Le apparenze

Realtà delle apparenze. C’era un uomo che, avendo perduto un’ascia, sospettò il figlio del vicino. Lo osservò camminare: aveva rubato l’ascia. Ne osservò l’espressione: aveva rubato l’ascia. Esaminò come parlava: aveva rubato l’ascia. Nelle sue azioni e nel suo comportamento tutto diceva che aveva rubato l’ascia. Lavorando nel suo podere improvvisamente ritrovò l’ascia! Il giorno dopo osservò di nuovo il figlio del vicino: nelle sue azioni e nel suo comportamento nulla faceva supporre che avesse rubato l’ascia.

(Lie Yukou, Lieh-Tzu, VIII, 137.)

Invasione? Piuttosto “evacuazione”!

Cose interessanti e parecchio significative

Mentre buona parte del paese perde tempo, da anni, dietro l’inesistente “invasione” degli immigrati (la quale, ribadisco ancora una volta, “emergenza” viene fatta diventare dacché non risolta, anzi, aggravata da tutti i governi succedutisi negli ultimi anni, con modi ed esiti sempre peggiori e più deleteri), se di vera “emergenza” si deve parlare, ovvero d’una questione assolutamente grave tanto quanto vergognosamente ignorata e nascosta dai suddetti reggenti politico-istituzionali nazionali, lo si dovrebbe fare a riguardo delle centinaia di migliaia di italiani che dal paese se ne stanno andando, cercando una vita e un futuro migliori in una più evoluta e civile società straniera (qui trovate un po’ di numeri al riguardo, dai quali comprendere bene quale sia la vera “invasione” in atto. O la vera evacuazione, mi verrebbe da dire).
Non solo: l’infografica di seguito riprodotta, che prendo dalla pagina facebook della prestigiosa Rivista Il Mulino, mostra le regioni italiane da cui si sono verificate le maggiori partenze verso l’estero nel 2017. In testa, al di là della “prevedibile” Sicilia, tre delle regioni più “ricche” d’Italia: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. La parte migliore del paese, quella col PIL più elevato (se si escludono le regioni a statuto speciale del Nord), quella che riteniamo più in grado di offrire opportunità, risorse, servizi, convenienze.

Ecco.

Cose interessanti e significative, appunto, su realtà delle quali crediamo di sapere e capire tutto quando invece sappiamo poco e, probabilmente, capiamo ancora meno. Già.

Non si possono trovare risposte se prima non ci si pone domande

Quanta gente oggi sa, o dice di sapere (tutto, o quasi), ma in verità non conosce (niente, o quasi) – e non lo sa!
Ma si può dire di sapere se non si sente il bisogno di conoscere?

Se non si ha volontà di sapere, non si saprà mai niente.
Perché, per essere chiari, se non si vuole conoscere non si capirà mai nulla.
Se non si capisce, non si conosce veramente e, dunque, non si può dire di sapere.

D’altro canto sapere è potere solo se si può sapere di non sapere mai abbastanza: chi sa di non sapere, saprà sempre più di chi crede di sapere tutto, e avrà su questi (e quelli come lui) ben più potere. Se non si rivendica la libertà di essere sempre curiosi verso il mondo d’intorno per saperne sempre di più, quel mondo diverrà inesorabilmente una prigione, senza muri per il corpo ma gabbie per la mente. Dall’essere detentori di un “potere” all’esserne totalmente privati, in pratica.

In fondo, non si possono trovare risposte se prima non ci si pone domande – e di risposte veramente definitive, tra quelle non basate su dati obiettivi e scientifici, ve ne sono poche, fortunatamente. Porsi domande, e adoperarsi per cercare risposte ad esse, è una delle pratiche intellettuali che rende l’Homo Sapiens degno di tal nome; accettare risposte senza conoscere le relative domande, facendo dunque di esse verità assolute, rende l’uomo una scatola vuota nella quale chiunque può gettare ogni cosa, anche la più infima, nella certezza che per questa sarà assunta.

Alla fine, quella massima di Nietzsche resta – anzi, diventa sempre più fondamentale: «La fede nella verità comincia nel dubbio in quelle “verità”credute sino a quel momento». Sapere che ci sono sempre nuove cose da sapere, questo conta; ed è pure la via migliore per conseguire in modo oggettivo valide verità, ove ve ne siano. Perché ce ne sono, certamente: ma siamo noi, spesso, a non trovarle, o a volerle trovare dove non ce ne siano.

Tutto ciò che vediamo è falso


Qualche anno fa, tutto quello che sapevamo era falso.
Oggi, tutto quello che vediamo è falso.
Tuttavia qualche anno fa, ancora, se non vedevamo non credevamo e non pensavamo di sapere. Oggi, invece, non vediamo realmente nulla ma crediamo a tutto e pensiamo di sapere tutto.

Benvenuti nell’era dell’Homo ex Sapiens!

Khashoggi chi?

Comunque, suvvia, è inutile* spendere troppe parole. La sola verità riguardo l’assassinio dello scrittore saudita Jamal Khashoggi, che nemmeno abbisogna di indagini tant’è palese, è tutta nell’immagine (elaborata, sia chiaro) sopra riprodotta – cliccateci sopra per leggerne meglio la sostanza (è in inglese, ma si capisce perfettamente); ogni altra cosa svanirà rapidamente nel solito funzionale oblio. Con buona pace di tutti quelli – giornalisti, scrittori e intellettuali – che hanno fatto la stessa fine per similari verità, della libertà di espressione e di stampa, della civiltà, della cultura, della democrazia e dei diritti umani, dell’Occidente e dei suoi “fedeli alleati”, del nostro mondo “meravigliosamente” ipocrita e di noi tutti facce di luna piena così gradite ai poteri mannari che ci governano. Già.

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.

(Ray Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori, 1a ed. 1966.)

*: sono sarcastico, ovviamente.