Di Mauro Corona, o della parodia della parodia

Non so se il buon Mauro Corona, scrittore assai suggestivo e personaggio mediatico ben più grottesco che sovente si erge a nobile (e apprezzabile, e ammirevole) paladino della Montagna e della sua cultura, sia concorde ovvero abbia da ridire riguardo l’immagine sopra pubblicata (cliccateci sopra per conoscerne la fonte e il contesto), che palesemente mette in relazione il diavolo e l’acquasanta, ovvero la fragile e (si spera) incontaminata bellezza della Natura montana e un SUV, autoveicolo che di “incontaminato” e incontaminante ha ben poco (assieme a tutto il resto che gli va dietro), con lo scrittore di Erto a fare da – consapevole o meno (spero vivamente la seconda) – testimonial. Assai significativa, nell’incipit dell’articolo dal quale l’immagine è tratta, leggere l’alquanto tragicomica affermazione “Mete raggiunte, spesso esplorate (laddove possibile, rispettosamente), in auto e in moto”: e dove non fosse possibile raggiungere tali mete “rispettosamente” – ovvero, inutile dirlo, quasi sempre? Domanda retorica, ovvio: si raggiungono comunque, fanc**o la Natura montana e la sua fragilità! Pecunia non olet autem corrumpit…*

Ma, giusto a proposito di tragicomico, torniamo a Mauro Corona, il quale ormai sta compiendo definitivamente la metamorfosi in parodia del “Corona” di Maurizio Crozza – una parodia della parodia o “controautoparodia”, insomma. Per carità, ognuno è libero di mostrarsi e atteggiarsi pubblicamente a ciò che vuole, seppur ciò vada a indebolire notevolmente il valore dei nobili messaggi e dei buoni propositi altrimenti proferiti (ed è proprio questa la cosa più discutibile della questione). Fatto sta che, appunto, resta ormai solo una piccola differenza tra i due “Corona”: che l’uno è un comico e l’altro no. E non è detto che di questo passo il comico sia Crozza.

*: “Il denaro non puzza, ma distrugge”.

P.S.: ringrazio per l’indiretta ispirazione alla scrittura di questo post Michele Comi, grande guida alpina malenca e, lui sì senza alcun paradosso, custode delle proprie montagne di grande cultura, concreta operosità e inestimabile importanza.

Il Giro d’Italia?

Ah, ma dunque il Giro d’Italia l’hanno corso di nuovo?
Pensavo che il ciclismo non si praticasse più, che i corridori li avessero squalificati tutti.
Non ci fosse stata ‘sta cosa di ieri delle buche nelle strade di Roma, non me ne sarei nemmeno accorto!

P.S.: sono stato per una vita un grande appassionato di ciclismo. Ma è uno sport che ormai ha perso molta parte della sua credibilità, e senza che sia mai stato fatto qualcosa di serio per risolvere la questione doping. Spiace dirlo, ma è più credibile il wrestling, ormai.

Enrico Camanni, “Il Cervino è nudo”

Intorno al 1930, in prossimità di un colle alpino tra il Piemonte e la Francia il cui toponimo pare risalga ad un cippo di pietra ivi presente (Petra sistaria, ovvero “sesta pietra”) misuratore di distanza dalla città più vicina, e fino ad allora abitato da pochissimi allevatori di bestiame, succede qualcosa che cambia drasticamente il destino della frequentazione ludico-ricreativa delle Alpi: nasce la prima località di villeggiatura interamente pensata a beneficio dei turisti e totalmente svincolata dalla realtà del luogo e dei suoi abitanti: Sestriere. Una vera e propria cittadella dello sci o, per meglio dire, un pezzo di città ricreato in quota, con tutti gli annessi e connessi tipici d’una grande conglomerazione urbana. È un evento che cambia totalmente e drasticamente, appunto, il modo di frequentare turisticamente la montagna dacché costruisce un nuovo immaginario alpino – anzi, di nuovo, che riproduce un immaginario sostanzialmente urbano in un contesto montano, così che il turista (per semplificare al massimo il concetto di fondo) si possa sentire a casa propria anche a 2.000 metri di altezza, in pieno inverno e con tanta neve intorno.

Sestriere diventa un progetto modello per molte altre stazioni di montagna: in particolare, solo qualche anno dopo, comincia l’edificazione di un’altra località completamente progettata a beneficio dei villeggianti e, sotto molti aspetti, di ancor più drastica realizzazione (e impatto ambientale) rispetto a Sestriere: Cervinia, nome “artificiale” (e molto ispirato all’immaginario fascista, al tempo al potere in Italia) per un agglomerato urbano che cambia i connotati di una delle zone montane più peculiari dell’arco alpino occidentale, la conca del Breuil dominata dalla iconica e spettacolare mole del Cervino.

L’essenza e la sostanza di Cervinia, di natura architettonico-urbanistica, ambientale ma ancor più antropologica, sono del tutto emblematiche in merito allo sviluppo antropico delle vallate alpine votate al turismo degli sport di montagna – in particolar modo di quelli invernali: Enrico Camanni, scrittore e giornalista torinese tra i massimi esperti italiani di cultura di montagna, ne analizza realtà, significati e conseguenze in Il Cervino è nudo (Liasion Editrice, 2008), un volumetto tanto veloce e agile (sono solo 65 pagine) quanto denso di contenuti e di riflessioni illuminanti, soprattutto per maturare un quanto mai necessario sguardo consapevole verso la realtà della montagna italiana moderna e contemporanea nonché l’altrettanto necessaria visione di un “buon” futuro per essa []

(Leggete la recensione completa de Il Cervino è nudo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La neve, il disagio, la meraviglia


Ha ragione Luca Radaelli, quando sulla propria pagina facebook scrive che c’è stato un tempo, meno impazzito di questo, in cui la neve non era solo pericolo, ostacolo alla viabilità, fastidio, disagio, ma fonte di gioia, fascino e bellezza. È verissimo: ci stiamo talmente straniando dalla realtà, dalle cose importanti, dalla bellezza, dalla capacità di meravigliarci, dal piacere di godere dei momenti di incanto, dalla curiosità di recepire il senso e l’essenza di ciò che abbiamo intorno, dalle percezioni emotive più genuine e dalla sensibilità che ne è fonte ed è peculiarità di ogni creatura senziente… e solo per inseguire frivole superficialità, futilità, scempiaggini, sconcertanti miserie intellettuali e spirituali, eccitazioni artificiose, ipocrite, false, illusioni prive (ovvero private) d’ogni logica e d’ogni valore… che stiamo perdendo, oltre al legame con la realtà, il senso stesso della vita. Non solo una dissonanza cognitiva, non solo un fenomeno di alienazione e uno smarrimento di logica culturale sempre più simile a un vero e proprio disagio psicosociale, ma ancor più una perdita di autentica umanità.

Anche perché, perdendo la capacità di meravigliarci, perdiamo pure la facoltà di pensare: già Aristotele, nel primo libro della Metafisica, sottolineava questo aspetto affermando che “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia”. In fondo è per questo che i bambini imparano tutto così rapidamente e non smettono mai di essere curiosi. Noi adulti invece – continuamente lamentosi, stizzosi, irosi, collerici ma quasi sempre per riflesso indotto o pedissequa imitazione e quasi mai con cognizione di causa e ponderata consapevolezza – non lo sappiamo quasi più essere, finendo per perdere non solo il legame col mondo d’intorno ma pure con noi stessi. Come tanti pupazzi di neve su una spiaggia a fine luglio, insomma.

La sQuola e il BurIan

Sarà, ma a me la decisione di tenere le scuole chiuse per maltempo, così solite e tipiche delle nostre italiote parti, mi pare una scempiaggine pari a quella di continuare a chiamare “Burian” un vento che si chiama Buran.

B-U-R-A-N, senza quella “i”!

Il diritto allo studio scolastico e alla frequentazione ordinaria di un luogo deputato ad esso, per principio non deve essere mai negato – semmai soltanto in occasione di eventi climatici realmente eccezionali (e non è affatto il caso di questi giorni) o altri gravi impedimenti – prevedendo per le circostanze come quella attuale attività didattiche alternative per gli studenti che possano essere presenti in modo da non danneggiare quelli che effettivamente non lo possono essere. È un principio tale e quale a quello – ribadisco, metaforizzando –  per il quale nessuno può negare il moto di un vento che giustamente soffia dove e come vuole nonostante quelli che nemmeno sanno come si chiami realmente. Ecco, sovente ho l’impressione che forse nemmeno quelli che impongono certe decisioni sanno veramente cosa significhi “scuola”, né tanto meno quanto sia necessaria l’educazione ai più naturali seppur fastidiosi disagi.

Be’, a questo punto speriamo non torni l’era glaciale, altrimenti ci ritroveremo una società di analfabeti ignoranti!

(L’immagine in testa al post è tratta da Roma Today. Cliccateci sopra per leggere l’articolo correlato.)