Se l’editoria nazionale è nelle mani di personaggi infantili e sboroni…

Salone-Torino-MilanoNo, dai… fino a che livello di ridicolaggine vogliamo arrivare?
Sì, insomma, intendo dire… la questione “Salone del Libro a Torino o a Milano”. È da pochi giorni che s’è scatenata e già è roba da restare basiti. Letteralmente basiti.
Lo anticipavo giusto nel mio precedente articolo su Cultora e qui sul blog (ma articolando la riflessione in modo – diciamo – più diplomatico e analitico) cosa mi pareva stesse uscendo da questa improvvisa querelle. Solo che al solito, la realtà dei fatti ha superato rapidamente ogni speculazione e, intendo dire, verso il basso: il tutto sta già assumendo contorni ridicoli, se non proprio grotteschi ovvero assai irritanti.
Che l’editoria non fosse ormai più, e da parecchio tempo, un’eccellenza nazionale, sotto diversi punti di vista (o sotto tutti i punti di vista?) lo avevamo capito. Ma qui siamo veramente caduti nei consueti e inguaribili vizi italioti, siamo ai soliti campaniletti che si fanno credere possenti ma sono in realtà fatti di inconsistente argilla i quali ombreggiano altrettanto soliti orticelli che ci dicono grandi e rigogliosi e invece sono piccoli, piccolissimi, e assai poveri di buone colture. In essi ormai non si odono che voci boriose, sbraiti sguaiati, capricci infantili, piagnistei, accuse e contro accuse e (scusate) gli “io-ce-l’ho-più-grosso-di-te” (ehm… lo spazio per allestire il Salone, diciamo…) con i contrapposti “no-io-di-più” eccetera, eccetera, eccetera. Dietro a tutto ciò, non è difficile immaginare chissà quali giochi di potere più o meno politici, accordi sottobanco, tornaconti più o meno leciti, lotte intestine per poltrone e scranni vari e quant’altro di – appunto – così tipico, così solito, così tradizionale nelle cose istituzionali (o similmente tali) di questo nostro paese.
Sia chiaro: non sto affatto difendendo Torino ovvero propugnando Milano o viceversa. Anzi, tutt’altro. Semmai, molto più semplicemente ma pure più concretamente, mi faccio domande del tipo: beh, signori voi tutti, ma dove vogliamo andare? Quanto ancora più di adesso volete affossare (e chissà che non sia la botta definitiva) il mercato dei libri in Italia? Perché è lampante fin d’ora, la sorte: di questo passo tale manfrina sabaudo-meneghina, con tutto ciò che vi sta dietro, finirà per danneggiare una volta di più il libro e la lettura, nel nostro paese: un paese nel quale si è reso palese che un Salone del Libro è fin troppo (che sia per colpe sue – e ce ne sono a iosa – o per l’ormai appurata scarsa propensione dell’italiano medio verso la lettura – adeguatamente coltivata da una strategia istituzionale mirata ed efficiente), figuriamoci dunque due, che per di più si da(ra)nno battaglia togliendosi reciprocamente quel poco di aria che potrebbero respirare per sopravvivere!
No, mi spiace: il mondo del libro e della lettura, in Italia, messo com’è nelle mani di siffatti personaggi tanto infantili e sboroni ai quali mi pare evidente che della letteratura – quella vera, quella che fa autentica cultura – interessa sempre meno, non può andare da nessuna parte. Ergo rassegniamoci a contare gli anni, augurandoci non siano mesi, che mancano al suo funerale, oppure si cambi completamente rotta – e nuovamente, nel mio precedente articolo, qualche indicazione a mio parere buona l’ho data, ovviamente senza alcuna pretesa di ragione. Ma con la speranza che per i libri e la lettura, in Italia, un futuro migliore sia ancora possibile.
Che la speranza è l’ultima a morire, si dice, no? – dunque almeno questa, lasciatecela.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Tra i due litiganti il terzo gode. Anzi, i terzi!

Milano-Torino-bohSarà che invecchiando divento acido, ma a me ‘sta questione del Salone del Libro tirato qui e là tra Torino e Milano, col contorno di inchieste giudiziarie, scontri tra protagonisti del panorama editoriale, interessi vari più o meno nobili, campanilismi da solito rozzo provincialismo italico e quant’altro, sta già assumendo contorni piuttosto buffi, se non già ridicoli.
Da un lato c’è un evento che potenzialmente sarebbe (ovvero lo era, forse, fino a qualche tempo fa) fondamentale per il mondo del libro e della lettura nostrani ma che, ormai, è più simile a un morto che cammina che ad altro. Dal lato opposto c’è una città – Milano – che da sempre si ritiene il fulcro del panorama editoriale nazionale e che sempre ha mal digerito (soprattutto per ragioni meramente politiche) un Salone del Libro fatto altrove, la qual città di contro non ha mai saputo creare una valida alternativa – BookCity non ha lo spessore, nonostante tutto, del Salone torinese ma neanche di altri eventi similari fatti altrove nel paese, e Bellissima è stata un flop parecchio clamoroso (o forse tutto sommato prevedibile?). E infatti, a tal proposito, verrebbe da chiedersi se vi possa essere un pubblico locale interessato ad un evento come il Salone, che a detta di molti vorrebbe imitare – se fatto a Milano, intendo appunto dire – il successo di altri eventi cittadini (Salone del Mobile in primis, col suo Fuori Salone) i quali a loro volta però hanno impiegato decenni per consolidarsi e conseguire quel loro successo – ferma restando un’altra evidenza, ovvero che per nostra mancanza culturale un evento pur grande dedicato ai libri e alla lettura mai potrà raggiungere l’importanza e il valore culturale e industriale in genere come la Buchmesse di Francoforte, la quale è da sempre “la” manifestazione europea per eccellenza dell’editoria, esempio per tutti da nessuno eguagliato.
Dunque, come potrebbe finire ‘sta buffa querelle? Al momento è difficile da dire, anche perché la situazione è ancora in evoluzione – nel bene e nel male. Tuttavia, riflettendoci sopra, in questi giorni, m’è venuto da pensare che questo pare il tipico caso nel quale, tra i due litiganti, alla fine a godere potrebbero essere altri. Altri, sì, al plurale. E vi spiego perché al plurale – con due ipotesi sostanziali.
La prima: tra Torino e Milano potrebbe finire che a godere sia Roma con la sua Più libri più liberi. Fiera dal grandissimo potenziale – fin dal fatto di essere organizzata nella città più grande d’Italia, la quale ne è pure capitale, eh! – ma che, per così dire, si è sempre un po’ autolimitata, e non solo perché la propria “mission” ufficiale è mirata verso la piccola e media editoria ma, ad esempio, per essere ospitata da una location inadatta che ne riduce, appunto, le possibilità di espansione – di spazi, di target, di coinvolgimento settoriale.
La seconda: come ha ben denotato Andrea Coccia su Linkiesta in questo articolo – punto di vista dal quale dunque derivo la mia riflessione –  e se la questione non fosse che un Salone del Libro si faccia a Torino, a Milano o chissà dove ma che semplicemente ci sia? Ovvero: e se un evento del genere che, come ribadisco, forse dei suoi scopi originari e potenziali non ha più quasi nulla, rappresentasse (paradossalmente, ma solo all’apparenza, vista la situazione generale) un’autentica zavorra per il bene del mercato dei libri nostrano e di rimando della lettura? Se piuttosto – posto il nostro essere l’inguaribile paese dei piccoli campanili, di nuovo ribadisco – di un unico grande (e tronfio e sostanzialmente banale e obiettivamente fallimentare nel senso e nella sostanza) evento, l’ideale fosse una rete sinergica di tante piccole e/o più mirate manifestazioni come le tante già organizzate in giro per il paese, sul modello assolutamente vincente di una delle migliori iniziative attuate in Italia a favore dei libri, cioè la rete sarda di Liberos? Una rete, insomma, che unisca Torino, Milano, Roma, Pisa con la sua Fiera, Chiari e Modena con i loro eventi dedicati alla piccola editoria e poi Mantova, Pordenone e così via – potrei continuare a lungo, appunto! – e che in tal modo amplifichi i singoli successi distribuendone i benefici sull’intero territorio nazionale anche grazie all’inclusione effettiva, e non solo d’immagine e/o di mera convenienza – di tutti gli attori della filiera editoriale, dall’alto in basso e viceversa compresi dunque librai, biblioteche, circoli di lettori, eccetera. Una rete capillare, assolutamente democratica – nel senso che il grande editore così come il piccolo dovrebbero vedersi garantiti gli stessi diritti e le stesse possibilità, senza ghettizzazioni, marginalizzazioni commerciali o quant’altro di traviante il non a caso detto libero mercato: tanto il grande editore sarà sempre più visibile, ma almeno che non oscuri e soffochi il piccolo! – coinvolgente in modo ecumenico dacché capace di giungere ovunque, dal centro della grande metropoli fino al paesino sperduto nella più remota vallata alpina o appenninica.
Utopia? Forse, viste appunto le tante ombre che gli altrettanti campanili proiettano un po’ ovunque. D’altro canto, cosa facciamo? Il mercato editoriale, nonostante qualche zero-virgola di ripresa, permane in stato comatoso; il Salone del Libro, così com’è – e che resti torinese o vada a Milano o chissà dove – è ormai cadaverico; di cultura diffusa, di contro, c’è un bisogno pressoché disperato, qui, anche per contrastare il sempre più dilagante analfabetismo funzionale… Anche per questo la disfida tra Torino e Milano sul Salone mi pare quanto meno stucchevole. La questione piuttosto è: cosa serve al mondo dei libri e della lettura italiani per riprendersi e per tornare ad essere fonte di preziosa cultura diffusa? Un Salone del Libro come quello finora realizzato? Oppure serve altro? E quest’altro che può servire, c’è già, va realizzato, va adattato, riconfigurato?
Serve lavorare nel presente per costruire il futuro, insomma, e non viceversa. Altrimenti, tra due, tre o mille litiganti, alla fine nessuno mai potrà godere qualcosa.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Anvedi er Premmio Strega!

strega2016bDunque Edoardo Albinati, con La Scuola cattolica, ha vinto lo Strega 2016.
Bene: complimenti!

Ora, posto quanto scrissi qualche settimana fa su cosa sia, oggi – o meglio: da un certo tempo – il Premio Strega, mi è tornato pure in mente ciò che in merito ai finalisti avevo letto ovvero ha scritto sul proprio profilo facebook un tot di tempo fa, dunque in tempi non sospetti, Giulio Mozzi – uno dei migliori scrittori italiani in senso assoluto: il che significa uno di quelli di maggior valore letterario, non di celebrità e/o vendite e/o presenza mediatica, eh! Ne riprendo qualche significativo passaggio:

Premio Strega: provincia romana.
Eraldo Affinati (nato a Roma, vive a Roma).
Edoardo Albinati (nato a Roma, vive a Roma).
Giordano Meacci (nato a Roma, vive a Roma).
Elena Stancanelli (nata a Firenze, vive a Roma da più di vent’anni).
Vittorio Sermonti (nato a Roma, vive a Roma).

Se volete piazzarvi allo Strega, cercate di nascere a Roma, o almeno di abitarci. Non è sufficiente, ma a quanto pare è necessario. Per chi possono votare, gli Amici della domenica, se non per gli amici? Per qualcuno che hanno incontrato cento volte in quella o quell’altra occasione? Peccato che ci sia tutta un’altra Italia, là fuori.

Non ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma mi permetto di denotare almeno un paio d’altre considerazioni, che reputo alquanto significative e una volta di più emblematiche dello stato dell’editoria nel nostro paese.
Prima considerazione: non c’è niente da fare, proprio niente di niente. Siamo il paese dei campanili e lo saremo sempre, anche in quegli ambiti verso i quali il classico atteggiamento campanilista italico è quanto di più discordante ci sia – a meno di pensare che la cultura non sia cosa universale e collettiva ma qualcosa dotato di valore circoscritto, che sia riconosciuto qui e non là o viceversa. E che si tratti di Roma, Milano, Torino o Moncenisio, la questione non cambia, inutile rimarcarlo.
Seconda (e ribadita) considerazione: continuo a non capire a cosa serva il Premio Strega, così come è concepito e messo in atto, per lo stesso motivo in base al quale non capirei il senso, per fare un esempio tra tanti, di un ipotetico campionato automobilistico nel quale gareggino 4 o 5 fuoriserie di proprietà di ricche e facoltose scuderie e un tot di utilitarie messe in gara da fervidi tanto quanto squattrinati appassionati. Insomma: nulla toglie che quelle fuoriserie siano (possano essere) delle gran belle macchine, ma che gareggino in tal modo è roba parecchio ridicola.
Che avesse ragione Umberto Eco quando, già parecchi anni fa, dichiarava che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”?
O forse aveva torto a sostenere ciò, perché lo Strega è sostanzialmente – ovvero nei suoi valori originari – già morto?
E se fosse morto il suo premio più importante e rinomato, come potrebbe stare il panorama editoriale nostrano?
Tutto ciò senza nulla togliere alla qualità letteraria dei romanzi finalisti del premio, sia chiaro. Anche perché, se tanto ci dà tanto, la qualità non conta troppo, pare, e non per decisione dei lettori.

(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)
(Come dicesse, il vincente Albinati: «No no, ma io non c’entro nulla, eh!»)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

La biblioteca pubblica, imprescindibile “centro” della città

insegna_bibliotecaNon mancano, un po’ ovunque, scritti d’ogni sorta che mettano in luce l’importanza delle biblioteche – inutile che ve lo dica. Tuttavia, in un paese come il nostro che ha un disperato e sempre più pressante bisogno di cultura, credo che il valore, la presenza e l’essenza delle biblioteche pubbliche debbano essere potentemente rinnovate se non ripensate. Credo che la biblioteca, in una città, debba conseguire la stessa importanza pubblica del municipio, della piazza centrale, della chiesa per chi crede o degli altri palazzi fondamentali del potere, quelli che della città rappresentano il centro effettivo, quelli attraverso cui passa la vita della città stessa e nei quali si determina la sua quotidianità. Perché la cultura è potere, bisogna tornare a essere ben consapevoli di ciò, anche a discapito di quel “potere” (politico) che invece, conscio della cosa e infastidito da essa, ha cercato e sta cercando di sminuirne la portata.
Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.” ha scritto Marguerite Yourcenar. È vero: quando la vita delle comunità sociali era basata molto più sulle cose necessarie piuttosto che su quelle consumisticamente superflue, come oggi, più che i palazzi del potere, le chiese, le caserme o quant’altro di affine, erano i granai i luoghi fondamentali per la vita quotidiana della gente. Perché dal signore democratico così come da quello dispotico si poteva cercare di vivere bene ovvero di sopravvivere, ma senza cibo non si campava, ovvio, né allora né oggi. Ora che di cibo ne abbiamo in sovrabbondanza, è invece il nutrimento per la mente a mancare in modo sempre più drammatico: ecco perché c’è necessità assoluta di (ri)costruire i granai pubblici citati da Yourcenar, per ammassarvi riserve culturali a disposizione di chiunque, in ogni momento e con qualsiasi quantità.
La biblioteca, dunque, deve tornare a essere uno dei centri nevralgici, in senso culturale, sociale ma se possibile pure urbano, della città. Quando scrivo che la sua funzione contemporanea debba essere rinnovata se non ripensata, non intendo certo dire che, in ciò che è stata fino a oggi, ci sia qualcosa che non va. Anzi, meno male che è stata così fino a oggi, la biblioteca pubblica, in molti luoghi unico contesto culturale – insieme alle librerie indipendenti – a far da baluardo contro l’invasione soffocante dei non luoghi del capitalismo consumistico contemporaneo, i quali peraltro stanno pure deprimendo in modo letale l’identità propria delle nostre città, facendo diventare gli stessi loro centri dei non luoghi sostanziali – e la cosa è ancora più drammatica qui da noi, in Italia, dove ogni centro città è un piccolo/grande tesoro, praticamente ovunque.
Tuttavia, appunto, credo sia necessario far tornare la biblioteca un luogo dal quale scorre la vita della città e della gente che la abita, trasformandola nel fondamentale centro culturale cittadino: un luogo fatto di libri e di cultura letteraria ma non solo, anche un contesto aperto a qualsivoglia espressività culturale, artistica, mediatica, che vi faccia da palcoscenico oltre che da coordinamento, che accentri in sé quanto più possibile le iniziative pubbliche in tal senso, che ri-diventi un luogo di incontro pubblico tale e quale alla piazza centrale della città, un posto in cui trovarsi, starsene a chiacchierare, rilassarsi, sempre e comunque circondati dai libri, dalla cultura e da qualsiasi elemento ad essi assimilabile. Ciò a cui sto pensando sono i centri culturali di tipica ispirazione e realizzazione nordeuropea: veri e propri fulcri della vita culturale delle grandi città e dei piccoli paesi, luoghi iconici – spesso anche architettonicamente – la cui presenza sia intesa dai residenti come inevitabile e indispensabile, esattamente come si trattasse della cattedrale cittadina o del municipio, senza i quali il concetto stesso di “città” perderebbe molto del suo senso ordinario. In breve, la biblioteca pubblica dovrebbe diventare un luogo talmente inclusivo e interattivo coi propri utenti da rendere palese, e inevitabile, la percezione del bisogno che si deve avere di essa. Bisogno necessario, appunto, tanto quanto bisogno voluto, ricercato, preteso.
Sì, ok, ma servono soldi!” qualcuno di voi dirà. Vero, innegabile, ma anche no. Servono semmai, in primis, una rinnovata e finalmente costante attenzione da parte delle istituzioni, dunque delle altrettanto rinnovate strategie di valorizzazione di quanto si ha a disposizione – strategie che comportino anche azioni di marketing, di pubbliche relazioni, di pubblica curatela culturale, per così dire, il tutto sempre condiviso con gli utenti. Cose che, a dire il vero, ogni luogo culturale di proprietà collettiva (ancor più di quelli privati) dovrebbe poter e saper mettere in atto, e sovente se non le si fa è soltanto per quel diffuso e letale lassismo istituzionale che pervade molte parti della società civile nostrana – il quale, si badi bene, è sovente fonte di sprechi economici e dissesti finanziari! Siamo certi che, già razionalizzando e “strategicizzando” le risorse economiche a disposizione, non si potrebbe già fare molto più di quanto si fa, senza alcun bisogno di ulteriori stanziamenti di soldi pubblici? Ecco, appunto.
Al solito, quel mare che tanti vedono tra il dire e il fare è in verità un piccolo ruscello tranquillamente guadabile, se solo si ha la volontà di farlo. Ed è bene che la si trovi alla svelta, tale volontà: l’inverno dello spirito – per usare ancora le parole di Marguerite Yourcenar – qui noi ce l’abbiamo appena dietro l’angolo, ormai. E, nel caso, non sarà solo una brutta stagione per lo spirito ma per ogni cosa, se non sapremo finalmente tornare a costruire la nostra società e la comune vita quotidiana che in essa svolgiamo su una solida e ineluttabile base culturale. Che abbiamo lì, bell’e pronta in centro alle nostre città: da riportare in centro anche al nostro futuro, prima possibile.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Un “Patto per la Lettura”? Sì, ma a patto che…

Patto_per_la_lettura-900x393Non si può guardare senza favore – beh, anche solo per un senso di, per così dire, disperata magnanimità! – al Patto per la Lettura firmato qualche giorno fa dal Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e dai direttori delle principali reti televisive italiane. Un patto che ha, tra i suoi punti principali, l’intento di “creare occasioni di promozione della lettura e dei libri all’interno di ogni genere di programma” ovvero, in soldoni, di rendere visibili i libri in televisione anche nelle fasce orarie più nazionalpopolari e nei programmi generalisti mainstream – nella “TV spazzatura”, per intenderci.
Un patto necessariamente, inevitabilmente apprezzabile: bisogna dare atto al ministro Franceschini di impegnarsi molto in iniziative del genere, e per quanto mi riguarda trovo la cosa apprezzabile. Ora si tratta di capire quanto ciò rappresenti lo sforzo del naufrago che nella tempesta cerca di togliere l’acqua che sta imbarcando e affondando la sua nave con un piccolo cucchiaio se non, peggio, il toglierla per riversarla in un altro punto della nave più nascosto. Oppure se, alla lunga, e con un propizio acquietarsi della tempesta, tale sforzo alla fine porti risultati concreti – d’altro canto in tema di cultura i risultati si possono apprezzare sul medio-lungo periodo, cosa che l’ha resa, la cultura, invisa alle gestioni propagandistiche meramente elettorali della classe politica nostrana (“con la cultura non si mangia” (cit.) cioè non mangiano loro, i politici, che vogliono cannibalizzare tutto e subito, è risaputo, monetizzando all’istante la propria voracità in termini di consenso, voti e, se possibile, tornaconti ancor meno degni).
Si dovrà pure capire se sarà la TV ad “accogliere” la cultura del libro e della lettura o viceversa, ovvero quali libri e quali letture verranno rese ambasciatrici di questa fondamentale cultura – questione fondamentale, visti i numerosi precedenti assolutamente negativi in questo senso, con libroidi di infima specie spacciati per capolavori letterari – e i loro autori per grandi scrittori!
In ogni caso, la firma del Patto per la Lettura e il suo principale intento di far vedere più spesso i libri in TV – e dunque di rendere nuovamente visibile, in senso generale, la cultura – mi ha fatto nuovamente riflettere su una cosa, anzi, su un dubbio che da tempo mi circola in mente, girando un po’ ovunque e osservandomi intorno: ma veramente il punto della questione è che di cultura non ce n’è in giro ovvero non sia visibile? Riflettiamoci sopra un attimo – in senso generale, ribadisco: siamo nel paese che ha uno dei patrimoni culturali più cospicui e ricchi del pianeta; musei, luoghi d’arte e di cultura abbondano; ovunque iniziative legate alla promozione culturale (più o meno interessanti, ma non è questo il punto) non mancano affatto: fate caso ai manifesti relativi sui muri delle nostre città e ve ne renderete conto; anche di libri, in TV, si parla e non poco: certo non nei TG o nei programmi mainstream, ma basta esercitare il tanto amato e diffuso sport dello zapping per poter trovare sempre qualcosa di relativo.
Dunque, posto tutto ciò: non è che la questione sostanziale, più che la presenza dei libri e della cultura in TV e altrove, è che la gente comune non è più abituata (o è stata disabituata) a coglierla, a vederla, a riconoscerla e apprezzarla? Semplifico ancor più il concetto: serve mettere in bella mostra i libri in TV e parlarne, se poi il telespettatore medio non è in grado di apprezzare e capire (l’analfabetismo funzionale, già!) ciò che gli viene offerto? Il che mi ricorda non poco la questione su che troppi italiani non visitino nemmeno un museo durante l’anno: il problema è che i musei non ci sono o non sono “visibili”? No, niente affatto. È, semmai, un problema di diseducazione, o di analfabetizzazione, verso la cultura e il suo patrimonio.
Un’iniziativa come il Patto per la Lettura, lo ribadisco, è dunque apprezzabile e potenzialmente proficua, ma ancor di più – anzi, del tutto necessaria e impellente – è una strategia istituzionale (e non solo) di autentica ri-alfabetizzazione culturale. Riaffermare la bellezza, l’importanza e ancor più il bisogno di nutrirsi di cultura per chiunque, esattamente come ci si nutre di cibi o si rendono “indispensabili” certi oggetti contemporanei – il classico smartphone, per dire. Se non si riuscirà a fare ciò, se non si sarà in grado di rimettere sullo stesso piano (magari anche al di sopra, ma basterebbe la “parità”) la cultura e le sue cose con tutte quelle altre che oggi formano, addobbano e rallegrano la vita quotidiana dell’uomo medio contemporaneo, il mettere sotto i riflettori televisivi i libri non servirà a nulla, se non a far cambiare subitamente canale al telespettatore, con relativi sbuffi di noia e correlate imprecazioni.
Non è semplice, non è cosa da poco e dal successo sicuro – posta poi la condizione di degrado culturale parecchio profondo purtroppo conseguita dal nostro paese, ormai. Serve una strategia di lungo termine, ben strutturata, multiforme e dinamica che coinvolga l’intera società e tutti gli aspetti della vita quotidiana oltre che, se possibile, che sia svincolata da qualsiasi dipendenza prettamente politica – quantunque, è ovvio, deve e dovrà essere la politica a darvi valore giuridico. Una strategia, inoltre, che possa essere affinata attraverso lo studio di esperienze estere (cioè di quei paesi nei quali la lettura gode di ben migliore salute) e l’acquisizione – adattata alla realtà nostrana – dei loro metodi, e che abbia il proprio motore propulsivo il più in basso possibile, in mezzo alla gente comune di ogni ordine ed età, appunto.
Ecco: c’è la volontà, in Italia, di costruire un progetto del genere?
Beh, finché salteranno fuori spontaneamente domande del genere, credo che saremo ancora all’inizio di una lunga rincorsa. Almeno, cominciamo a muovere qualche passo verso la giusta direzione.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.