché è un evento della comunità.”
Credo non serva rimarcare come queste parole contengano l’essenza di una pratica a dir poco fondamentale per la diffusione della lettura (e dell’interesse culturale in senso generale) nonché un concetto che, traslato in altro ambito ma con identico senso, sarebbe altrettanto fondamentale per il comparto editoriale indipendente italiano: comunità. Fare comunità ovvero di molti interessi affini, se non equivalenti, farne uno solo; coordinare gli sforzi di vario genere che mirino a quell’interesse comune e farli convergere; generare energia culturale diffusa, per il semplice motivo che la cultura e tutto quanto è ad essa conforme è un valore civico, importante nella grande città come nel borgo sperduto, e oggi in Italia è certamente la filiera editoriale indipendente a poter soddisfare tale bisogno, quando invece la grande editoria dimostra di aver sempre meno considerazione di quel valore civico e culturale per conferire sempre più importanza al mero tornaconto commerciale della vendita di libri – come se l’esercizio della lettura fosse cose secondaria, trascurabile, irrilevante.
Torno a leggere la presentazione: “Éntula è momento visibile di relazioni invisibili, di collaborazioni e combinazioni, il punto di arrivo di mesi passati a trovare punti in comune e strade da battere insieme a strutture pubbliche e private. (…) Il primo passo per far diventare il consumo culturale da evento a consuetudine irrinunciabile, per rendere ordinario lo straordinario e accessibile l’inaccessibile.” Ecco, esattamente il concetto che ho sostenuto in principio d’articolo e in tante altre occasioni: purtroppo, in Italia, il libro è stato trasformato in qualcosa non solo di non necessario, ma anche di fuori ordinario. Tempo libero? C’è la TV, i social network, i centri commerciali; il libro, nel modus vivendi imposto dalla società contemporanea e da chi la plasma, non è più stato considerato – strategicamente, ne sono fermamente convinto. Certo, ci sono i grandi e più celebrati eventi dedicati alla lettura, da Torino in giù – che siano benedetti e ben vengano e proliferino eccetera eccetera. Tuttavia, sarà per interesse divergente, per lucido pragmatismo o che altro, ma gli organizzatori di Éntula non sbagliano a segnalare il dubbio che quei grandi eventi alla fine dei conti – ovvero dati statistici alla mano – non apportino quei preziosi vantaggi al mercato editoriale e alla promozione della lettura che sarebbero sperabili e auspicabili. O forse sì, forse senza di essi la situazione sarebbe pure peggiore, ma certamente la loro durata limitata e la concentrazione in un certo luogo – generalmente una città a volte grande, e intendo concentrazione di persone e di attenzione – non agevola una larga fetta di pubblico la quale, se non è motivata a visitare tali eventi, certamente rischia di non godere dei relativi vantaggi. In parole povere: chi non legge non va a Torino, a Roma o a Mantova – giusto per citare tre location di eventi tra i più noti. Per questo trovo che Éntula sia un’idea assolutamente rimarchevole e da imitare altrove il più possibile: se il lettore non va al libro, che i libri vadano ai lettori, ovunque essi siano, e ci vadano in modo convincente e allettante, innescando quel meccanismo di appagamento suscitato dall’essere parte di un gruppo socialmente riconoscibile, di una comunità, appunto – una comunità viva e articolata come dovrebbe essere quella che riunisce chiunque nutra la passione per una cultura viva e articolata come quella del libro e della lettura. Viva, anche come in fondo segnala lo stesso nome del festival sardo, Éntula da entulare: “Separare il grano dalla pula, fare una scelta di valore, raccogliere quel grano che poi diventa pane e fare della cultura un pane quotidiano che abbia il sapore del pane della festa.”
God save the Queen’s bookshops! Come la Gran Bretagna cerca di sostenere le librerie indipendenti (dopo averle quasi ammazzate!)
A qualche settimana dalla “vittoria sul campo” sulla legge Levi – vittoria di una battaglia che, pleonastico rimarcarlo, non significa affatto trionfo nella guerra dell’editoria nazionale – torno a dissertare un poco sul tema, nel mentre che la situazione pare assestata su una calma apparente la quale mi auguro non tolga nulla all’energia e alla tensione necessarie alla filiera editoriale indipendente per contrattaccare, quanto prima, e per finalmente uscire dalle posizioni di subordine finora mantenute e rivendicare con forza la propria identità in faccia ad un mercato che i poteri forti dell’editoria di sicuro quanto prima tenteranno nuovamente di mangiarsi.
Vi disserto sopra, a tali questioni, utilizzando la vecchia, banale ma sovente fruttuosa pratica dello sbirciare altrove che succede, e in particolare verso un paese la cui realtà della distribuzione e della vendita di libri è stata ed è tuttora alquanto emblematica, soprattutto per noi in Italia: la Gran Bretagna. A differenza di altri paesi europei ove esistono leggi che fissano lo sconto massimo applicabile al prezzo di vendita dei libri – Francia, Spagna ad esempio, per non citare poi la Germania ove lo sconto non esiste nemmeno – e nei quali le librerie indipendenti si difendono piuttosto bene dall’avanzata dei grossi gruppi editoriali e dei colossi della vendita on line, ovvero rispetto alla situazione italiana e alla nostra scassatissima legge Levi, che pur non essendo nulla di eccezionale risulta comunque sgradita ai grandi editori, come abbiano visto un mesetto fa, nella Terra di Sua Maestà non esistono leggi di regolamentazione del prezzo dei libri e la scontistica è libera. Ciò ha provocato in pochi anni un vero e proprio massacro delle librerie indipendenti e una correlata fagocitazione del mercato da parte dei principali e più grandi gruppi editoriali, i quali ovviamente hanno fatto cartello, hanno aumentato i prezzi imponendoli ai punti vendita controllati e così hanno generato un doppio danno per i lettori – nonché per il mercato, per il panorama culturale nazionale (dato che insieme a molte librerie sono morti anche parecchi editori indipendenti) e per sé stessi. E’ successo qualcosa, insomma, che potremmo veder accadere anche in Italia, in caso di abolizione della legge Levi o di qualsivoglia altra regolamentazione del mercato editoriale.
Fatto sta che, in Gran Bretagna, la situazione s’è rapidamente aggravata al punto da non poter più essere ignorata, dal pubblico dei lettori in primis ma anche da elementi istituzionali del panorama editoriale e politico, e da qualche tempo sono nate iniziative di salvaguardia della filiera editoriale indipendente piuttosto interessanti e a loro volta significative.
Innanzi tutto, è rimarcabile la presa di posizione a difesa delle librerie indipendenti di uno dei più grandi editori angloamericani, Penguin Random House. Hannah Telfer, responsabile del settore Consumer e Digital Development dell’azienda, ha dichiarato che “la raccomandazione umana rimarrà sempre fondamentale nella ricerca dei libri”, esprimendo una scelta di campo praticamente opposta al “modello Amazon” basato su Big Data e smart algorithms. Scelta dalla quale è poi nata una delle suddette iniziative di salvaguardia dell’editoria indipendente: “My independent bookshop”, una piattaforma innovativa con la quale si mettono in correlazione e dialogo e-commerce, passioni dei lettori e salvaguardia delle librerie indipendenti. I membri di “My independent bookshop”– semplici appassionati, blogger, bibliotecari, esperti di letteratura eccetera – allestiscono negozi virtuali dove possono mettere in mostra fino a 12 libri, raccomandandoli e condividendoli con le rispettive community attraverso Facebook, Twitter, Google+ e gli altri social. Quando un lettore acquista un libro, entra in gioco la piattaforma e-commerce “Hive”, connessa con centinaia di librerie indipendenti sparse nel Regno Unito, che si occupa non solo della transazione ma anche di stornare una percentuale del ricavo a favore della libreria preferita dall’acquirente.
Altra iniziativa interessante nata all’ombra del Big Ben è “Books are my bag” una campagna a difesa delle librerie indipendenti o, ancor più, di presa di coscienza dell’importanza di esse e della loro presenza urbana. Partendo da tale presupposto e da dati statistici incontrovertibili tanto quanto ignorati dai grandi editori – ad esempio, il 68% dei lettori preferisce scoprire nuove letture nei bookshop (Fonte: Censuswide, giugno 2013), o la stima che le librerie siano responsabili della scoperta del 21% dei titoli venduti per un valore generato attorno ai 450 milioni di sterline (Fonte: Bowker, marzo 2013), oppure ancora il dato indicante che dopo la chiusura di molte librerie indipendenti una vendita editoriale su 10 non è migrata verso altre librerie o nel canale on line, il che, in soldoni, significa che un certo numero di lettori si è sostanzialmente perso – “Books are my bag” ha coinvolto i vari elementi della filiera editoriale in un lungo e costante calendario di eventi: una grande festa “nazionale” di lancio dell’iniziativa, che si ripete annualmente in autunno, la distribuzione di una shopper estremamente modaiola (anche in una versione artistica, firmata da Tracey Emin), un concorso e un fitto calendario di incontri, attività, presentazioni e attività social per risvegliare il senso di appartenenza dei lettori alle loro comunità di quartiere (che in metropoli come Londra non è affatto cosa da poco). I risultati di tutto ciò non hanno tardato ad arrivare: nella sola prima settimana di lancio dell’iniziativa, secondo quanto dichiarato dalla Bookseller Association, le librerie coinvolte hanno guadagnato il 18% sulle vendite rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’idea adesso, dopo una valutazione dei risultati complessivi della campagna in questi primi due anni di azione, è quella di ampliarla e renderla costante durante tutto l’anno, piuttosto che concentrata in un periodo limitato.
Insomma: in Gran Bretagna sono dovuti arrivare in vista dell’orlo del precipizio per invertire la marcia e tornare su terreni più agevoli e tranquilli. Da noi, lo sapete bene, ci sono anche ora in corso alcune iniziative che, almeno nello spirito, vorrebbero conseguire risultati simili ai pari progetti britannici, e c’è da augurarsi vivamente che tali buoni risultati arrivino. Ciò che manca, a mio parere – e spero ancora per poco – è una strategia programmatica messa in atto dall’editoria indipendente per non dover più subire le mosse della grande editoria ma per contrastarle e reagire – propositivamente – con indipendenza di mezzi, di azioni, di intenti e di scopi. Per non dover più rincorrere un mercato trainato e soggiogato dai grossi gruppi editoriali, in pratica, ma per riavere tra le mani le redini che le spettano. E, magari, pure per guadagnarne qualcun’altra.
Rimettere in testa alla gente l’oggetto-libro per tornare a leggere. L’esempio di “Libri sotto i portici” a Castel Goffredo
Ogni qualvolta vengano pubblicate statistiche e dossier di varia natura sullo stato della lettura di libri in Italia – inesorabilmente fotografanti una situazione sempre più tetra, come sapete bene – ci si interroga sui vari possibili perché e sul come poter invertire una tale tragedia culturale. E’ palese che – io continuo a credere per precisa strategia, almeno per certi aspetti – si sia fatto di tutto per disabituare la gente alla pratica della lettura, imponendo una versione moderna e ben “dopata” del panem et circenses di epoca romana, rivelatosi assolutamente efficace anche oggi.
In ogni caso, al di là di tali inevitabili considerazioni, credo anche che non solo manchi un buon e diffuso esercizio della lettura, nel nostro paese, ma manchi pure il libro, ovvero l’oggetto in quanto tale, simbolo culturale per eccellenza per possibilità di diffusione e per economicità (l’ho più volte rimarcato, anche qui). Temo, insomma, che a molti italiani manchi proprio la presenza mentale, mnemonica, intellettuale o che altro di simile del libro, manchi l’attenzione e la considerazione primaria verso di esso, quella che te lo fa balzare in mente come qualcosa di bello, di gradevole e ancor più di ordinario, di normale, e che dunque per diretta conseguenza ti generi la voglia di leggerlo.
Riportare i libri in mezzo alla gente, e nel modo più diretto, meno mediato e più fruibile possibile, in pratica. Qualcosa del genere da ormai più di quattro anni a questa parte lo fa Castel Goffredo, comune in provincia di Mantova già noto in qualità di “città della calza”, ovvero centro di riferimento di un distretto industriale della calzetteria di rilevanza mondiale ma, appunto, dal 2011 organizzatore di “Libri sotto i portici“, evento con cadenza mensile il cui nome, nella sua semplicità, è del tutto programmatico. Ne parlo qui dacché, nonostante sia una manifestazione dall’esistenza già consolidata, ho potuto riscontrare che non sia ancora così nota tra gli appassionati di libri e lettura quanto meriti, e perché – ribadisco – trovo sia un’iniziativa tanto semplice e “popolare” quanto preziosa e proficua, stante ciò che poco fa ho rimarcato.
“Libri sotto i portici” è nata il 6 febbraio 2011, giorno della prima edizione, con grandi ambizioni: fare di Castel Goffredo uno dei maggiori mercati italiani del libro usato (ma non solo), se non il maggiore, nonché un punto di riferimento nazionale per le pratiche pubbliche di agevolazione della lettura. Gli organizzatori (ovvero il “Comitato Libri Sotto i Portici” che riunisce in una notevole ed esemplare “rete” la onlus Gruppo San Luca, la Pro Loco Castel Goffredo, l’Associazione Commercianti, il Circolo Collezionisti Castellani e gli Amici delle Biblioteche Comunali di Mantova) hanno affidato le proprie ambizioni a più di un fattore: l’ospitalità ai librai gratuita, poiché non si paga plateatico; la manifestazione a prova di maltempo, perché “Libri sotto i portici” ha come palcoscenico l’ampia rete dei portici, tra antichi e contemporanei, oltre quattrocento metri protetti dalla pioggia e dalla neve, che possono accogliere dalle 100 alle 150 bancarelle e relativi librai; ogni appuntamento contraddistinto da un fil rouge che mette in evidenza temi di interesse comune: ad esempio, per quello appena trascorso del 5 aprile, erano protagonisti Natura, fiori, frutti, giardini, erboristeria, farmacopea, medicina e cura naturale del corpo (qui, poi, trovate il calendario degli altri appuntamenti per l’anno in corso).
Sulla giornata mondiale della poesia. O sugli estremi onori? Insomma, la poesia oggi, al tempo del web
Sabato scorso, 21 marzo, si è festeggiata la Giornata Mondiale UNESCO della Poesia.
La poesia, sì.
P-o-e-s-i-a.
Massì, dai, quella cosa che sta coi relativi libri sugli scaffali più nascosti e impolverati delle librerie! Quella che vi insegnavano (e insegnano, temo) a scuola spesso col preciso intento di farvela odiare, quella che in tanti oggi dicono di scrivere e si fan chiamare “poeti” e invece risulta più poetico uno scontrino del supermercato! Quella che…
Avevate di meglio da fare quel sabato, dite? Beh, avete ragione. Sono d’accordo perché queste giornate piazzate una tantum nel corso dell’anno – a qualsiasi tema siano dedicate – a me odorano sempre di sostanziale inanità, concentrando l’attenzione popolare in un unico momento e, inevitabilmente, sfumandola per il resto dell’anno. Inoltre, sono d’accordo per colpa stessa della poesia. O di quella che troppe volte oggi viene spacciata come tale quando invece, di autentico spessore poetico-letterario, ne sanno generare di più i paracarri in pietra lungo le strade di campagna.
Beh, preciso, se ce ne fosse il caso: colpa dei troppi presunti e pretesi poeti. Quelli che scrivono e a volte riescono a pubblicare (ahinoi) poesia senza padroneggiarne la materia, pensando che la scrittura poetica sia solamente una questione di pseudo-espressività interiore più o meno estetizzata, magari con qualche rima, qualche assonanza, qualche frase a effetto che dia l’impressione di struggimento spirituale – quello che per convenzione il poeta patisce e dal quale proviene poi il relativo afflato poetico. Maddeché?
Ma, a parte tali osservazioni di natura primaria su certa produzione (non)poetica contemporanea, c’è a mio modo di vedere una sorta di handicap che molta poesia contemporanea – nel senso cronologico del termine – si auto infligge. In primis non considerando (o ignorando – per concreta ignoranza, intendo) la lezione delle avanguardie poetiche novecentesche, a partire dal Futurismo, passando per il Gruppo 63 e arrivando alla cosiddetta Terza Ondata, continuando invece su territori espressivi già del tutto esplorati e ormai ancorati al passato – le suddette banalissime estetizzazioni a colpi di frasi-a-effetto, ad esempio: roba che viene gettata immantinente nel cestino della spazzatura pure dal più banale e misconosciuto poeta di fine Ottocento. In secondo luogo, ma a ben vedere credo in modo ancora più importante, non considerando che oggi, ormai la gran parte dell’espressività artistico-letteraria passa innanzi tutto dal web, prima che dalla pur fondamentale carta stampata, e questa circostanza io credo valga soprattutto per un’arte come la poesia, sovente istintiva, spontanea, impulsiva, viscerale, dunque assai adatta ad un ambito come quello della rete.
Ma con criterio, però. Perché se è vero che scrivere di tramonti infuocati o di onde marine sussurranti (a proposito di frasi ad effetto) sul web è un po’ come vestirsi come una dama rinascimentale per andare ad un rave party, è anche vero che le infinite potenzialità che oggi offrono il web e tutte le forme di social networking vanno usate e sfruttate bene. “Internet è un gioco che solo i poeti possono vincere. Se la sfida è commuovere le persone usando soltanto 140 caratteri, o 6 secondi, o 500×500 pixel, il nostro linguaggio dovrà essere carico di significato. Quello che cerco di fare, quindi, è spingere più poeti, nel senso romantico del termine, a usare queste nuove piattaforme”. Questo l’ha detto Steve Roggenbuck, poeta e web-artist americano (citato da Valentina Tanni in questo articolo su Artribune), la cui produzione artistica potrà piacere o meno, ma che senza dubbio ha capito che se la poesia può avere un futuro, è nello sfruttare la propria naturale carica avanguardista – in senso espressivo tanto quanto linguistico – e nel farlo utilizzando quanto di più attuale e avanguardista è oggi disponibile. Negli USA si è già formato una sorta di movimento di nuovi web-poeti, denominato Alternative Literature – più conosciuto come Alt Lit), che si è dato come scopo principale quello di creare un innovativo modo di scrivere, raccontare, narrare, comunicare, ovvero un nuovo linguaggio il più possibile consono ai tempi e agli strumenti di comunicazione contemporanei. Riscoprendo peraltro forme espressive avanguardiste di qualche tempo fa come ad esempio la poesia visuale, la quale, capirete bene, nel regno dell’immagine totale del web può non solo rinascere ma fiorire alla grandissima, e con risultati potenziali impensabili. Trovate molte opere del suddetto movimento, come in generale delle nuove forme letterarie contemporanee basate sul web, nell’ormai celebre contenitore di UbuWeb, non a caso fondato nel 1996 da un poeta, Kenneth Goldsmith.
Insomma: un evento potenzialmente insulso (suo malgrado) come la Giornata Mondiale della Poesia appena trascorsa, ovvero il senso stesso di poesia oggi considerabile (al di là, ribadisco, dei pochi geni che sappiano ancora fare autentica poesia in modo “classico”. Ma, appunto, personalmente li conto sulle dita di una mano!) può trovare un suo apprezzabile valore solo se la poesia saprà tornare ad essere ciò che è sempre stata, l’arte letteraria più innovativa, illuminante e sperimentale, e se lo saprà fare restando assolutamente e interattivamente legata al tempo in cui si manifesta, dunque al presente e al futuro, non al passato. Nonché, cosa a mio modo di vedere anche più importante, tornando a essere realmente conosciuta e compresa nelle sue peculiarità più profonde ed essenziali. Per essere, in qualità di poeti, “Un incrocio tra Walt Whitman e Ryan Trecartin” – sono parole ancora di Goldsmith – dunque dotati di ispirazione storica di stampo romantico e insieme di attitudine ipercontemporanea ai formati web.
Se così sarà, o se così da qualche parte già è, allora auguri di buona ed eterna giornata della poesia, sul serio!
