Nikolaj V. Gogol, “I racconti di Pietroburgo”

cop_gogolConfesso di nutrire da tempo un interesse particolare per il popolo russo e la sua cultura – un interesse di natura sostanzialmente antropologica, per certi aspetti contrastato ma forse proprio per questo intrigante – e non serve che sia io a rimarcare l’esistenza di una abbondantissima documentazione in tema di spirito e carattere russi. Fatto sta che ritengo fondamentale e ineludibile il rapporto tra Europa e Russia – o, sarebbe meglio dire, tra Europa occidentale e orientale, dacché parliamo della stessa entità geografica, almeno fino agli Urali o poco oltre – in primis dal punto di vista culturale e poi per tanti altri, e il fatto che la storia moderna e contemporanea racconti invece del profondo solco creatosi tra le due suddette facce della stessa medaglia, dalla caduta degli Zar in poi, credo sia uno dei fattori che più ha generato tante delle drammatiche storture che infarciscono la stessa storia novecentesca europea.
In ogni caso, al di là di qualsivoglia altra successiva considerazione, che inevitabilmente finirebbe per diventare geopolitica, uno dei modi migliori – se non il modo migliore – per conoscere approfonditamente il peculiare spirito russo è leggere le opere dei suoi grandi letterati, quelle classiche soprattutto ma pure quelle contemporanee, le quali tutte, ancora oggi, continuano “a uscire dal cappotto di Gogol”, come affermò efficacemente Fëdor Dostoevskij. Il cappotto in oggetto è quello che fornisce il titolo proprio a uno de I racconti di Pietroburgo (edizione da me letta: Baldini Castoldi Dalai Editore*, 2012, traduzione di Federico Pizzi. Orig. Peterburskie Povesti, 1836/1842) di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, personaggio assolutamente fondamentale per la cultura russa (non solo letteraria) e dunque altrettanto basilare per strutturare l’indagine e lo studio delle “cose russe”.
I racconti di Pietroburgo è una raccolta che comprende cinque testi appunto in forma di racconto – ma sono quasi novelle, a dire il vero, e tutti caratterizzati da diverse stesure e revisioni da parte di Gogol – per i quali il fulcro scenografico (ma non solo), come dichiara il titolo, è la città di (San) Pietroburgo, antica capitale dell’impero russo e tutt’oggi città fondamentale per la Russia e l’Europa intera, anche per essere sotto diversi aspetti antitetica all’attuale capitale Mosca. O meglio, si dovrebbe dire che, ancor di più, il centro della raccolta è la celeberrima Prospettiva Nevskij, cuore di San Pietroburgo, “casa principale” del suo Genius Loci e dunque di ogni opera, in passato come oggi, che in città sia ambientata. Se lungo la strada si muove da sempre il campione più rappresentativo della società russa, a metà Ottocento tale peculiarità risultava ancora più evidente e significativa – mentre oggi le cose sono cambiate, in relazione alla parte del paese rappresentata invece da Mosca, in base a un rapporto che amici russi residenti in Italia mi presentano assimilabile a quello che ci può essere tra Milano e Napoli, con San Pietroburgo che si sente da sempre più “nobile” e raffinata di Mosca, vista come la città della politica, del potere e del circo che vi si muove intorno (perché alla fine quel noto detto, “tutto il mondo è paese” è quanto mai veritiero!)
Lungo la Prospettiva Nevskij e altrove per la città, dunque, Gogol racconta le storie di individui in modo che appare una sorta di compendio di diverse “modalità cognitivo-narrative” virate nel suo raffinato linguaggio letterario: in primo luogo quella antropologica, che genera un’attenta e sovente minuziosa descrizione delle persone in ogni loro aspetto fisico, materiale, gestuale, caratteriale, emotivo; da tale taglio antropologico di contro Gogol deriva una complementare visione ironica, a volte sarcastica ma sempre melodrammatica, per la quale la narrazione in certi passaggi pare né più né meno composta per una fruizione prettamente drammaturgica. Intorno a ciò, poi, il grande scrittore russo costruisce un piccolo/grande mondo grottesco e non di rado surreale, col quale cerca di portare l’attenzione e la percezione del lettore oltre la mera realtà oggettiva delle cose verso notazioni su aspetti che altrimenti resterebbero nell’ombra, in una narrazione prettamente realista: cosa che peraltro Gogol fu – un maestro del realismo, intendo dire – secondo molti critici; di contro, secondo altri, non fu affatto così realista e, più semplicemente, fu soprattutto un mirabile umorista, nel senso più letterario e meno banale del termine.
In ogni caso, nell’una o nell’altra ipotesi, ad emergere dai racconti dell’opera – così come da buona parte della produzione gogoliana – è una vividissima e mordace descrizione della mediocrità umana, in molti aspetti anche sociologica ma la quale, più che rivendicare il diritto a una critica in tal senso, mira soprattutto a fissare in modo indelebile e schiettamente chiaro il mondo che Gogol osservava intorno a sé, con tutto ciò di umano (o, per così dire, antiumano) che comprendeva dentro. I racconti di Pietroburgo si presentano infatti come fenomenali affreschi della società russa del tempo, quasi tridimensionali per quanto dotati di spessore narrativo e assolutamente vitali in tema di brillantezza letteraria. Non serve poi che vi rimarchi quale dei racconti preferisca o ritenga più notevole degli altri: come in altri casi simili e similmente “alti” (in senso letterario, appunto), l’opera è una sorta di galleria per quei suddetti affreschi artistici, ognuno certamente dotato di vita e valore propri ma tutti fondamentali per la costruzione della miglior comprensione possibile dell’opera e del suo messaggio. Perché non solo Dostoevskij aveva ragione in ciò che affermava, riguardo la produzione letteraria russa: credo che qualsiasi altro europeo d’ogni sorta sia in qualche modo “uscito” dal cappotto di Gogol o, quanto meno, se lo sia messo sulle spalle anche solo per qualche momento ovvero, per dire la stessa cosa in altro modo, abbia camminato – idealmente, ma non solo – lungo la Prospettiva Nevskij. Se non lo avesse fatto, non potrebbe dirsi parte della singolare e preziosissima (sempre più, col passare del tempo) cultura europea, al di là di qualsivoglia considerazione politica.

*: l’edizione da me letta, essendo stata pubblicata da un editore non più attivo, suppongo non sia più in commercio se non come avanzo di magazzino, ma ovviamente l’opera ha numerose altre edizioni e quindi risulta tranquillamente recuperabile sul mercato.

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