Cinquanta sfumature di grigio-re editoriale!

No, no, tranquilli! – non è, questo, l’ennesimo pistolotto (pro o contro) sul volume citato nel titolo del post… Anzi, tale libro centra qui, sì, ma tutto sommato per caso, nel senso che poteva esserci qualsiasi altro libro la cui vicenda editoriale fosse assimilabile – perché è di questo che voglio disquisire: cosa ci svela del mondo editoriale contemporaneo, e delle sue mutazioni, il successo di quel volume.
Parto da un articolo uscito qualche settimana fa su La Stampa – lo potete leggere cliccando sull’immagine qui a fianco, dacché non ne ho trovato il link relativo. Nell’ultimo capoverso si cita quanto dichiarato dall’Associazione Italiana Editori sui dati di vendita: Se, dunque, il 2011 si è chiuso con un meno 3,5% (…), i dati del 2012 fin qui raccolti confermano questo trend: il numero delle copie è crollato dell’8,7% e quello del fatturato del 7,3%, ma il primo dato avrebbe raggiunto tranquillamente il -9,7% e il secondo l’8,5%, se non ci fossero stati i “Top 5”, cioè i primi cinque best sellers, ad arginare la frana.
Dunque, in parole povere: 1, gli italiani leggono sempre meno (Alé! E poi ci si chiede perché la società civile italiana è ridotta così male!); 2, probabilmente i libri costano sempre di più, visto che il fatturato si è ridotto meno che il numero di copie vendite (ma forse sono solo io che penso sempre troppo male…); ma soprattutto 3, gli italiani leggono sempre di più ciò che con maggior costanza gli viene imposto dai media. Ovvero, pare proprio che sovente non leggano consapevolmente, ma per “assoggettamento commerciale”; non per propria curiosità verso la qualità letteraria di un’opera, ma per condivisione di gregge verso la quantità, non perché realmente interessati alla letteratura, ma perché artificiosamente attirati verso un mero prodotto. Una fenomenologia di stampo prettamente consumistico, in pratica.
Ciò lo si evince molto bene proprio constatando la vicenda editoriale del libro citato nel titolo del post: probabilmente il più lanciato e pompato dai media (ad esempio con promozioni travestite da chiacchierata in talk show televisivi che mi è capitato accidentalmente di vedere, così palesemente false da risultare del tutto ridicole, se non fosse che in certi casi chi fingeva di essere così entusiasta del libro era magari il direttore della tal testata facente parte dello stesso gruppo industriale a cui fa capo anche l’editore… Roba da teatro dei burattini!) e parimenti il più stroncato dalla critica e dai “veri” lettori, quelli che i libri li leggono ancora e ne parlano non recitando copioni già scritti – blogger, recensori indipendenti, testate letterarie altrettanto emancipate dai cosiddetti poteri forti, o semplicemente critici ancora dotati di orgoglio e professionalità (ad esempio ecco QUI una delle stroncature più argute e illuminanti, tratta dal blog La Zitella Felice). Eppure, ecco che siffatto libro diventa rapidissimamente best seller, balzando in testa alle classifiche di vendita.
Cosa vede in tale situazione, chi come lo scrivente cerca di non dare mai tutto per scontato e di riflettere un poco sulle cose che gli succedono intorno? Vede quella che, io temo, sta diventando il modus operandi dell’editoria nostrana: non conta più la qualità letteraria di un libro perché si venda bene, ma conta che venga ben imposto al più vasto pubblico possibile. Cioè: non conta che quel libro rappresenti una buona lettura, semmai che sia un prodotto facilmente vendibile, sul quale costruirci una bella campagna promozionale. Ecco, ne più ne meno che un telefonino, un certo tipo di calzatura o di occhiali, un gadget alla moda o un oggetto di puro intrattenimento. Un mero prodotto, appunto, una merce buona da vendere sul mercato. In soldoni, il trionfo del più artificioso consumismo, e il coma profondo della più autentica cultura, quella che i libri da sempre hanno diffuso nell’umanità.
Sarò troppo pessimista e caustico, forse, ma insomma, i dati sopra citati parlano chiaro: con quei prodotti di largo consumo aventi forma di libri (e solo quella, temo), gli editori sopravvivono; con i libri “veri” no. In effetti, un altro frutto bacato della nostra società per come è stata conformata e corrotta nei decenni scorsi, mandata allo sbando verso le più futili idiozie e resa ignorante di quell’immenso patrimonio culturale – letterario e non solo, ovviamente – del quale si poteva (e si potrebbe ancora, se volesse) vantare nel mondo. I connazionali di D’Annunzio, di Montale, di Calvino e di Pirandello (nomi a caso tra i tanti grandi della letteratura italiana) comprano libri come fossero detersivi all’ipermercato. E magari poi si vantano pure che “ah, io leggo i libri, mica come quelli che invece no!” Bah!
Sia chiaro, buoni libri ancora riescono ad arrivare ai primi posti delle classifiche di vendita, per fortuna. Ma è innegabile che il trend è quello fin qui illustrato, e la questione assai semplice: i grandi editori italiani guardano sempre più al mero profitto economico e sempre meno alla qualità letteraria. Stanno sempre più profondamente rinnegando il loro compito “naturale” di diffusori di buona cultura, per diventare incettatori di denaro. E, cosa forse ancora più grave, sono talmente concentrati in ciò che ignorano, per puro tornaconto, che così non stanno assolutamente agevolando la diffusione della lettura ma, al contrario, la stanno soffocando. Infatti – ma guarda un po’! – sempre meno gente legge libri, in Italia. Si tirano, gli editori, vigorose zappate sui piedi, ma continuano a sorridere come nulla fosse. E, nel frattempo – ma tu pensa che caso! – librerie chiudono (o vengono fatte chiudere da grossi gruppi editoriali), per fare posto a punti vendita di gadgets ultramodaioli, come si può evincere dall’articolo qui accanto, pubblicato qualche giorno fa da Il Fatto (cliccate sull’immagine lì sopra per leggerlo).
Bene! (esclamazione sarcastica, eh!) Se al momento la situazione è parecchio grigia, stiamo rapidamente virando al nero. Il colore del lutto – per una società privata sempre più della cultura, ovvero sempre meno viva, e vivente.

P.S.: peraltro, da tali evidenze sorge un’altra bella questione, ovvero la morte imminente (se si prosegue con questo passo) della critica letteraria, a sua volta soffocata dallo strapotere dei diktat consumistici. Questione assai interessante, appunto, sulla quale credo tornerò presto, qui sul blog.

10 pensieri su “Cinquanta sfumature di grigio-re editoriale!”

  1. Hai pienamente ragione e tale situazione è, come tante altre in Italia, molto triste.
    Faccio parte dell’esigua minoranza di italiani che leggono più di un libro al mese, mi piace andare in libreria, guardare i libri, sfogliare quelli che attirano la mia attenzione e comprarli sulla base di un’attrazione “a carta” (se così posso dire). Ma noto, con rammarico, che le librerie sono sempre più dei supermercati della carta stampata con annesse sezioni che poco o nulla hanno a che fare con i libri e la cultura, e che stiamo perdendo la figura del libraio, colui che i libri li ha letti, ti sa dare un consiglio, far conoscere titoli non pubblicizzati, appunto.
    Voglio leggere quello che IO decido di leggere, non quello che ALTRI spingono sul mercato sulla base di mere considerazioni consumistiche.
    PS. Le “x” sfumature di un colore qualsiasi non l’ho letto e non lo leggerò mai.

    1. Teresa, ti dico solo che farei stampare a caratteri cubitali questo tuo commento e lo appenderei nelle librerie!
      Hai assolutamente ragione e anch’io, tempo fa, scrissi un articolo dedicato all’estinzione (perché di ciò si tratta) della figura del “libraio di quartiere”, fatto sparire dalle grandi catene di distribuzione editoriale “di marca”, dalle librerie bellissime a vedersi ma spesso vuotissime di autentica passione verso il libro e la lettura… Dunque, appunto, chi oggi consiglia i potenziali lettori su quali libri leggere? La TV! Detto questo, detto tutto…

  2. Hai spiegato in maniera magistrale la situazione letteraria in Italia (e non solo): aggiungerei che anche il minor tempo disponibile per leggere un buon libro (ciò è dettato dai nostri “tempi frenetici”, per cui si ha troppo da fare e nulla da fare), un libro che richieda un minimo di sforzo mentale, ha peggiorato la situazione. Bellissima la recensione della Zitella Felice. AllA PROSSIMA.

    1. Grazie del consenso, ragazzi, anche se poi, come dire, preferirei non averlo, ovvero sarebbe meglio che la situazione dell’editoria in Italia non fosse così meschina… Sulla questione “tempo”, tuttavia, sono d’accordo solo in parte: è vero che la vita sempre più frenetica lascia sempre meno tempo per sé stessi e le proprie passioni, ma è anche vero che vedo taaaaaaaanta gente perdere taaaaaaaaaanto tempo in stupidaggini belle e buone. IN fondo, basterebbe mezz’ora in meno di TV e mezz’ora in più di lettura, e credo che già la situazione migliorerebbe parecchio…
      Grazie ancora del commento!!! 🙂

      1. Infatti sono d’accordo con te: non dico che il tempo non ci sia davvero, ma che ci sia la PERCEZIONE di non averlo. Manca la cultura della lettura, che dal cittadino medio (l’operaio, lo studente, l’impiegato: insomma, non il professorone) è in genere vista come un impegno da acculturati troppo difficile e dispendioso di energie. La persona che non ha avuto un’educazione basata sul valore della lettura, non ha avuto un insegnante stimolante a scuola e ha avuto un’altra serie di coincidenze (purtroppo molto frequenti) negative per la lettura quando torna dal lavoro stanco morta di sicuro accenderà la tv: chi glielo fa fare a mettersi a leggere “cose barbose”! Questo perchè non sa che i libri sono mondi paralleli, fonti di conoscenza incredibili, stimolano l’immaginazione, e chi più ne ha più ne metta. 🙂 Bisognerebbe partire da questo dato di fatto per rivoluzionare la percezione della lettura di svago (perchè sto parlando di quella) che lasci qualcosa nell’animo, un segno.

  3. Vero, verissimo! E’ una questione di cultura diffusa, smarrita nella decadenza della società postmoderna e per nulla incentivata da chi invece dovrebbe farlo. Hai ragione, non è una mera questione di leggere un libro, dunque di quantità, ma di valore della lettura, ovvero dell’atto in sé, e di quanto possa essere importante per il benessere mentale (e non solo) di una persona. E che, come osservi bene, sia la TV con le sue sovente orride cose a rappresentare lo svago principale di così tanta gente, la dice lunga sullo stato comatoso (se non peggio) della cultura in Italia. Che poi, sai bene, di rimando comporta conseguenze non solo attinenti al mondo della lettura e dei libri, ma a qualsiasi altra arte e/o disciplina di valore umanistico…

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