«La montagna è di tutti!»

[Quest’immagine è tratta da un bellissimo post della pagina Instagram di divulgazione ambientale betula_stuff, dove lo potete leggere per intero – cliccate sulle immagini; qui trovate il loro sito web.]
Molte volte, dietro certe infrastrutture turistiche quanto meno opinabili che vengono realizzate in montagna, viene posto un “pensiero” che poi regolarmente si manifesta in forma parecchio dogmatica quando si cerca di osservare la criticità delle opere: «la montagna è di tutti!». Per cui, via con le ciclovie larghe come strade che raggiungono luoghi alpestri incontaminati e spesso spianano sentieri storici o, viceversa, guai a invocare la chiusura di certi percorsi stradali o alpestri perché troppo affollati e per ciò degradati – e degradanti i luoghi che attraversano. «La montagna è di tutti!» ripetono i promotori di quelle opere, «tutti hanno il diritto di poterci andare e di godere delle sue bellezze!» Affermazioni che in realtà nascono ben altri fini – o ben altri affarismi, per meglio dire – le cui parole a loro volta “spianano” le montagne, la loro cultura, l’anima peculiare, in maniera oltre modo pericolosa perché basate sul principio del “si può fare tutto”. L’esperienza montana non conta più, nemmeno la fatica che dava valore alla meta raggiunta e tanto meno la relazione con i luoghi: bisogna arrivarci, punto. E farlo il più agevolmente possibile perché più persone possibili possano farlo. Allora spianiamole tutte queste montagne maledettamente ripide, accidentate, aspre! Chi siamo noi per poter dire che lassù ci si può arrivare solo se ben allenati dopo qualche ora di cammino o soltanto con un’adeguata tecnica ciclistica oppure alpinistica, oltre che con la dovuta consapevolezza del luogo e del contesto? «La montagna è di tutti, tutti ci devono poter salire!»

Questi pensieri, purtroppo spesso articolati proprio dalle amministrazioni comunali di montagna in una deriva culturale inquietante e irritante, rappresentano una delle più gravi mancanze di rispetto nei confronti dei territori montani anche in forza del suo carattere istituzionale. Dimenticano totalmente di considerare il senso del contesto, come se la montagna fosse un ambito uguale agli altri, soprattutto a quelli cittadini, alterano il valore stesso della presenza umana sui monti basata da sempre e inevitabilmente sul dialogo con i luoghi e le condizioni ambientali, tralasciano – con molto ipocrisia – di proferire quelle affermazioni nella loro forma completa: la montagna è di tutti quelli che la rispettano. E lo fanno perché, per realizzare certi progetti, sanno benissimo che il rispetto per la montagna è un ostacolo e non deve essere contemplato, anzi: lo si deve alimentare, spingendo anche i fruitori di quei progetti a dimenticarlo.

[Le orripilanti passerelle metalliche piazzate nel 2022 sul Piz di Olda, a oltre 2500 metri di quota in Valla Camonica, pur di farci arrivare i cicloturisti – ne avevo scritto qui. Fortunatamente poi vennero tolte ma per la mancanza delle autorizzazioni necessarie, non per la loro palese dissennatezza.]
Ma a qualsiasi diritto corrisponde un dovere: ha il diritto di salire sulle montagne chiunque manifesti il dovere di rispettarle. Altrimenti non può salire, fine della storia. Il mondo è grande, di altri posti belli nei quali divertirsi ce ne sono a iosa. E quando certe amministrazioni pubbliche proferiscono le succitate affermazioni pur di giustificare e realizzare i loro progetti, dimostrano di avere annullato il diritto di amministrare le loro montagne. D’altro canto il voto elettorale è un dovere che garantisce il diritto di scegliere chi si ritiene possa fare del bene ai propri territori. Se questa corrispondenza si rompe, viene rotta ogni altra cosa conseguente. Punto.

Lo stop alla strada nel Vallone di Sea è un caso esemplare per tutte le nostre montagne

Mentre su certe montagne alcuni amministratori pubblici privi di sensibilità verso i propri territori realizzano – o vogliono realizzare – nuove strade a gogò prive di utilità ma con fini meramente turistici, su altre montagne fortunatamente strade simili vengono fermate da sentenze giuridiche e, ancor prima, dalla massa critica e dalla cittadinanza attiva di molti appassionati di montagna, del luogo e non.

È il caso esemplare del Vallone di Sea, in Piemonte, straordinario esempio di scenario incontaminato delle Alpi italiane il cui territorio dalla frazione Forno Alpi Graie del Comune di Groscavallo (Torino) giunge ai 3.100 m del Colle di Sea, segnando il confine di stato con il dipartimento francese della Savoia. Il Vallone rappresenta uno degli angoli più suggestivi e selvaggi dell’intero arco alpino, peraltro molto vicino a realtà naturalistiche di grande fama come il Parco Nazionale del Gran Paradiso e il Parc National de la Vanoise in territorio francese. Grazie alle sue pareti ricche di fessure e di spigoli strapiombanti, Sea è considerato uno dei più rinomati paradisi dell’arrampicata delle Alpi occidentali, sempre più conosciuto a livello nazionale e internazionale.

Nel Vallone il Comune di Groscavallo avevo progettato una strada forestale larga due metri e mezzo che avrebbe permesso di raggiungere un alpeggio situato a 1500 metri di quota: ma si trattava di un terreno non più utilizzato e difficilmente recuperabile a fini di pastorizia, il che fa immaginare che vi fossero altri fini, molto meno consoni al luogo, alla base della strada. La Regione Piemonte aveva espresso un parere tecnico contrario all’opera per i pericoli di frane, valanghe e smottamenti presenti in loco, ma il Comune si era appellato ad una recente legge (n. 10 del 4 aprile 2024) sempre emanata dalla stessa Regione (!) che ha trasferito ai sindaci la competenza per autorizzare interventi su aree inferiori ai 10000 metri quadrati o scavi sotto i 5000 metri cubi.

Fortunatamente il TAR del Piemonte ha invece bloccato definitivamente la strada in forza dei numerosi errori progettuali e delle contraddizioni nelle valutazioni tecniche condotte dall’amministrazione di Groscavallo, oltre che per vari cavilli burocratici. I giudici amministrativi hanno accolto il ricorso dell’Associazione Tutela Ambientale (ATA), che aveva riunito sotto il proprio ombrello una larga fetta non solo della comunità, ma anche degli appassionati di alpinismo ed escursionismo, tra cui il Gruppo Valli di Lanzo in Verticale, il Collettivo Workless, Mountain Wilderness, le sezioni Torino e UGET Torino del Club Alpino Italiano, la Scuola di Alpinismo Giusto Gervasutti, il Club Alpino Accademico Italiano Gruppo Occidentale. Un merito fondamentale va dato alla tenacia dei rappresentanti dell’ATA, piccolissima associazione che ha saputo scardinare il troppe volte perverso meccanismo dei fondi pubblici erogati a pioggia per opere prive di utilità e dall’impatto inaccettabile: un meccanismo visto da certe amministrazioni come la manna dal cielo senza che venga posto il benché minimo dubbio sui reali bisogni che il territorio e la cittadinanza invece richiedono.

La notizia, dunque, è ottima sotto molti punti di vista, ma non tutti. Già, perché in realtà è triste constatare che troppo spesso sulle nostre montagne vi siano amministrazioni pubbliche che impongono opere palesemente sbagliate e nocive per i territori manifestando la carenza di sensibilità, competenze, attenzione e visioni verso le loro stesse montagne. E se è bellissimo ciò che le comunità civile che ha fatto massa critica ha saputo ottenere, è triste pensare che dove non vi sia una tale mobilitazione dal basso e la volontà di agire attivamente contro certe opere, i loro promotori hanno ben pochi ostacoli da affrontare e sovente al riguardo possono fare il bello e il cattivo tempo. Inoltre, è altrettanto triste accertare che in Italia, per contrastare tali opere così sbagliate quando non disastrose per i territori cui vengono imposte, si debba essere assistiti da studi legali e andare per le vie legali, dunque che la voce della ragione di coloro che veramente hanno a cuore le sorti dei territori in questione rimanga spesso inascoltata e magari pure sbeffeggiata o censurata. Dov’è la democrazia, in questi casi? Che fine fa la rappresentanza politica? E tutte le belle parole istituzionali sulla sostenibilità e la salvaguardia ambientale?

In ogni caso quella che giunge dal Vallone di Sea è una bellissima notizia e un caso esemplare, come dicevo, perché dimostra che certi disastri sulle montagne si possono fermare se lo si vuole e ci si impegna con passione per ottenerlo. Per questo ulteriore motivo da oggi Sea diventa un luogo ancora più emblematico delle e per le montagne italiane, da guardare con grande ammirazione e dal quale farsi fattivamente ispirare.

N.B.: le informazioni per la redazione di questo articolo le ho tratte dalle seguenti fonti:

Le foto sono tratte dal sito web del FAI – Fondo Ambiente Italiano.

Il richiamo atavico e irresistibile delle montagne

[Dal Monte San Primo verso le Alpi svizzere, dicembre 2025.]

Percorrendo un sentiero, risalendo un crinale, attraversando un prato o una foresta, raggiungendo una cima, immergendo i piedi in un torrente, osservando il volo dell’aquila o udendo il fischio del camoscio, io subisco una trasformazione panica e a poco a poco divento tutt’uno con l’ambiente circostante. Sento di entrare in una simbiosi primordiale con l’anima mundi platonica. È un richiamo atavico irresistibile. I passi cadenzati e il ritmo del respiro sono un mantra e più a lungo cammino nella natura più forte si manifesta il legame tra il gesto concreto e il contatto con l’assoluto, quel sacramentum che per gli antichi Romani aveva anche il significato di giuramento, atto di fedeltà. La sacralità della Montagna sta nel riconoscere che c’è qualcosa di più grande e inconoscibile attraverso le nostre attuali conoscenze, e questa sacralità merita il rispetto più grande.

[Matteo RighettoIl richiamo della montagna, Feltrinelli, 2025, pagg.107. Qui trovate la mia “recensione” al libro.]

Se un parco naturale finisce “fuori strada” (a bordo delle ruspe)

Su “ExtraTerrestre”, l’inserto ecologista de “Il Manifesto” che esce in edicola ogni giovedì, Serena Tarabini presenta una dettagliata analisi della variante al Piano della Viabilità Agro-silvo-pastorale proposta dal Parco delle Orobie Valtellinesi (in provincia di Sondrio), attualmente in fase di Valutazione Ambientale Strategica, che prevede 47 km di nuove strade definite al servizio di «attività del settore primario, quindi agricoltura e silvicoltura» ma che risulta evidente abbiano un “secondo” fine turistico – o per meglio dire elettrocicloescursionistico – oltre che un’utilità assai funzionale al sollazzo sgasante dei soliti motociclisti fuorilegge. Il tutto, ribadisco, in un’area di tutela naturale e ambientale qual è il Parco delle Orobie Valtellinesi (!) nei confini si trovano già quasi 450 chilometri di strade (!!). Scusate, ma… “area di tutela” dove?

Avevo già denunciato la questione in questo articolo, e ringrazio molto Serena Tarabini che nel suo (se lo volete leggete ma risulta riservato agli abbonati, lo trovate in pdf qui) ha ripreso alcune mie considerazioni su tali interventi infrastrutturali nei territori montani, spesso oltre i 2000 metri di quota, e, oltre all’impatto ambientale, sulla banalizzazione culturale che ne consegue, chiaramente mirata alla trasformazione sempre più spinta delle montagne in luna park per il turismo mordi-e-fuggi finanziata da soldi pubblici, dietro la quale si palesa la mancanza pressoché totale di idee, progettualità e visioni di sviluppo realmente consono ai territori e ai bisogni delle comunità che li abitano. È la banalizzazione anche politica della montagna, in pratica, quando invece diventa sempre più necessaria la rigenerazione della rappresentatività politica delle Terre alte, continuamente in balìa di iniziative e progetti calati dall’alto, senza alcuna interlocuzione con le comunità e privi di senso del contesto e del limite – nonché di buon senso in genere.

Scrive Serena Tarabini nel suo articolo:

Dietro ogni strada c’è una scelta culturale. Si può decidere che la montagna debba adeguarsi ai modelli di consumo della pianura, oppure riconoscere che la sua forza sta proprio nella differenza. Le Orobie rappresentano uno degli ultimi sistemi relativamente integri delle Alpi lombarde. La loro riqualificazione non passa necessariamente dall’asfalto o dallo sterrato battuto, ma dalla capacità di custodire ciò che le rende uniche.
La domanda, allora, non è quante strade servano, ma quale idea di montagna vogliamo consegnare al futuro. Se la risposta sarà affidata alle ruspe, i sentieri — e con essi una parte della cultura alpina — rischiano di diventare memoria. Se invece prevarrà una visione più lungimirante, la montagna potrà restare un luogo da abitare e attraversare con rispetto, non semplicemente da raggiungere.

A mia volta segnalo l’articolo al solito illuminante dell’amico e stimata guida alpina della Valmalenco Michele Comi che su “Montagna.tv” riflette su quando le ruspe prendono il posto dei sentieri e i danni all’ambiente e la rimozione della cultura delle Terre alte non sembrano essere un problema. Sì, perché la variante VASP del Parco delle Orobie valtellinesi ammetterebbe la distruzione dei percorsi locali originali, incluse mulattiere selciate e sentieri secolari, qualora la conservazione in situ non fosse ritenuta “fattibile”: un vero e proprio crimine, dal mio punto di vista. Scrive Michele:

La montagna non ha bisogno di nuove ferite, chiede mani attente, passi che conoscano le sue curve e i suoi sussurri. I vecchi sentieri, scolpiti dal tempo e dal cammino, sono vene di memoria. Chi vuole “salvare” la montagna farebbe meglio a camminare un vecchio sentiero, a guardarlo davvero, con occhi che sanno fermarsi. A capire che ciò che conta non si costruisce, si custodisce.
Non è la montagna ad aver bisogno di nuove strade, siamo noi che dobbiamo imparare a camminare.

Insomma, qui a finire fuori strada – a bordo di tante ruspe – è tutta la nostra montagna, spinta a “deragliare” da qualsiasi percorso razionale da soggetti evidentemente insensibili verso la sua bellezza e incapaci di dialogare con il suo Genius Loci. Soggetti che è bene riportare sulla “strada della ragione (montana)”, se si è in tempo per farlo.

Di sentieri, ciclovie, moto e sindaci

A proposito di itinerari escursionistici in montagna e della gran passione che certi amministratori pubblici locali manifestano per aggiungerne di nuovi in forma di “ciclovie” – ma furbamente definendole “Viabilità agro-silvo-pastorale (VASP)” per dar loro una parvenza di utilità (ne ho scritto di recente qui a proposito delle nuove ciclovie sulle montagne bergamasche e valtellinesi), con tracciati che sfregiano i fondi naturali e sovente distruggono i sentieri esistenti da decenni, a volte persino le mulattiere storiche, con tutto ciò spendendo un sacco di denaro pubblico: perché, prima di realizzare queste nuove strade (si definiscano per ciò che realmente sono) in quota tra prati e boschi sovente intonsi, non manifestano lo stesso impegno a contrastare e, quando possibile, punire i transiti illegali e devastanti su quei sentieri dei motociclisti, che invece restano regolarmente impuniti (perché è risaputo che le Forze dell’Ordine non abbiano uomini e mezzi giuridici per contrastare il fenomeno) e per ciò che si sentono autorizzati a perpetuarli liberamente?

[Questa è la nuova pista motociclist… pardon, la nuova “ciclovia” in realizzazione in Valle Imagna. Immagine tratta da www.lavocedellevalli.it.]
Non solo: posta la realtà di fatto appena descritta, le nuove strade cicloviarie che quegli amministratori realizzano diventano rapidamente ulteriori piste a disposizione dei motociclisti ben più che ad uso di ciclisti e escursionisti i quali, se mai decidono di camminarci o di transitare sui sentieri vicini, si ritrovano a subire il rumore, i gas di scarico, la puzza conseguente, l’irritazione di vederseli sfrecciare accanto. Oltre al danno la beffa, insomma.

[Per chi se lo fosse perso, questo è il mio contributo sul tema pubblicato da “La voce delle valli” qualche giorno fa. Cliccateci sopra per leggerlo.]
O forse quei sindaci hanno il fratello/il cugino/il cognato/l’amico del cuore che gira per sentieri con la propria moto e dunque preferiscono far finta di nulla per non guastare parentele e amicizie?

Chissà!