Buon CompleAnno della Lepre!!!

Oggi, nell’ambito della prima giornata del 30° Salone del Libro di Torino, Iperborea festeggia in un evento dedicato – denominato “Il CompleAnno della Lepre” – la (coincidenza numerica!) 30a edizione del best seller del grande scrittore finlandese Arto Paasilinna, L’anno della lepre, appunto: il testo di maggior successo di sempre tra quelli pubblicati dalla casa editrice milanese, con oltre 120.000 copie vendute (che, per la cronaca, per un libro finlandese d’un autore altrimenti del tutto sconosciuto in Italia è veramente un’enormità).

A mia volta ho buoni motivi per festeggiare questo libro. Innanzi tutto anch’io posso vantare al riguardo una ricorrenza cronologica: lessi il romanzo esattamente 10 anni fa, nel gennaio 2007. E – motivo ancor più importante per il personale festeggiamento – quella lettura contribuì in modo fondamentale ad aprirmi le porte del piccolo/grande mondo letterario scandinavo, che negli anni successivi ho esplorato in lungo e in largo (date un occhio alle recensioni di testi degli autori del Nord Europa nella pagina delle recensioni e ve ne renderete conto) fino a maturare una convinzione nella quale tutt’oggi credo fermamente, ovvero che la produzione letteraria scandinava contemporanea sia nel complesso tra le migliori al mondo e forse, dal mero punto di vista geografico-territoriale del rapporto quantità/qualità, la migliore in senso assoluto.

In particolare sono rimasto molto legato alle opere di Arto Paasilinna, che considero il modello perfetto del peculiare stile letterario nordeuropeo e del quale ho poi letto tutto quanto è stato pubblicato in Italia – sempre con Iperborea, naturalmente. Non solo: il personale culto dell’autore finnico è arrivato al punto che, qualche anno fa, mi recai a Helsinki – durante un lungo viaggio esplorativo della Finlandia sovente guidato dai toponimi dei luoghi di cui ricordavo d’aver letto nei suoi romanzi – e andai allo shop della WSOY, da sempre la casa editrice “domestica” di Paasilinna, per acquistare alcuni suoi libri in edizione originale… ovvero in finlandese, certo: lingua che non conosco affatto, sia chiaro, ma lo feci giusto per il gusto di possederli. Una sorta di piccolo omaggio personale alla sua figura e alla relativa importanza nella mia “carriera” di lettore – e non solo di quella – che ora qui rinnovo, nell’occasione della celebrazione di Iperborea di un libro il quale, per quanto mi riguarda, è in assoluto tra i pochissimi a poter realmente meritare il titolo di capolavoro. E di ciò ne sono convinto ancor più oggi di quando lo lessi, dieci anni fa.

Ecco, a proposito, cosa ne scrissi allora. Oggi probabilmente scriverei moltissimo di più su L’anno della lepre, mentre quel 29 gennaio 2007…:

L’Anno della Lepre è uno dei maggiori best seller di Arto Paasilinna (se di “best seller” si può parlare per la letteratura scandinava) ed anche in Italia è stato uno dei suoi volumi più venduti. Appositamente ho scelto di leggerlo dopo Il bosco delle volpi, meno conosciuto, vuoi per gustarmelo meglio e vuoi per confrontare le due opere; anche il leggere di seguito due volumi dello stesso autore è una scelta che faccio raramente, ma la curiosità di addentrarmi nel mondo letterario scandinavo attraverso – come già detto – uno dei suoi autori più noti e apprezzati mi ha sollecitato questa “esperienza”. Dalla qual esperienza, in effetti, traggo molte indicazioni non solo su Paasilinna e sul suo stile letterario incredibile, leggero, a tratti distaccato quasi da parere freddo come il paesaggio sub-artico nel quale ambienta spesso le sue storie, ma anche sulla letteratura nord-europea, i cui modelli letterari lo scrittore lappone ha saputo rappresentare in maniera molto esplicativa.
De L’anno della Lepre si potrebbe dire molto di quanto già detto su Il bosco delle volpi: è la storia di una ennesima fuga dal mondo civilizzato, ovvero di una manifestazione di he solo nel distacco dalla civiltà, e nell’immersione più o meno profonda nel mondo naturale e nel contatto con i suoi abitanti, può trovare un considerabile soddisfacimento: quasi che Paasilinna, nei suoi libri, voglia rivelarci che l’evoluzione dell’uomo civilizzato, ovvero di colui che ha creato e plasmato la civiltà, sia in realtà al di fuori di essa, dove quella stessa evoluzione ritrova il contatto con la sua radice naturale, il solo ambito in cui riesca a vivificare la coscienza e lo sguardo critici sulle proprie azioni: è la proclamazione della sconfitta per il pretenzioso homo sapiens-dominatore del mondo, ma di contro è la vittoria dell’essere senziente che sa percepisce il fluire dell’energia vitale nel proprio spirito, e in quanto tale si armonizza con il mondo d’intorno.
Se possibile L’Anno della Lepre possiede uno stile narrativo più incalzante de Il Bosco delle volpi, anche per la scelta di addensare gli eventi della storia in numerosi capitoli di breve durata, nonché una più evidente presenza della Natura, e non intendo solo con il paesaggio e i suoi elementi ma anche in senso più antropologico, come una soffice custodia che avvolga tutta la storia narrata rivendicandone, in un certo senso, la proprietà e la responsabilità: cosa tanto più evidente nel finale, ove il frutto di quell’istinto di cui si è detto chiude la vicenda di Vatanen – il protagonista – nel modo più impulsivo e irrefrenabile possibile.
Insomma: nuovamente un libro godibilissimo, per molti versi veramente bello, rispetto alla letteratura sud-europea originale, particolare, quasi bizzarro, semplice e profondo, divertente e meditativo. Un ottimo esempio, lo ribadisco, del mondo letterario scandinavo, la cui esplorazione certamente continuerò a breve – e credo che diverrà sistematica!

Keith Haring, Milano

Con inedita profusione di quantità e qualità espositiva, e come ideale seguito della mostra dedicata qualche mese fa dal MUDEC all’altro grande “genio maledetto” dell’arte dell’ultimo Novecento, Jean-Michel Basquiat, About Art porta negli spazi di Palazzo Reale a Milano tutta la potenza artistica espressiva nonché lo straordinario (e tutt’oggi troppo sottovalutato) retaggio culturale di Keith Haring, in un’esposizione capace di sorprendere e affascinare in modo inaspettato.

Conosciuto dal grande pubblico più come street artist (o graffitaro, come si diceva ai tempi) soprattutto per via delle sue icone più identificanti – il “bambino radiante”, il cane che abbaia, l’omino stilizzato che balla, divenute loghi di innumerevoli cose oltre che degli stessi anni ’80 del Novecento – Keith Haring in verità è stato un artista estremamente colto e inopinatamente legato alla produzione artistica classica, molto spesso rinascimentale italiana, della quale ha disseminato di riferimenti molte sue opere. Dietro il tratto apparentemente semplice e legato al costume dell’epoca (invero assai dotto e raffinato, se analizzato per bene), le sue opere rivelano profondità tematiche ed espressive forse tra le più alte e strutturate dell’intera pop art, movimento che con Haring tocca uno degli apici assoluti. Come in un percorso artistico inverso rispetto a quello di altri pop artists, che trasportavano i riferimenti artistici classici in ambiti popolari contemporanei, nella forma e nella sostanza, Haring ha invece portato la pop art a riconnettersi con la storia dell’arte e con le sue matrici fondamentali, senza tuttavia perdere nulla della propria contemporaneità e della capacità di essere compresa ovvero di arrivare, anche solo iconicamente, a tutte le persone – obiettivo che l’artista americano ha sempre considerato fondamentale per la sua produzione artistica.

Così, il suo tratto semplice, a volte quasi infantile, così “normale” rispetto all’ambiente nel quale viene inserito (i luoghi urbani, la strada, le stazioni della metropolitana soprattutto) e del quale diviene segno distintivo, diventa uno strumento estremamente funzionale a rendere popolare un linguaggio artistico invece denso e strutturato, tratteggiando con rara forza ed efficacia espressiva lo storia sociale e culturale d’una intera epoca, espansa anche oltre il decennio nel quale Haring opera, non di rado con creatività tanto potente e visionaria da diventare profetica. Tuttavia, la sua apparente matrice pop(olare), la quale rende frequenti soggetti delle sue opere le icone più celebri dell’epoca e dell’intero secolo scorso – Mickey Mouse, per dirne una – non gli impedisce di riferirsi spesso e volentieri ad ambiti ben più insoliti, dai quali trae ispirazioni assolutamente affascinanti – l’arte precolombiana, ad esempio. Riferimenti che, in aggiunta a quelli ben più classici prima citati (tra i quali è preponderante Hieronymus Bosch), dotano la produzione artistica di Haring di raro eclettismo e altrettanto rara poliedricità espressiva.
Ma, come detto poco fa, la sua arte doveva arrivare a tutti, e se in certi casi i temi assai colti non potevano giungere dacché più ostici da comprendere, vi giungeva la forza spontaneamente iconica delle opere, la sua formidabile capacità di utilizzo del colore, gli accostamenti cromatici perfetti, a volte l’ipnotica reiterazione nella stessa opera del soggetto principale – una sorta di “campionamento visuale” simile a quelli musicali coi quali si innovava e si caratterizzava la pop music del tempo (e giova qui ricordare la grande amicizia di Keith Haring con Madonna, che stava allora diventando l’icona di oggi così come Haring lo sarebbe diventato dell’arte, anche suo malgrado per via della morte a soli trentuno anni) – e, ribadisco, la generale potenza dei suoi lavori, quasi sempre di grande formato, realizzati su qualsiasi superficie utile allo scopo, capaci di catturare in maniera inesorabile l’attenzione e la meraviglia di chiunque.
Ottima mostra, tra le migliori visitate ultimamente nella struttura museale milanese – anche riguardo l’allestimento, che in certi casi accosta alle opere di Haring le riproduzioni di quelle classiche a cui le prime fanno riferimento, rendendo così evidente l’ispirazione originaria. E, aggiungo, è una mostra necessaria, perché il retaggio culturale di altissimo valore che Keith Haring ha lasciato, non solo allo specifico mondo dell’arte ma pure a quello culturale in generale, merita di essere considerato nella sua interezza e compreso in profondità.

Avete tempo di visitare Keith Haring. About Art fino al prossimo 18 giugno – cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web dedicato alla mostra. E, vi assicuro, sarà tempo assolutamente ben speso, grazie al quale vi si genererà un’esperienza culturale di grande forza e suggestione.

“Racconti dal Lago” 2017: domenica 7 maggio a Bellano la presentazione del volume!

Domenica 7 maggio prossimo a Bellano, nell’ambito di Piccoli Editori in Fiera 2017, avrò l’onore e il piacere di presentare il volume che raccoglie i testi selezionati per la seconda edizione del concorso letterario Racconti dal Lago, promosso da Historica Edizioni (che cura la pubblicazione del volume) e da Cultora, il portale italiano di informazione culturale – concorso per il quale ho fatto da curatore, spero nel modo migliore possibile.

Sarà un onore, appunto, presentare una raccolta veramente sorprendente sotto molti punti di vista, che nelle molteplici voci letterarie da cui è composta (per le quali gli autori meritano un grande plauso) riesce a interpretare bene quello che è lo scopo “culturale” del concorso, ovvero la trasmutazione della bellezza del paesaggio del Lago di Como e delle emozioni che sa suscitare in genuina e intensa espressività letteraria, sulla scia – anzi, sull’onda (assai ampia) dei numerosi grandi scrittori (da Plinio il Vecchio a Paolo Diacono, a Wordsworth, Stendhal, Flaubert, Twain Foscolo, Hesse… oltre al Manzoni, naturalmente) che nel passato hanno fatto altrettanto, lasciando circa il loro incontro con il Lario testimonianze vibranti e tutt’oggi assolutamente suggestive.
D’altro canto, come recita la quarta di copertina del volume…:

“Il segreto della felicità è possedere una decappottabile e un lago” sosteneva Charles M. Schulz, il creatore dei Peanuts. Il lago c’è, è quello di Como ed è tra i più belli al mondo, da sempre ispirante generazioni di artisti e scrittori. Come una “decappottabile” letteraria con a bordo trentadue intensi racconti, questa raccolta ne esplora le rive geografiche, le sponde emozionali, le coste che riflettono sull’acqua tutta la bellezza e la vitalità delle suggestioni che vi scaturiscono, la cui lettura è un viaggio assolutamente intrigante. Come la scoperta del segreto d’una lacustre felicità.

Cliccate sull’immagine soprastante per leggere il programma dell’intera manifestazione, e… Ci vediamo a Bellano, domenica 7 maggio alle ore 10.30, con molti degli autori presenti nella raccolta! Non mancate!