Chissà se ci fosse ancora, la funivia di Valcava…

Quella che vedete nell’immagine è la copia di una suggestiva locandina della Funivia di Valcava, aperta nel 1928, la prima costruita in Lombardia e terza in tutta Italia, un vero e proprio gioiello ingegneristico dell’epoca le cui cabine, dal centro di Torre de’ Busi, raggiungevano i 1240 metri della località sull’Albenza con un percorso della durata di undici minuti lungo 2680 metri e un dislivello di 800 metri. Grazie alla funivia, e alla sua vicinanza con Milano (l’Albenza è il rilievo montuoso di oltre 1400 metri di quota più vicino in assoluto al centro del capoluogo lombardo), Valcava divenne una delle prima stazioni sciistiche delle Alpi centrali e una località di villeggiatura rinomata e frequentata tutto l’anno, come indicava la locandina nelle «Caratteristiche del luogo»: in primavera per la celeberrima fioritura dei narcisi, che attirava gitanti da tutta la Lombardia (e attira ancora oggi, anche se non come allora), in estate per la frescura alpestre e la possibilità di effettuare numerose facili escursioni, in autunno per il transito degli uccelli le cui rotte migratorie alpine attiravano cacciatori in quantità (e meno male che oggi non è più così!) e infine in inverno per la pratica dello sci sia alpino che nordico, dato che Valcava ospitava pure un piccolo trampolino per il salto – attività allora assai diffusa anche sulle montagne italiane, oggi invece relegata a pochissimi praticanti anche per l’assenza di impianti. D’altro canto allora le nevicate a Valcava, nonostante la quota modesta, risultavano abbondanti e durature grazie a temperature inferiori rispetto a quelle odierne e malgrado l’esposizione a ovest, come dimostra l’immagine sottostante: un’altezza neve di 80 centimetri e una temperatura di 0.4°C misurate l’11 di aprile sono dati che da lustri nemmeno in pieno inverno si possono registrare!

Notate pure come la fruizione turistica delle montagne fosse ai tempi già ecosostenibile (senza saperlo!) ben più di quanto ci si vanti oggi. Esisteva un «servizio cumulativo», che oggi si definirebbe «integrato», treno+bus+funivia con biglietto unico da Milano, che permetteva a chiunque dal centro città di godere dei campi di neve e dell’aria salubre di Valcava senza l’uso di mezzi a motore privati: una combinazione che oggi si tenta in molte località di reintrodurre, proprio per scopi di sostenibilità e di decongestionamento delle strade dal traffico sempre più ingente, ma con grosse resistenze di una società come la nostra che fa del possesso di una o più auto proprie una “rivendicazione identitaria”, quasi. Certo, allora pochi possedevano un’autovettura, dunque l’uso dei mezzi pubblici era pressoché inevitabile; ma dal boom economico in poi gli italiani sono diventati quasi tutti “benestanti” (rispetto a ciò che erano prima), l’auto se la sono potuta acquistare in tanti e la sostenibilità più o meno voluta del turismo è andata a farsi benedire. Infatti fu proprio l’auto, ovvero la costruzione della strada asfaltata che dalla fine degli anni Settanta supera il passo di Valcava nonché la possibilità automobilistica per tutti di frequentare località montane più lontane tanto quanto rinomate e attrezzate nonché meno soggette al cambiamento climatico che già allora cominciava a manifestarsi, a contribuire alla fine della funivia, che chiuse definitivamente nel 1977 e venne smantellata l’anno successivo. D’altro canto il predominio crescente dell’auto contribuì, nel periodo del boom economico, alla chiusura di altre linee di trasporto pubblico che oggi, probabilmente, avrebbero potenzialità turistiche enormi: cito giusto le vicine (a Valcava) ferrovie delle valli bergamasche, Valle Brembana e Valle Seriana, che infatti oggi sono state o stanno per essere parzialmente ripristinate anche in ottica di trasporto pubblico metropolitano per la città di Bergamo e il suo hinterland.

Ma c’è un’altra storia peculiare che la locandina lì sopra racconta: lo fa in modo indiretto ma non per questo meno importante, in senso generale e per le sorti di Valcava. La locandina è infatti datata 1 settembre 1939 e presenta gli orari fino al 15 luglio del 1940: è dunque l’ultima che venne diffusa prima dell’entrata in guerra dell’Italia, proclamata il 10 giugno di quell’anno. Il secondo conflitto mondiale si fece sentire in modo drammatico a Valcava, che divenne sede di postazioni di avvistamento contraereo e poi luogo di scontri anche cruenti tra truppe fasciste e milizie partigiane; ma il conflitto determinò conseguenze anche per l’attività della funivia, che da poco dopo la fine della guerra vide andare in calando l’appeal turistico per la crescente concorrenza di altre località e al contempo cominciò a manifestare il progressivo deterioramento degli impianti, delle funi e, di conseguenza, l’aumento dei costi di manutenzione al fine di garantirne l’efficienza e la sicurezza.

Forse oggi la funivia di Valcava, adeguata ai tempi e fruita come mezzo di trasporto sostenibile e integrato per il turismo dolce sulle montagne tra Milano, la Brianza, il Lago di Como (al cui brand si potrebbe agganciare), Bergamo e le valli orobiche, in unione ad altre attrattive turistiche in voga oggi, tornerebbe ad avere successo. D’altro canto la bellezza del luogo e di ciò che sa offrire ai suoi visitatori – in primis un panorama tra i più vasti della Lombardia – non subiscono di certo il passare del tempo e nemmeno quello delle mode turistiche: probabilmente basterebbe la salita in funivia di qualche influencer e dei relativi post su Instagram e Tik Tok per fare nuovamente di Valcava una meta turistica gettonata. Con tutti i rischi del caso, ovviamente, i quali richiederebbero una gestione attenta del luogo e delle sue specificità.

Ma si tratta soltanto di un vuoto pourparler: la realtà odierna di Valcava è diversa, non per questo meno bella di un tempo però meno affascinante forse sì, temo; arrivare lassù in auto è senza dubbio comodo ma altrettanto ordinario e, obiettivamente, infastidente al paesaggio locale, quando nelle belle giornate estive non c’è angolo carrabile, e pure qualche lembo di pascolo, che non diventi parcheggio (a volte selvaggio) per le auto dei gitanti in cerca di comode tintarelle. Almeno, che possa risultare meno affascinante di un tempo (pur senza cadere in ottusi passatismi) è ciò che si può pensare osservando e visitando tutto ciò che resta dell’ardita funivia: i vecchi sostegni in cemento che spuntano dai boschi e la stazione di arrivo che conserva una delle cabine: piccola, apparentemente fragile, niente a che vedere con le funivie supertecnologiche e performanti di oggi dei grandi resort turistici.

Eppure, è stata una semplice scatola di metallo appesa a due funi che ha saputo fare almeno un buon pezzo di storia del turismo lombardo e forse avrebbe continuato a farla virtuosamente tutt’oggi, chissà.

N.B.: le foto dell’articolo, al netto di quelle storiche e delle altre prodotte da me, sono di Alessia Scaglia e della Pro Loco Valcava.

Vi ricordate quando sui monti c’era la neve? E adesso che non c’è (quasi) più, che si fa? Ne parliamo domani 12 aprile a Carenno!

Le grandi nevicate del passato, le tradizioni e le feste dell’inverno, le sfide di chi doveva lavorare anche al gelo, l’adattamento oppure l’emigrazione, poi il turismo, quello dei villeggianti e quindi quello dello sci, le funivie, gli alberghi, le seconde case e le settimane bianche, quando sulle montagne c’era la neve… Oggi che invece ce n’è sempre meno e quando c’è resta poco al suolo cosa possiamo fare? Quale può essere il futuro di chi in montagna ci abita stanzialmente e di chi ci sale saltuariamente da turista? Come cambia la nostra relazione con i monti in balìa degli effetti della crisi climatica? Si può abitare il cambiamento epocale che le montagne stanno affrontando, magari elaborando nuove o rinnovate pratiche di resilienza e di restanza che possano costruire un buon futuro per i territori montani e le comunità che li abitano?

Ne parlerò domenica 12/04 dalle ore 15.00 a Carenno (Lecco) in “C’era la neve. Abitare il cambiamento”, insieme a Nicola Pigazzini, geologo e grande conoscitore delle montagne, in un incontro organizzato da Ca’ Martì – Il Museo e la Valle dei Muratori presso la sede del Museo (Via Fontana n.3) nell’ambito della campagna “ConoSCIamo” e dei Giochi della Cultura 2026. L’ingresso all’incontro è ovviamente libero e non necessita di prenotazione; in chiusura ai presenti sarà offerto un rinfresco a base di prodotti locali.

Nell’occasione sarà inaugurata la mostra fotografica “C’era la neve – Immagini e racconti” a cura dell’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì: allestita con le fotografie di abitanti, villeggianti e turisti che hanno vissuto e testimoniato gli anni in cui sulle nostre montagne di neve ce n’era tanta o rispetto alla realtà attuale e in divenire che sta cambiando non solo l’aspetto invernale dei monti ma pure la nostra relazione culturale con essi.

[Valcava, inverno 2018. Foto ©Alessia Scaglia.]
Per saperne di più sull’incontro date un occhio qui. Mi auguro di cuore che lo possiate trovare interessante (anche per la possibilità di visitare l’esposizione museale di Ca’ Martì, relativamente piccola ma ricca di suggestioni affascinanti) e dunque vorrete essere presenti: in tal caso, sarà un piacere vederci!

Vi ricordate quando c’era la neve? Ci “sarà” ancora, domenica 12 aprile a Carenno!

[I campi da sci di Valcava, inverno 1957.]
Quando c‘era la neve (ricordate?), le montagne erano ben diverse da cosa sono oggi che di neve ce n’è sempre meno e quando c’è resta poco al suolo. Ma, a fronte di un tale profondo e per molti versi ancora sottovalutato cambiamento, cosa possiamo fare? Quale può essere il futuro di chi in montagna ci abita stanzialmente e di chi ci sale saltuariamente da turista?

Domenica 12/04 dalle ore 15.00 sarò a Carenno (Lecco) per parlare dei «bei tempi» in cui “C’era la neve”, cioè di quando sulle nostre montagne si poteva sciare ovunque e il turismo ha trasformato la vita dei montanari del tempo, e di come oggi si possa “Abitare il cambiamento” indotto dalla crisi climatica, che rende lo sci sempre più insostenibile, e dalle nuove sensibilità diffuse tra chi frequenta le montagne che puntano a una fruizione turistica più dolce e consapevole. Dialogherò con Nicola Pigazzini, geologo e grande conoscitore delle montagne, in un incontro organizzato da Ca’ Martì – Il Museo e la Valle dei Muratori nell’ambito della campagna “ConoSCIamo” e dei Giochi della Cultura 2026.

Nell’occasione sarà inaugurata la mostra fotografica “C’era la neve – Immagini e racconti” a cura dell’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì: le grandi nevicate del passato, le tradizioni e le feste dell’inverno, le sfide di chi doveva lavorare anche al gelo: tutte le sfumature che la Val San Martino, ove si trova Carenno (e sui cui monti si trova Valcava, una delle prime stazioni sciistiche della Lombardia), assumeva quando c’era la neve e che rivivranno nell’allestimento di fotografie di abitanti, villeggianti e turisti che abbiano nel loro archivio immagini del passato a tema “Neve” e “Inverno”. Per ciò l’Associazione chiede di contribuire a chiunque abbia immagini del genere: gli interessati possono contattare gli organizzatori e inviare i propri scatti ad amicicamarti@gmail.com.

Da quando è stata abitata stanzialmente e fino a poco più di mezzo secolo fa, la montagna ha rappresentato – salvo rarissime eccezioni – un contesto di vita dura, sussistenziale, priva di agi e ricca di problemi, nel quale la Natura l’ha sempre fatta da padrona. Eppure, tali condizioni difficili hanno pure contribuito a elaborare culture, saperi, cognizioni e consapevolezze che non solo hanno consentito all’uomo di vivere in quota ma di farlo spesso in equilibrata armonia con l’ambiente naturale – al netto di quelli che emigravano per lavorare altrove ma quasi sempre, durante o dopo la vita lavorativa, tornavano alle loro montagne.

Poi è arrivata l’industrializzazione, il primo turismo, quindi – con il tragico intervallo di due conflitti mondiali – il boom economico e quel turismo, diventato di massa, è salito sui monti a far vacanza, portandovi un’economia improvvisa e florida che ha svoltato la vita di molti montanari. Ma lo ha fatto sia in bene che in male, cioè consentendo a molti di loro un benessere impensabile ma pure alienandoli dalla loro storia, dalla cultura e dai saperi che arricchivano la loro stanzialità abitativa in quota e corrompendo la relazione culturale e antropologica che li legava alle loro montagne, le quali per questo, nel frattempo, venivano sempre più turistificate e sfruttate, soprattutto dall’industria monoculturale dello sci.

[Un’altra veduta dei campi da sci di Valcava nel 1963. Immagine tratta da qui.]
Quindi, con un’ennesima svolta nel corso della storia, è arrivata la crisi climatica con le sue drammatiche conseguenze in costante divenire: in tanti luoghi lo sci è diventato insostenibile, tanto climaticamente quanto economicamente e comunque non più in grado di garantire il benessere di prima. Non solo: ove si tenti di preservarne il business a suon di soldi pubblici, si ottiene soprattutto un ulteriore degrado ambientale e sociale. I dati demografici delle località sciistiche, anche quelle apparentemente ancora floride, lo dimostrano bene: dalla montagna si fugge come se non più di prima del turismo di massa e della sua invero illusoria ricchezza, e gli indici strutturali rimarcano la grave crisi demografica, dunque pure economica e sociale, che sta attraversando la montagna italiana. Ciò, nonostante le terre alte rappresentino in potenza il miglior laboratorio di innovazione sociale e di resilienza climatica che abbiamo a disposizione: infatti si assiste da qualche anno a dinamiche di restanza e a un crescente movimento di ritorno, ma si tratta ancora di numeri bassi e, anche per questo, di fenomeni pressoché ignorati dalla politica che se ne guarda bene dal sostenerli concretamente.

Posta tale situazione, e visti i citati cambiamenti in atto sia nel clima che nelle dinamiche socioeconomiche, diventa sempre più importante chiedersi: come possiamo tornare ad abitare la montagna in modo responsabile? Il turismo è sempre dannoso per i nostri territori montani, oppure può diventarvi solidale? Hanno senso i progetti di valorizzazione delle zone sciistiche in un paese che chiude, anno dopo anno, i propri impianti sciistici, o le ingenti risorse pubbliche investite sarebbero da spendere in modi più consoni alla realtà attuale e ai bisogni delle comunità di montagna?

[Il Grande Albergo del Pertüs, sopra Carenno, nei primi anni del Novecento.]
Potrebbe anche essere che qualche buona risposta a queste domande possa scaturire proprio dalle azioni che i nostri avi svolgevano sui monti in inverno, quando di neve ne cadeva a metri dall’autunno fino alla primavera inoltrata: azioni che affrontavano i cicli della Natura senza volerli modificare ma, in un certo senso, assecondandoli nel rispetto della loro dominanza oltre che dei paesaggi nei quali si viveva. Una dominanza che tutt’oggi nemmeno noi Sapiens iper tecnologici sappiamo realmente (e fortunatamente) contrastare.

Vi aspettiamo dunque a Carenno, domenica 12 aprile, per un viaggio affascinante fatto di immagini, narrazioni, considerazioni e riflessioni sulla realtà della montagna contemporanea e su chiunque come noi ci viva e la frequenti con autentica passione e consapevole sensibilità. E rinnovo l’invito a contribuire con le vostre immagini, se ne avete, alla mostra: inviatele a amicicamarti@gmail.com. Grazie di cuore a tutti!

Tocca restare impotenti di fronte alle moto che scorrazzano sui sentieri?

«Questa mattina andando verso il Cimone di Margno insieme a mio figlio siamo stati raggiunti e passati da due moto da trial puzzolenti e rumorose.
In queste situazioni chi e come si può allertare? Mi sono sentito totalmente impotente.
Un cordiale saluto.»

Ciò è quanto mi ha scritto, con un messaggio privato, un conoscente che si è recato sulla montagna citata, una delle più frequentate della Valsassina in provincia di Lecco.

Questo messaggio, e le risposte alla domanda posta, mi danno l’occasione di rimarcare alcuni aspetti importanti del tema spinoso dei transiti motoristici impropri e/o non autorizzati lungo le vie rurali, verso i quali ci si sente pressoché impotenti, appunto. Me ne sono occupato di frequente in passato ma repetita iuvant, assolutamente.

Dunque, come è ormai evidente e risaputo, i motociclisti (salvo rari casi) sui sentieri fanno quello che vogliono perché sanno benissimo di essere difficilmente perseguibili. Purtroppo in questi casi ciò che in buona sostanza vale è la flagranza di reato: ma quando mai si vedono sulle nostre montagne pattuglie di Carabinieri Forestali o di altre Forze dell’Ordine a fare i controlli che dovrebbero fare? D’altro canto sono troppo pochi, privi di risorse e, appunto, spesso depotenziati da assurde normative vigenti come quelle presenti in Lombardia, che a parole vietano il transito sulle vie rurali ma di fatto lasciano ai comuni la facoltà di regolamentare e autorizzare il passaggio attraverso i propri regolamenti locali. Così, nel caso di sindaci consenzienti, poco sensibili oppure distratti, la libertà di transito è (palesemente o tacitamente) garantita e parimenti lo è ancora di più la percezione da parte dei motociclisti di poter passare ovunque, a prescindere dall’esistenza o meno di regolamenti comunali e dai confini amministrativi.

D’altro canto sulla rete viabilistica rurale i divieti di transito spesso ci sono e ben validi, basta constatare la presenza dei relativi cartelli all’inizio dei percorsi di montagna: se ne vedono ovunque, magari vecchiotti e arrugginiti ma ci sono. Tuttavia, come detto, in presenza di normative ambigue come quelle lombarde (similmente presenti in altre regioni) e in assenza di chi è deputato a vigilare e formulare contravvenzioni al riguardo, i motociclisti si sentono intoccabili e liberi di fare ciò che vogliono praticamente su qualsiasi sentiero, anche in orari di ordinario transito pedestre.

[Immagine tratta da https://valdarno24.it.]
Tuttavia, posta tale (deprecabile) situazione, almeno una cosa importante si può (e si deve) fare, che forse non ha effetti giuridici immediati ma nel tempo li può certamente far maturare anche per come rappresenti un’azione pienamente civica, di cittadinanza attiva e, dunque, detenga pure un valore politico: scattare una o più foto dei motociclisti che si trovano a scorrazzare sui sentieri a loro vietati e inviarla ai comandi locali dei Carabinieri Forestali (e, magari, anche ai comuni nei cui territori ci si trova) chiedendo espressamente di attivare specifici controlli nelle zone indicate e, in generale, sulla rete di percorsi rurali locale. Ciò perché se ci si lascia vincere dallo scoramento e nemmeno si segnalano le violazioni motoristiche a cui si assiste, la situazione resterà immutata e, anzi, peggiorerà inevitabilmente perché nulla potrà impedire una sua evoluzione ulteriore a favore dei motociclisti in assenza di testimonianze concerete delle loro violazioni. Se invece ai comandi locali delle Forze dell’Ordine preposte al controllo territoriale cominciano a pervenire le segnalazioni, e sperabilmente le più numerose possibili, si alimenta un obbligo sostanziale a loro carico di intervenire – e si alimenta pure la più consona sensibilità culturale diffusa al riguardo e in generale sulla salvaguardia dei territori naturali. In fondo per arginare fenomeni del genere la repressione non basta, serve anche e soprattutto la sensibilizzazione: se la prima ha qualche effetto immediato ma senza alcuna garanzia di efficacia concreta e duratura (altrimenti sulle strade non vi sarebbe più infrazioni al Codice della Strada!), è la sensibilizzazione delle persone che frequentano i sentieri di montagna ad alimentare la consapevolezza, il rispetto verso di essa e la cultura che serve per viverla nei modi più armonici possibile.

Ad esempio, per la zona citata nel messaggio dell’amico, indico di seguito i recapiti dei Carabinieri Forestali che hanno giurisdizione sulla Valsassina e sulle montagne lecchesi – che sono anche quelle a me più vicine, per giunta:

  • Nucleo Carabinieri Forestale Lecco: 0341/494668, casella mail Pec: flc43204@pec.carabinieri.it
  • Comando Stazione Carabinieri Nucleo Forestale Barzio: 0341/996393
  • Comando Nucleo Carabinieri Forestale Margno: 0341/840059

Unità superiori:

Alle caselle mail indicate, che sono delle Pec e dunque le cui comunicazioni hanno valore legale, vanno inviate le segnalazioni scritte e le immagini raccolte delle violazioni constatate. Meglio inviare le segnalazioni a tutte le Pec indicate, così da dare loro maggior forza e mettendo in conoscenza anche il comune locale, come detto, in quanto primo ente amministrativo di riferimento che per tale motivo non può ritenersi disinteressato o mostrarsi inerte a tali segnalazioni.

[Immagine tratta da www.voceapuana.com.]
Riguardo qualsiasi altro territorio italiano, per trovare i comandi locali dei Carabinieri Forestali ai quali inviare le segnalazioni e le denunce basta una semplice ricerca sul web e si può anche consultare il sito web dell’Arma; oppure ci si può rivolgere ai comandi delle Polizie Locali nonché ai comuni competenti – insistendo nel caso si mostrino poco sensibili o sfuggenti, cosa che a volte accade.

Ecco, questo è quanto si può fare, in attesa che la crescita dell’attenzione e della sensibilità diffuse su questo tema, effettivamente tra i più inquietanti e irritanti che concernono le nostre montagne, convinca i legislatori locali e nazionali a diventare a loro volta più attenti e attivi alla tutela dei territori montani e naturali. «La speranza è l’ultima a morire» si dice, no?

Le moto sui sentieri, impunite come sempre

Ancora una volta, durante un’escursione sulle montagne di casa, ho assistito al girovagare di numerosi motociclisti lungo tracciati rurali e agro-silvo-pastorali sui quali il transito di mezzi motorizzati non autorizzati è interdetto, come segnalato dai cartelli ben evidenti all’inizio di questi tracciati. Ovviamente i motociclisti (i quali come al solito girano ben bardati e con la targa rivolta verso l’alto per non essere identificati) si fanno beffe delle interdizioni: sanno benissimo di restare impuniti visto che quasi mai vi sarà qualche membro delle forze dell’ordine a vigilare, che questi senza la flagranza di reato possono fare ben poco e che certa politica sta dalla loro parte, depotenziando con decisioni ad hoc le leggi vigenti: la Lombardia è da anni un pessimo esempio al riguardo, ma pure altre regioni italiane ormai non sono da meno.

Nel mentre che “ringrazio” i suddetti motociclisti per avermi concesso il privilegio di respirare i loro gas di scarico e di odorarne la puzza nonché di aver allietato la mia camminata con il sottofondo sonoro dei loro mezzi, mi rivolgo direttamente alle istituzioni competenti e alle forze dell’ordine e chiedo: visto la situazione in essere e posta la costante impunità dei soggetti motorizzati rispetto alle leggi vigenti, che facciamo? Passiamo direttamente alla giustizia privata?

Ovviamente no, ci mancherebbe, sarebbe qualcosa degno solo di un paese incivile e barbaro (ed è inutile osservare che certi atti di cui a volte si legge sulla stampa quali il piazzare chiodi i tirare fili d’acciaio lungo i sentieri sono inequivocabilmente ignobili). Ma altrettanto incivile e barbaro è il non agire per far che certe leggi di elementare buon senso vengano rispettate e che i trasgressori siano adeguatamente puniti. Perché un paese è civile quando poggia la convivenza collettiva su un diritto, detto appunto civile, che richiede di essere rispettato affinché non perda valore, tanto il diritto con le sue norme quanto il paese. Il quale altrimenti finirà sempre più in mano agli incivili, sui sentieri di montagna e nei consessi amministrativi della politica.

[Questa “locandina” la elaborai ormai parecchi anni fa; purtroppo è ancora del tutto valida.]
Nel frattempo sarebbe bene continuare a impegnarsi contro questa cronica abitudine motoristica, a denunciare ogni episodio riscontrato alle forze dell’ordine (nonostante la loro sostanziale impotenza), a sensibilizzare tramite la stampa, il web e i social, a fare pressione sulla politica. A fare massa critica, insomma. Che d’altro canto, in questa e in ogni altra circostanza similare, è una delle più potenti manifestazioni di democrazia che un paese realmente civile può contemplare.