Una cosa forse troppo difficile, per il Sapiens

L’imperitura e invariabile costanza che noi Sapiens (per semplicità comprensiva uso il termine al plurale, anche se so che è un errore) mettiamo nel cercare di ricondurre e interpretare ogni cosa che esiste al mondo intorno a noi, animata o no, a una visione rigidamente antropica quando non antropocentrica, seppur per alcuni versi è qualcosa di comprensibile temo che per tutti gli altri versi sia la riprova di come la cultura che anima la civiltà umana sia tanto funzionale ai suoi interessi evolutivi – e fin qui ci sta – quanto disfunzionale ai bisogni di tutto quello che vi sta intorno ovvero al mondo e a ciò che contiene, animato o no. In altri termini, è il principio di fondo in base al quale e sempre più nel tempo noi Sapiens siamo diventati disarmonici rispetto alla sfera vitale nella quale stiamo, disconnessi da essa, decontestuali, per molti aspetti antitetici al suo ordine naturale, nonché uno dei motivi per i quali siamo incapaci di comprenderne la realtà.

D’altro canto, come possiamo pretendere di capire il mondo che umanizziamo, antropomorfizziamo, che pensiamo in grado di esistere solo se sottoposto alle leggi e alle regole (o alle fregole) con le quali abbiamo organizzato la nostra civiltà, se a ben vedere – historia docetnon siamo nemmeno in grado di capire noi stessi e i nostri comportamenti? E di conseguenza come possiamo pensare di salvaguardare il mondo in cui viviamo se formalmente diciamo di volerlo fare ma sostanzialmente miriamo sempre e solo a salvaguardare noi stessi? Ma, appunto: sul serio pensiamo di saper salvaguardare noi stessi quando facciamo di tutto per rovinarci vicendevolmente?

Siamo in un cul-de-sac, chiaramente. Dal quale possiamo uscire solo nel momento in cui sappiamo – sapremo – riconnetterci e riarmonizzarci con tutto quanto abbiamo intorno riuscendo a comprenderne la realtà effettiva e peculiare. Che in parole povere si può riassumere con: ne usciremo quando ci toglieremo di mezzo dal centro del mondo nel quale ci siamo prepotentemente piazzati e dal quale sprezzanti di tutto non vogliamo spostarci. Senza per ciò metterci un passo indietro da ogni altra cosa dopo che abbiamo voluto stare per troppo tempo svariati passi avanti, ma ben più semplicemente e equamente, mettendoci a fianco di ogni altra cosa, di ogni altra creatura, entità, elemento, camminando nel tempo lungo vie diverse l’una dall’altra ma che puntano tutte nella stessa direzione, verso una medesima meta.

Ecco.

Troppo difficile, dite?

Uhm… Forse sì, troppo difficile per noi “Sapiens”. Già.

Basta con gli zoo!

Io credo che gli zoo, nella stragrande maggioranza dei casi, siano una delle cose più tristi e aberranti che l’uomo abbia mai creato, e che lo diventino ogni giorno di più. La “civiltà umana”, se fosse realmente civile e veramente umana, li chiuderebbe immediatamente – e non mi si venga a dire che «tanto sono animali nati in cattività!» “Cattività” significa schiavitù, prigionia, segregazione, cioè crudeltà, spietatezza, disumanità. È questo che l’uomo, l’Homo Sapiens, vuole manifestare con le sue azioni? Be’, negli zoo lo fa, senza alcun dubbio, peraltro (anche) con ciò dimostrando la propria reale, inquietante “natura”.

Nelle immagini (tratte da qui), il “compleanno” di un Panda gigante in uno zoo, imprigionato in una gabbia di plastica e vetro, esposto come mero e spassoso gadget vivente da fotografare. Immagini belle e divertenti, all’apparenza, ma in verità terribili, spaventose.
Una vergogna assoluta. Punto.

P.S.: aveva già scritto sulla questione, qui.

Se gli alberi parlassero, cosa direbbero all’uomo?

Sempre a proposito di genere umano e Natura… sono state anche registrate ulteriori prove scientifiche su come le piante respirino, reagiscano agli stimoli esterni, parlino, comunichino tra di loro, ascoltino il mondo che hanno intorno e inviino ad esso messaggi in molteplici modi, ovviamente del tutto differenti dai nostri e sovente alquanto fenomenali.

La cosa mi fa venire in mente le parole di un grande personaggio che con boschi e alberi aveva una relazione autentica e speciale, Mario Rigoni Stern, il quale disse che

Il bosco è vivo, noi consideriamo gli alberi come oggetti che non sentono, invece sono sensibili, gli alberi. Addirittura si è scoperto recentemente che si consociano tra di loro per aiutarsi a vicenda e si scambiano alimenti attraverso le radici.

(Carlo Mazzacurati, Marco Paolini, Dialoghi in Ritratti. Mario Rigoni Stern, Fandango Libri, Roma 2006, pag.65.)

…dimostrando di sapere già anni prima, grazie a quella sua armoniosa relazione “silvestre” – e parimenti a chiunque sappia formulare una particolare e percettiva sensibilità verso l’ambiente naturale grazie a un’altrettanto particolare forma mentis culturale -, quello che poi la scienza sta confermando col tempo.

Delle recenti scoperte ne parla in questo articolo dell’Agi il giornalista scientifico Renato Reggiani, chiedendosi in chiusura alla sua dissertazione quando arriverà «il primo traduttore universale per il linguaggio delle piante». Ecco, non so quanto possa essere conveniente per l’“Homo Sapiens” (virgolette inevitabili) poter capire quello che le piante ci potrebbero dire. Temo che la razza umana, i cui membri fanno una gran fatica a parlarsi e capirsi persino tra di loro, per sua gran parte verrebbe coperta da insulti e infine non capirebbe nulla di tutto ciò che di virtuoso le piante potrebbero comunicare. Con questo dimostrando una volta ancora che l’aggettivo di quella definizione tassonomica, “Sapiens”, è in molti casi del tutto pretenzioso e ingiustificato. Purtroppo, già.

Cacciatori “ambientalisti”

Devo ammettere una cosa che io stesso ritengo “sconcertante”, per certi aspetti, ma che per altri si basa su fatti assolutamente oggettivi: da abitante della montagna non sarò mai un cacciatore – e ribadisco, mai – ma non posso che ringraziare solo i cacciatori se zone tutt’oggi ampie dei boschi e dell’ambiente naturale dei monti di casa sono ancora ben tenute, a tutto vantaggio della stessa avifauna, e non lasciate in balia del rimboschimento selvaggio, condizione di dissesto potenziale per il terreno, di disequilibrio biologico oltre che segno palese e desolante dell’abbandono della cura della montagna.

Sono loro che vedo per i boschi, fuori dalla stagione venatoria, a far manutenzioni varie, a pulire e sistemare i sentieri, ad assestare i piccoli smottamenti del terreno e togliere le piante schiantate al suolo nel corso di qualche tempesta, insieme a volontari di gran cuore che tuttavia si contano sulle dita di una sola mano. Loro, e non altri.

Detto ciò, lo ripeto, per me stesso non ammetto e concepisco l’attività venatoria a scopo ludico, quantunque ne consideri l’appartenenza alla tradizione storica delle montagne di casa e d’altrove. Ma, appunto, se non ci fossero quei cacciatori, sicuramente molti dei boschi e dei sentieri attraverso i quali pratico il mio vagabondare montano non sarebbero più accessibili, in preda alla più disordinata selvatichezza di ritorno e con conseguente cospicuo danno al valore culturale del territorio.

Ecco.

(Cliccate sull’immagine – presa da qui – per saperne di più, sulla caccia.)

 

La difesa della razza

Noto un certo assembramento fuori dalla sala conferenze. Evidentemente è in programma qualche seminario o simposio… magari è qualcosa di interessante. Mi avvicino per saperne di più e, infilandomi tra i presenti, mi affaccio nella sala.
«Dobbiamo restare uniti, esprimerci con una sola voce, rivendicare la nostra forza associativa!»
Un tizio sul palco sta parlando al pubblico con un certo ardore.
«Siamo qui per difendere la nostra razza! La nostra cara, amata razza! La più bella, la più intelligente, lo sappiamo tutti che è così!» (Applausi.)
«Altre razze vorrebbero rubare il nostro spazio, vorrebbero diventare la maggioranza e ottenere l’egemonia. Ma noi non lasceremo loro questo nostro spazio a cui teniamo tanto, noi difenderemo sempre e comunque la nostra razza, le sue qualità, i suoi pregi! Siamo qui per affermarlo con forza, per ribadire che la nostra razza era ed è la migliore, e anche se già tantissime persone ne sono consapevoli e ce lo dicono ad ogni buona occasione, faremo di tutto per rivendicare ciò e per garantire alla nostra razza un grande futuro!»
Applausoni scroscianti, mentre io rimango esterrefatto. Incredibile, non avrei mai pensato che ancora oggi, e in modo così apertamente pubblico, si potessero proferire parole di siffatta natura.
«Insomma, ma che dite? Come potete sostenere queste cose?» dico con impeto ad un tizio che ho accanto. Mi guarda storto – ovviamente.
«Sì, dico a voi, biechi suprematisti reazionari che non siete altro!» aggiungo con decisione.
«Supremat… reazionari?!?» fa il tizio.
«Già! Questo siete.»
«Ma che dice, scusi? Come si permette?! Siamo tutti quanti brava gente, noi dell’Associazione Allevatori di Myliobatis Aquila
«Milobis-che?»
«Myliobatis Aquila. Alleviamo aquile di mare, una razza tra le più belle che ci siano nei mari del pianeta. Ha presente?»
«Razza… il pesce?»
«Certo! Che pensava lei?»
«Ehm…»
«Sa, nella vasca che ho nel giardino di casa ne allevo tre. Si chiamano Rosellina, Chiaruccia e Angelina. Sapesse quanto sono belle, e intelligenti pure. E come mi sono affezionate! Si fanno accarezzare a lungo e poi scodinzolano con la coda…»
«Aehm… Mm-m.»
«E invece quelli che allevano la Leucoraja erinacea pretendono che sia la loro la razza più bella da allevare. Ma le pare giusto?»
«N-no…»

(È un raccontino inedito, sì, un estratto di un testo umoristico che prima o poi forse farò pubblicare, credo. Insomma: chi vivrà riderà! 😉 )