Grüße aus Berlin

Berlino, 2017.
Visioni crepuscolari di una “città-mondo” che da tempo è insieme alba e tramonto dell’Europa, contraddizione e consequenzialità, definizione e dubbio. Luogo dal Genius Loci “bipolare”, il cui dialogo svela verità attraverso dilemmi mentre il tempo corre sempre un po’ di sbieco, come appesantito dalla storia.

P.S.: su altre mie “visioni” berlinesi, date un occhio pure qui (peraltro è “un’occhiata” assolutamente all’ordine del giorno, purtroppo) – e altre ne verranno, a breve.

Che i giornalisti facciano ciò che vogliono, ma non i giornalisti! (Sergej Dovlatov dixit)

Nel giornalismo, ad ognuno è concesso fare una cosa, ma che sia una sola. In quella e solo in quella violare i principi della morale socialista. Per esempio a uno è concesso bere. Ad un altro fare il delinquente. Ad un terzo raccontare barzellette politiche. Ad un altro essere ebreo. Ad un altro non essere iscritto al partito o, per esempio, condurre una vita immorale. Eccetera. Ma ad ognuno, ripeto, è concessa una cosa sola. Non si può essere contemporaneamente ebreo e ubriacone, Delinquente e non iscritto al partito…

(Sergej DovlatovCompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.140.)

Badate bene: Dovlatov fa riferimento alla sua esperienza di giornalista nella Tallinn sovietica di metà anni Settanta e lo fa con la sua celeberrima, pungente ironia. Ovvero, egli sottintende: ai giornalisti servitori (volenti o più spesso nolenti) dell’ideologia di regime era concessa una di quelle cose elencate, ma assolutamente non fare giornalismo, non raccontare la realtà dei fatti ai lettori dei giornali del tempo o agli spettatori dei canali TV di Stato, non ci provare nemmeno a fare autentica informazione. Allora sì, era concesso loro un qualche tipo di “sfogo” alla vita altrimenti rigidamente avviluppata nelle maglie del regime e ai suoi voleri asservita. Ma non fare i veri giornalisti, giammai.

Beh, almeno allora una “motivazione” – la bieca, coercitiva e opprimente morale socialista – per tale sorta di condizione professionale c’era. Oggi no, anzi. Eppure non mi pare che dalle nostre parti, nella sostanza, la situazione sia diversa dall’Estonia sovietica di allora – almeno non per quanto riguarda la qualità dell’”informazione” di tanta stampa e altrettanti media, se ancora tale termine sia corretto utilizzare.

P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.

Il ceto medio, per così dire (N.V.Gogol Dixit)

A Pietroburgo ci sono ufficiali che costituiscono per così dire il ceto medio. Troverete sempre uno di loro a pranzo o a cena con un consigliere di Stato o un consigliere effettivo che si è meritato questo grado dopo quarant’anni di fatiche. Alcune figlie smunte, assolutamente incolori come lo è Pietroburgo, alcune già troppo mature, un tavolino da tè, un pianoforte, balli casalinghi: questo è lo sfondo su cui brilla, sotto il lampadario, la mostrina dell’ufficiale, fra una biondina per bene e il nero frac del fratello o di un amico di famiglia. (…) Molti di loro, insegnando in istituti statali o preparando i giovani per questi istituti, alla fine riescono a farsi un calesse e un paio di cavalli. La loro cerchia di conoscenze allora comincia a crescere: finalmente riescono a sposare la figlia di un mercante che sa suonare il pianoforte, ha per dote un centinaio di rubli in contanti e un mucchio di parenti barbuti. Non possono ottenere tuttavia questo onore prima di avere prestato servizio almeno fino al grado di colonnello. Perché i barbuti russi, sebbene puzzino ancora di cavolo, non vogliono vedere le loro figlie se non sposate con dei generali o almeno dei colonnelli.

(Nikolaj Vasil’evič Gogol’, I racconti di Pietroburgo, edizione Baldini Castoldi Dalai Editore, 2012, traduzione di Federico Pizzi, pagg.50-51.)

ceto-medioSostituite le cose tipiche dell’Ottocento con altre contemporanee, togliete “Pietroburgo” e mettete il nome di qualsiasi nostra città, al posto degli ufficiali metteteci – ad esempio – i laureati precari, o altre figure simili, e vi renderete conto che poco è cambiato, dalla Pietroburgo ottocentesca di Gogol ad oggi. A parte che per la puzza di cavolo: non la si sentirà più, di questo passo, ma non perché sia stata eliminata (sia di cavolo o che altro), semmai perché non vi sarà più chi la emani.

P.S.: cliccate qui per leggere la personale “recensione” dei Racconti di Pietroburgo.

Nevskijane visioni senza tempo (Nikolaj V. Gogol dixit)

In quali strani personaggi ci si imbatte sulla Prospettiva Nevskij! C’è una quantità di gente che, incontrandovi, immancabilmente vi guarderà le scarpe e, quando voi proseguite il vostro cammino, si girerà indietro per guardare le vostre falde. Ancora oggi non riesco a capire perché questo accada. In un primo tempo pensavo si trattasse di calzolai, ma non è così; sono perlopiù persone che prestano servizio in ministeri, molte di loro possono scrivere in modo stupendo un rapporto da un ufficio statale a un altro; oppure sono persone che come occupazione passeggiano, leggono i giornali nelle pasticcerie, insomma per la maggior parte persone proprio per bene.

(Nikolaj Vasil’evič Gogol’, I racconti di Pietroburgo, edizione Baldini Castoldi Dalai Editore, 2012, traduzione di Federico Pizzi, pag.27)

nevsky-prospect-1Vi pare sia cambiato qualcosa nella società di oggi rispetto a quella in passeggio lungo la Prospettiva Nevskij nella Pietroburgo ottocentesca di Gogol?
Forse solo l’oggetto degli sguardi ovvero gli identificanti status symbol…

P.S.: a breve potrete leggere, qui sul blog, la personale “recensione” de I racconti di Pietroburgo.