Buon CompleAnno della Lepre!!!

Oggi, nell’ambito della prima giornata del 30° Salone del Libro di Torino, Iperborea festeggia in un evento dedicato – denominato “Il CompleAnno della Lepre” – la (coincidenza numerica!) 30a edizione del best seller del grande scrittore finlandese Arto Paasilinna, L’anno della lepre, appunto: il testo di maggior successo di sempre tra quelli pubblicati dalla casa editrice milanese, con oltre 120.000 copie vendute (che, per la cronaca, per un libro finlandese d’un autore altrimenti del tutto sconosciuto in Italia è veramente un’enormità).

A mia volta ho buoni motivi per festeggiare questo libro. Innanzi tutto anch’io posso vantare al riguardo una ricorrenza cronologica: lessi il romanzo esattamente 10 anni fa, nel gennaio 2007. E – motivo ancor più importante per il personale festeggiamento – quella lettura contribuì in modo fondamentale ad aprirmi le porte del piccolo/grande mondo letterario scandinavo, che negli anni successivi ho esplorato in lungo e in largo (date un occhio alle recensioni di testi degli autori del Nord Europa nella pagina delle recensioni e ve ne renderete conto) fino a maturare una convinzione nella quale tutt’oggi credo fermamente, ovvero che la produzione letteraria scandinava contemporanea sia nel complesso tra le migliori al mondo e forse, dal mero punto di vista geografico-territoriale del rapporto quantità/qualità, la migliore in senso assoluto.

In particolare sono rimasto molto legato alle opere di Arto Paasilinna, che considero il modello perfetto del peculiare stile letterario nordeuropeo e del quale ho poi letto tutto quanto è stato pubblicato in Italia – sempre con Iperborea, naturalmente. Non solo: il personale culto dell’autore finnico è arrivato al punto che, qualche anno fa, mi recai a Helsinki – durante un lungo viaggio esplorativo della Finlandia sovente guidato dai toponimi dei luoghi di cui ricordavo d’aver letto nei suoi romanzi – e andai allo shop della WSOY, da sempre la casa editrice “domestica” di Paasilinna, per acquistare alcuni suoi libri in edizione originale… ovvero in finlandese, certo: lingua che non conosco affatto, sia chiaro, ma lo feci giusto per il gusto di possederli. Una sorta di piccolo omaggio personale alla sua figura e alla relativa importanza nella mia “carriera” di lettore – e non solo di quella – che ora qui rinnovo, nell’occasione della celebrazione di Iperborea di un libro il quale, per quanto mi riguarda, è in assoluto tra i pochissimi a poter realmente meritare il titolo di capolavoro. E di ciò ne sono convinto ancor più oggi di quando lo lessi, dieci anni fa.

Ecco, a proposito, cosa ne scrissi allora. Oggi probabilmente scriverei moltissimo di più su L’anno della lepre, mentre quel 29 gennaio 2007…:

L’Anno della Lepre è uno dei maggiori best seller di Arto Paasilinna (se di “best seller” si può parlare per la letteratura scandinava) ed anche in Italia è stato uno dei suoi volumi più venduti. Appositamente ho scelto di leggerlo dopo Il bosco delle volpi, meno conosciuto, vuoi per gustarmelo meglio e vuoi per confrontare le due opere; anche il leggere di seguito due volumi dello stesso autore è una scelta che faccio raramente, ma la curiosità di addentrarmi nel mondo letterario scandinavo attraverso – come già detto – uno dei suoi autori più noti e apprezzati mi ha sollecitato questa “esperienza”. Dalla qual esperienza, in effetti, traggo molte indicazioni non solo su Paasilinna e sul suo stile letterario incredibile, leggero, a tratti distaccato quasi da parere freddo come il paesaggio sub-artico nel quale ambienta spesso le sue storie, ma anche sulla letteratura nord-europea, i cui modelli letterari lo scrittore lappone ha saputo rappresentare in maniera molto esplicativa.
De L’anno della Lepre si potrebbe dire molto di quanto già detto su Il bosco delle volpi: è la storia di una ennesima fuga dal mondo civilizzato, ovvero di una manifestazione di he solo nel distacco dalla civiltà, e nell’immersione più o meno profonda nel mondo naturale e nel contatto con i suoi abitanti, può trovare un considerabile soddisfacimento: quasi che Paasilinna, nei suoi libri, voglia rivelarci che l’evoluzione dell’uomo civilizzato, ovvero di colui che ha creato e plasmato la civiltà, sia in realtà al di fuori di essa, dove quella stessa evoluzione ritrova il contatto con la sua radice naturale, il solo ambito in cui riesca a vivificare la coscienza e lo sguardo critici sulle proprie azioni: è la proclamazione della sconfitta per il pretenzioso homo sapiens-dominatore del mondo, ma di contro è la vittoria dell’essere senziente che sa percepisce il fluire dell’energia vitale nel proprio spirito, e in quanto tale si armonizza con il mondo d’intorno.
Se possibile L’Anno della Lepre possiede uno stile narrativo più incalzante de Il Bosco delle volpi, anche per la scelta di addensare gli eventi della storia in numerosi capitoli di breve durata, nonché una più evidente presenza della Natura, e non intendo solo con il paesaggio e i suoi elementi ma anche in senso più antropologico, come una soffice custodia che avvolga tutta la storia narrata rivendicandone, in un certo senso, la proprietà e la responsabilità: cosa tanto più evidente nel finale, ove il frutto di quell’istinto di cui si è detto chiude la vicenda di Vatanen – il protagonista – nel modo più impulsivo e irrefrenabile possibile.
Insomma: nuovamente un libro godibilissimo, per molti versi veramente bello, rispetto alla letteratura sud-europea originale, particolare, quasi bizzarro, semplice e profondo, divertente e meditativo. Un ottimo esempio, lo ribadisco, del mondo letterario scandinavo, la cui esplorazione certamente continuerò a breve – e credo che diverrà sistematica!

L’emblematico fallimento di Dalai Editore, ovvero: il palazzo dell’editoria nostrana è sempre più pericolante…

Non solo intonaco e calcinacci: ora nel palazzo dell’editoria nostrana crollano pure i primi pilastri… Se una crisi economica a dir poco drammatica attanaglia la nostra società, è inutile rimarcare nuovamente che nell’editoria tale crisi è, se possibile, anche peggiore, sia dal punto di vista pratico e sia nel principio, per come qui si palesi tristemente bene l’assoggettamento della cultura diffusa al sistema finanziario che sta facendo vacillare il mondo – o almeno la nostra parte di esso.
Ma se fino ad oggi la crisi del mercato editoriale – ovvero, in soldoni, delle vendite di libri – ha colpito inevitabilmente e inesorabilmente le piccole case editrici – i suddetti “calcinacci” –  logicamente troppo deboli per reggere il pur minimo dissesto economico, ora cominciano a crollare i primi pilastri portanti: nello specifico un nome glorioso dell’editoria italiana, Dalai – ex Baldini&Castoldi – che lo scorso giugno ha presentatodomanda prenotativa di concordato preventivo”, affittando a terzi l’azienda “a termini e condizioni che assicurino la continuità delle pubblicazioni, della distribuzione e dell’uso dello storico marchio”. Tuttavia pare che la domanda di concordato non sia stata accettata, per via delle disastrate condizioni economiche in cui versa l’azienda; per la casa editrice milanese si prospetta dunque il fallimento, con riapertura sotto il nome di “Baldini&Castoldi srl” e previa svendita dei diritti sui principali autori del catalogo al fine di fare il più possibile “cassa” – e in effetti Giorgio Faletti e Aldo Busi, per fare due nomi “importanti” del suddetto catalogo, sono già passati con Rizzoli.

DalaiEditore_logo
Insomma, non siamo al collasso delle fondamenta (ovvero i quattro grandi gruppi editoriali che da soli controllano il 70% del mercato: nell’ordine Mondadori, Rizzoli, Mauri Spagnol e Feltrinelli), ma di certo Dalai era un bel pilastro dell’edificio editoriale italiano. Tuttavia il suo crollo non fa che palesare assai bene la debolezza dell’intero palazzo, e quanto pure le suddette fondamenta, che forse il grande pubblico crede solide e potenti, siano in realtà sempre più fragili: Rcs, per fare un esempio, ha messo nel bilancio 2012 debiti per mezzo miliardo di euro, cifra che nella situazione di mercato attuale potrebbe rappresentare una gran mazzata sulle tibie pure per il gigante più possente. Ma anche gli altri grandi, sappiatelo, non sono messi affatto bene, nonostante i propri mirabolanti best-sellers da (a sentir loro) milioni di copie vendute…
Ora, al di là del fatto specifico – nonché della solita analisi sullo stato deprimente della lettura in Italia – e analizzando invece la sua emblematicità, alcune considerazioni sorgono spontanee riguardo i possibili scenari del mercato editoriale futuro prossimo. In primis, il pericolo di accrescimento della già effettiva condizione oligopolistica del mercato, con i pesci grossi che via via mangiano quelli più piccoli (o meno grossi) e con le conseguenze facilmente immaginabili (cartello, controllo dei prezzi, imposizioni editoriali e commerciali…); inutile dire che – la storia economica insegna – il passo tra oligopolio e monopolio è sempre molto breve. Poi, l’evidente incapacità del sistema editoriale italiano di sfruttare al meglio (ovvero anche a proprio vantaggio) l’evoluzione tecnologica dell’ebook, troppo spesso soffocata da vendite di titoli digitali a prezzi assurdi, di solo pochi euro inferiori alle copie cartacee. Inoltre, se il caso Dalai fosse realmente e malauguratamente il primo di una più o meno lunga serie, non è nemmeno remoto il rischio di soffocamento dell’intero mercato, dacché non è detto che i giganti dell’editoria (quasi sempre rami d’azienda di gruppi industriali e finanziari “superiori”), eventualmente diventati ancora più grandi con l’assorbimento degli editori in crisi, restino immuni da ulteriori sconvolgimenti economici futuri o da altre “operazioni” finanziarie che ne minino alla base la naturale mission
Ma, per finire, penso ad un altro scenario, tanto inopinato quanto, forse, non così fantascientifico, ovvero che dalla crisi dei grandi ne traggano un proficuo vantaggio i piccoli e medi editori indipendenti, quelli che dai grandi vengono fondamentalmente ignorati, considerati come innocui moscerini da spiaccicare solo quando osano infastidirli, quelli che non devono mantenere enormi strutture aziendali, che non hanno obblighi di dividendi da riconoscere ad affamati azionisti, quelli che, certamente, tirano a campare, spesso con difficoltà estrema, ma lo sanno fare anche meglio di altri grazie al semplice pragmatismo quotidiano della tipica artigianalità italiana – quelli che, soprattutto e alla faccia dei grandi e “nobili” editori e dei loro best-sellers da infinite copie che tuttavia – ma guarda, chissà come mai! – la buona editoria la stanno uccidendo, producono e diffondono ancora letteratura, quella autentica, pubblicando veri libri e non beni di consumo da ipermercato. Fanno ancora cultura, in poche parole, non mero merchandising consumistico.
Lo so bene, con questa devastante situazione di crisi e di sbando culturale tante piccole realtà editoriali ci hanno lasciato e ci lasceranno la pelle, tuttavia, ribadisco, non è detto che, proprio perché piccole e indipendenti, ovvero non legate ai distorti sistemi industriali e finanziari su cui si appoggiano i grandi editori, alla fine ne escano meglio. Sì, insomma, se un pilastro crolla è ben difficile sostituirlo, anzi, è facile che tutto il palazzo finisca per collassare; l’intonaco, invece, lo si può anche rinnovare e rabboccare, quando prende a sfaldarsi! D’altronde, se dobbiamo considerare la qualità letteraria generale di buona parte delle proposte dei grandi editori rispetto ai cataloghi di molti piccoli, beh, innegabilmente questi il confronto l’hanno vinto già da un bel pezzo.

Cinquanta sfumature di grigio-re editoriale!

No, no, tranquilli! – non è, questo, l’ennesimo pistolotto (pro o contro) sul volume citato nel titolo del post… Anzi, tale libro centra qui, sì, ma tutto sommato per caso, nel senso che poteva esserci qualsiasi altro libro la cui vicenda editoriale fosse assimilabile – perché è di questo che voglio disquisire: cosa ci svela del mondo editoriale contemporaneo, e delle sue mutazioni, il successo di quel volume.
Parto da un articolo uscito qualche settimana fa su La Stampa – lo potete leggere cliccando sull’immagine qui a fianco, dacché non ne ho trovato il link relativo. Nell’ultimo capoverso si cita quanto dichiarato dall’Associazione Italiana Editori sui dati di vendita: Se, dunque, il 2011 si è chiuso con un meno 3,5% (…), i dati del 2012 fin qui raccolti confermano questo trend: il numero delle copie è crollato dell’8,7% e quello del fatturato del 7,3%, ma il primo dato avrebbe raggiunto tranquillamente il -9,7% e il secondo l’8,5%, se non ci fossero stati i “Top 5”, cioè i primi cinque best sellers, ad arginare la frana.
Dunque, in parole povere: 1, gli italiani leggono sempre meno (Alé! E poi ci si chiede perché la società civile italiana è ridotta così male!); 2, probabilmente i libri costano sempre di più, visto che il fatturato si è ridotto meno che il numero di copie vendite (ma forse sono solo io che penso sempre troppo male…); ma soprattutto 3, gli italiani leggono sempre di più ciò che con maggior costanza gli viene imposto dai media. Ovvero, pare proprio che sovente non leggano consapevolmente, ma per “assoggettamento commerciale”; non per propria curiosità verso la qualità letteraria di un’opera, ma per condivisione di gregge verso la quantità, non perché realmente interessati alla letteratura, ma perché artificiosamente attirati verso un mero prodotto. Una fenomenologia di stampo prettamente consumistico, in pratica.
Ciò lo si evince molto bene proprio constatando la vicenda editoriale del libro citato nel titolo del post: probabilmente il più lanciato e pompato dai media (ad esempio con promozioni travestite da chiacchierata in talk show televisivi che mi è capitato accidentalmente di vedere, così palesemente false da risultare del tutto ridicole, se non fosse che in certi casi chi fingeva di essere così entusiasta del libro era magari il direttore della tal testata facente parte dello stesso gruppo industriale a cui fa capo anche l’editore… Roba da teatro dei burattini!) e parimenti il più stroncato dalla critica e dai “veri” lettori, quelli che i libri li leggono ancora e ne parlano non recitando copioni già scritti – blogger, recensori indipendenti, testate letterarie altrettanto emancipate dai cosiddetti poteri forti, o semplicemente critici ancora dotati di orgoglio e professionalità (ad esempio ecco QUI una delle stroncature più argute e illuminanti, tratta dal blog La Zitella Felice). Eppure, ecco che siffatto libro diventa rapidissimamente best seller, balzando in testa alle classifiche di vendita.
Cosa vede in tale situazione, chi come lo scrivente cerca di non dare mai tutto per scontato e di riflettere un poco sulle cose che gli succedono intorno? Vede quella che, io temo, sta diventando il modus operandi dell’editoria nostrana: non conta più la qualità letteraria di un libro perché si venda bene, ma conta che venga ben imposto al più vasto pubblico possibile. Cioè: non conta che quel libro rappresenti una buona lettura, semmai che sia un prodotto facilmente vendibile, sul quale costruirci una bella campagna promozionale. Ecco, ne più ne meno che un telefonino, un certo tipo di calzatura o di occhiali, un gadget alla moda o un oggetto di puro intrattenimento. Un mero prodotto, appunto, una merce buona da vendere sul mercato. In soldoni, il trionfo del più artificioso consumismo, e il coma profondo della più autentica cultura, quella che i libri da sempre hanno diffuso nell’umanità.
Sarò troppo pessimista e caustico, forse, ma insomma, i dati sopra citati parlano chiaro: con quei prodotti di largo consumo aventi forma di libri (e solo quella, temo), gli editori sopravvivono; con i libri “veri” no. In effetti, un altro frutto bacato della nostra società per come è stata conformata e corrotta nei decenni scorsi, mandata allo sbando verso le più futili idiozie e resa ignorante di quell’immenso patrimonio culturale – letterario e non solo, ovviamente – del quale si poteva (e si potrebbe ancora, se volesse) vantare nel mondo. I connazionali di D’Annunzio, di Montale, di Calvino e di Pirandello (nomi a caso tra i tanti grandi della letteratura italiana) comprano libri come fossero detersivi all’ipermercato. E magari poi si vantano pure che “ah, io leggo i libri, mica come quelli che invece no!” Bah!
Sia chiaro, buoni libri ancora riescono ad arrivare ai primi posti delle classifiche di vendita, per fortuna. Ma è innegabile che il trend è quello fin qui illustrato, e la questione assai semplice: i grandi editori italiani guardano sempre più al mero profitto economico e sempre meno alla qualità letteraria. Stanno sempre più profondamente rinnegando il loro compito “naturale” di diffusori di buona cultura, per diventare incettatori di denaro. E, cosa forse ancora più grave, sono talmente concentrati in ciò che ignorano, per puro tornaconto, che così non stanno assolutamente agevolando la diffusione della lettura ma, al contrario, la stanno soffocando. Infatti – ma guarda un po’! – sempre meno gente legge libri, in Italia. Si tirano, gli editori, vigorose zappate sui piedi, ma continuano a sorridere come nulla fosse. E, nel frattempo – ma tu pensa che caso! – librerie chiudono (o vengono fatte chiudere da grossi gruppi editoriali), per fare posto a punti vendita di gadgets ultramodaioli, come si può evincere dall’articolo qui accanto, pubblicato qualche giorno fa da Il Fatto (cliccate sull’immagine lì sopra per leggerlo).
Bene! (esclamazione sarcastica, eh!) Se al momento la situazione è parecchio grigia, stiamo rapidamente virando al nero. Il colore del lutto – per una società privata sempre più della cultura, ovvero sempre meno viva, e vivente.

P.S.: peraltro, da tali evidenze sorge un’altra bella questione, ovvero la morte imminente (se si prosegue con questo passo) della critica letteraria, a sua volta soffocata dallo strapotere dei diktat consumistici. Questione assai interessante, appunto, sulla quale credo tornerò presto, qui sul blog.

Come ti propino la cacca per oro. Ovvero: grandi editori e buona letteratura, l’antinomia è sempre più drammatica…

Ecco, ci risiamo!
Per l’ennesima volta una grande casa editrice, storica, prestigiosa, stimata, di quelle poche che, nell’immaginario collettivo e per l’opinione pubblica, rappresenta “la” letteratura in Italia, “il” mondo dei libri, della lettura e della relativa cultura, ha pubblicato un libro circa il quale trovare recensioni positive è impresa a dir poco ardua – e intendo recensioni, ovvero impressioni di lettura, redatte da siti e blog di appassionati che veramente leggono i libri, non sto parlando dei vari e numerosi critici prezzolati dei media istituzionali, spesso legati a doppio o triplo filo (industriale, economico, politico e chissà che altro) con le case editrici.
Avrete forse capito che sto parlando di Cinquanta sfumature di grigio, di tal E.L.James, edita da Mondadori: volume già definito il best seller dell’estate 2012, lanciato con un battage pubblicitario milionario e con i soliti slogan super-altisonanti (“Scopri il libro di cui tutte parlano”, ad esempio, e cose del genere) ma, appunto, sul quale in rete fioccano i commenti decisamente negativi, per non dire rabbiosi su come tutte le aspettative abilmente generate dalla macchina pubblicitaria attorno al libro siano sostanzialmente aria fritta (eccone una ben dettagliata, delle tante recensioni negative; e per par condicio, un articolo di tono opposto tratto da un media “istituzionale”). Perché è di ciò che si parla: di un libro imposto come “grande” non per un suo effettivo valore letterario, ma per un’abile campagna pubblicitaria, ugualmente che per uno yogurt, un gadget trendy o un disco di musica commerciale.
Ora, sia chiaro: prendo a pretesto questo volume dacché vi si sta disquisendo sopra in questo periodo. Di esempi passati – altri libri, altri generi, altri editori – se ne potrebbero fare a decine, anche se il “fenomeno” è in palese crescita proporzionalmente al passare del tempo, ed è facile capire il perché, proseguendo in questa disamina.
Inoltre, al solito, de gustibus. Il libro può piacere o non piacere, come è logico che sia. Non è questo in discussione. E nemmeno è in discussione che la Mondadori faccia uscire libri del genere: liberissima di farlo, liberissima di comporre anche l’intero catalogo con boiate illeggibili, ci mancherebbe.
In discussione è il senso del tutto, e di inevitabile rimando, il senso del pubblicare libri oggi, ovvero del produrre letteratura, dunque, e mica tanto indirettamente, del diffondere buona cultura.
In discussione è lo spendere cifre altissime per pubblicizzare con modus operandi mediatici contemporanei – il che significa soprattutto televisivi e consumistici – libri di dubbio valore letterario spacciandoli, anzi, imponendoli come capolavori o poco meno, comunque letture che “non si possono non fare“.
In discussione è l’evidenza palese che questo comportamento editoriale (e/o industriale) dimostra come anche l’editoria oggi si muove seguendo regole e strategie che nulla hanno a che vedere con la cultura e invece tutto con la finanza, l’economia del mercato consumistico, il capitalismo industriale meno virtuoso possibile: quello che serve soprattutto a fare più soldi possibile a scapito di qualsiasi altro aspetto del lavoro editoriale, insomma.
In discussione è la tristissima realtà che denota come le grandi case editrici, quelle che in passato hanno concretamente generato e formato, forse più che ogni altra cosa, il livello culturale del paese, oggi se ne sbattono altamente di ciò, di tale loro compito un tempo “istituzionale”, e pensano soltanto, lo ribadisco, a fare cassa. Forse perché anch’esse sono finanziariamente dissestate come molte altre realtà industriali, forse perché vedono quanta poco gente legge, qui, e per questo non vanno troppo per il sottile, cercando di vendere più roba possibile, puntando alla quantità e tralasciando ormai totalmente o quasi la qualità. Peccato, però, che se la gente legge sempre meno, è anche perché le si propina emerite vaccate pseudo-letterarie spacciandole per “grandi storie” le quali, piuttosto che creare nuovi e buoni lettori, creano meri consumatori dalla mentalità da hard discount, per i quali un libro, un reality show o una rivista di gossip sono praticamente la stessa cosa; peccato che, negli ultimi decenni, si è trattato e manipolato la materia letteraria/editoriale con gli stessi modi con cui si è trattato la televisione e i mass-media, coi risultati che oggi abbiamo tutti davanti agli occhi. Alla fine è del tutto evidente come sia tutto un circolo vizioso, bieco e inevitabilmente decadente: e fare della letteratura (come, appunto, della TV, dei giornali e di qualsiasi altro elementi di natura culturale) un bene di consumo, un oggetto come un altro, un prodotto industriale che deve generare soldi, guadagno, profitti e non ciò che sarebbe ovvio, cioè altra cultura, significa distruggerla. E’ come andare lungo una strada con un aereo: per un po’ si andrà velocissimi, certo, ma un aereo è fatto per volare, non per andare come un automobile, e dunque prima o poi sorgeranno i problemi e si avvierà un inevitabile declino.
Eppure, la grande casa editrice che volesse pubblicare un libro-cacca fatto apposta per vendere (dunque un mero prodotto industriale), in fondo potrebbe anche farlo, lo ribadisco: a patto che poi, con i guadagni ricavati, essa sapesse investire dove c’è chi veramente produce ancora autentica letteratura, dove c’è chi sperimenta nuovi linguaggi espressivi, ricercando nuovi autori di valore, gente che sappia mantenere viva la fiamma letteraria… Ecco, se facessero questo, le grandi case editrici, potrebbero pure pubblicare tutte le boiate di questo mondo: ne sarei felice.
Invece, quanto sopra non lo fanno più. Fanno cassa, fanno soldi e basta, il loro interesse è divenuto l’utile di bilancio a fine anno. Sono diventate, le grosse case editrici, come le banche, le multinazionali, i potentati economico-politici, i media “di regime”.
E questo, oltre che tristissimo, è anche terribile. Perché, in una situazione oligarchica come quella che contraddistingue il mondo editoriale italiano, significa che si stanno suicidando, loro (e fin qui nulla di male: se lo sono cercato!), ma che stanno uccidendo pure le piccole e medie case editrici e tutte le altre realtà che, tra mille fatiche e sacrifici, fanno ancora autentica letteratura, fanno ancora talent scouting, fanno insomma ciò che le grosse case editrici non fanno più.
Dunque, vorrei chiudere questa mia disamina con una semplice ma fondamentale domanda:

coi soldi spesi per la produzione editoriale di questi libri-patacca (diritti, traduzione, promozione, diffusione: cifre da svariati zeri!), quanti autori italiani di autentico valore, esordienti, emergenti, talentuosi, sperimentali, innovativi, si sarebbero potuti produrre?

In un paese nel quale 2/3 della popolazione non legge nemmeno un libro all’anno, si possono fare solo due cose: o tentare di guarire la lettura (e dunque la letteratura, e il lavoro editoriale) malata con “medicine” benefiche, che ne risollevino lo spirito e l’essenza, o le si succhia a fondo tutto quanto c’è ancora da succhiare badando solo a ricavarci il più possibile, in tal modo cannibalizzandola e ammazzandola definitivamente.
A quanto pare, certe grandi case editrici, hanno scelto questa seconda opzione. Alla faccia nostra.

(P.S.: l’immagine in testa al post si riferisce ad uno dei tanti articoli apparsi in giro per il web sulla vicenda d’un tizio che ha cercato di trasformare la cacca in oro. Beh, quale casuale eppure azzeccata similitudine! Comunque, se vi interessa la notizia relativa, cliccate sull’immagine per leggerla.)