“Emergenza Milano”, lunedì 17 aprile

Milano, la città antitetica. Cosmopolita, attrattiva, progredita, olimpica, ma intanto lascia morire gli alberi che pianta tra una cementificazione e l’altra per dirsi “green” (clic), i ciclisti che manda lungo le sue evanescenti ciclabili per dirsi “sostenibile” (clic) e molti suoi abitanti per i livelli di inquinamento che non sa decrescere per evidente tossicodipendenza genetica (clic). La Milano distrutta dalla guerra, poi quella del boom economico, poi della cronaca nera poliziottesca, la «Milano da bere» che va in depressione negli anni successivi ma comunque non si ferma mai, nemmeno a riflettere sugli errori commessi e dunque rinasce (imbruttita però) negli happy hour, nella gentrificazione eternata, nell’Expo e nelle prossime Olimpiadi, sempre più forma e sempre meno funzione, più esclusiva e meno inclusiva, sempre più piena di se stessa e più vuota di abitanti (veri), più City Life e meno living city. Così “avanti” da essere andata oltre pure alla propria anima, Milano è una città meravigliosa e «tutta da rifare» (cit.). O almeno per un bel po’.

Quello di lunedì prossimo 17 aprile a Milano, al quale si riferisce l’immagine in testa a questo articolo, rappresenta un buon tentativo al riguardo. Per saperne di più, qui trovate l’evento Facebook con ulteriori link utili e il form per l’iscrizione in qualità di associazione/ente.

Così tanti paesaggi, così poco tempo

[Foto di Tom Morel su Unsplash.]
«Così tanti libri, così poco tempo». Così, pare, un giorno disse Frank Zappa: e se in tale affermazione io mi ci trovo alla lettera, una versione simile l’ho fatta mia e la interpreto in modo che diventi un principio ineludibile: così tante montagne, così poco tempo. Ma anche – in “geoextended version” – così tanti paesaggi, così poco tempo.

Quando sono in viaggio – ovunque mi trovi, a partire dal primo millimetro al di fuori dell’uscio di casa fino in capo al mondo – e osservo senza sosta i territori che attraverso cercando di coglierne più dettagli possibile, mi sorge spesso il pensiero che di spazi e di luoghi da scoprire, esplorare, conoscere, ve ne sono così tanti che veramente un’intera esistenza sembra pochissima cosa. È ovvio e banale dirlo, lo so, ma forse lo è meno se si considera che questo esercizio elementare e ordinarissimo non è così praticato nonché se si reputa che è da una cosa così semplice e ovvia come l’osservare ciò che abbiano intorno che si genera la relazione fondamentale con il mondo che viviamo.

D’altro canto da sempre guardo al territorio come fosse un grande libro sulle cui pagine di roccia e di terra che sono i versanti e le varie forme morfologiche che lo configurano, si possono leggere le sue principali peculiarità e non solo: se quel territorio è antropizzato, vi si può leggere anche la storia che vi hanno inscritto le genti che lo hanno abitato lungo i secoli, raccontando il legame reciproco attraverso i “segni” della loro presenza – le case, i villaggi, le strade, le coltivazioni, i muri, i modellamenti del terreno e finanche le piccole cose, le staccionate, i sentieri, le pietre di confine, gli ometti di pietra…La lettura di tutto ciò è la narrazione del paesaggio, che è sempre un costrutto mediato tra elementi naturali e antropici.

Ma in questa “biblioteca” infinita che è il mondo, può ben essere “paesaggio” anche una piccola valletta nascosta dal bosco, un modesto rilievo roccioso, una semplice radura apparentemente simile a tante altre… Non solo dalle più grandi e imponenti montagne può nascere il paesaggio, seppur qui lo si possa cogliere nei modi più compiuti e spettacolari: anche nei minimi spazi si può riscontrare qualcosa di peculiare, un microambiente che si anima di tante relazioni infinitesimali il cui compendio traccia una narrazione peculiare di quel luogo minimo, che aspetta solo di essere còlta e letta.

Da ciò in fondo nasce quella mia sensazione di illimitatezza dei paesaggi in relazione al tempo a disposizione per esplorarla in maniera soddisfacente. Ma al riguardo mi torna in mente un’altra affermazione letteraria alquanto significativa, di Jules Renard che disse «Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d’essere ancora felice». Ecco, quando penso a tutti i luoghi, i paesaggi, le montagne, i territori che mi restano da scoprire e conoscere, ho la certezza di non dover preoccuparmi troppo per la mancanza di tempo e di poter essere ancora, e sempre, felice.

Milano, la città “green” che uccide gli alberi

Ho sentito poco fa alla radio che il grande platano di Piazza Buozzi a Milano è stato abbattuto, nonostante le proteste di molti cittadini prestigiosi e comuni – e tra i primi annovero i cari amici Paolo Canton e Giovanna Zoboli, che ne hanno scritto con passione sulle rispettive pagine Facebook. Insieme al platano, altri alberi milanesi storici sono stati o stanno per essere abbattuti: i glicini secolari del Circolo degli Ex Combattenti di Piazza Baiamonti, un grande nespolo e altri alberi che sono parte integrante del paesaggio del quartiere Sarpi-Garibaldi, i tigli del giardino comunitario dedicato testimone di giustizia Lea Garofalo, eccetera.

Io sul serio mi chiedo che testa abbia una città – ovvero i suoi amministratori – che cancella dal paesaggio urbano presenze vive e identitarie come i suoi grandi alberi, autentici marcatori referenziali nella geografia cittadina che nei decenni hanno assunto non solo una valenza storica ma pure un valore antropologico, stante il legame con essi degli abitanti dei rispettivi quartieri, e al contempo si gonfia boriosamente il petto annunciando un giorno sì e l’altro pure di piantare totmila nuovi alberi in giro per la città molti dei quali, per mero menefreghismo manutentivo, ecologico e civico, vengono lasciati morire – ma nel frattempo la propaganda mediatica ha generato i soliti titoloni osannanti la “Milano Green”, la “metropoli sostenibile” e via cianciando, con gran soddisfazione degli amministrazioni suddetti.

Sia chiaro: su che testa abbiano una risposta piuttosto franca ce l’avrei, anche solo per come un tale modus operandi politico metta in evidenza non solo un gran menefreghismo ma pure una totale incapacità di cogliere e interpretare il senso culturale profondo del paesaggio della propria città, ovvero per come segnali una sostanziale disconnessione dalla sua anima, dal suo Genius Loci, dalla sua identità di luogo.

«Era solo un vecchio albero malato!» ribatterà qualcuno. Be’, a parte il fatto che la scusa della malattia arborea viene sempre tirata in ballo, con una tale frequenza da far pensare inesorabilmente male circa la sua veridicità (che poi, se tutti questi alberi sono veramente malati, la colpa è comunque da ascrivere agli amministratori pubblici che non li hanno fatti curare a dovere), sì, era solo un albero. Come era un solo altro albero il glicine di Piazza Baiamonti, solo uno il nespolo di Sarpi, “solo uno” ogni altro grande albero abbattuto nei mesi scorsi. E qual è la somma complessiva di tutti questi “solo uno”? Eccola qui:

Nel periodo 2020-2021 Milano ha cementificato 18,68 ettari di territorio entro il suo perimetro amministrativo. Un numero che è il risultato di una accelerazione incredibile se paragonato ai 2,32 ettari del 2019-2020. Questo significa che nell’ultimo periodo monitorato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Milano ha innalzato il consumo annuo di suolo di otto volte.

Milano “green”. Greenwashing, già. Greenshaming, per ancora meglio dire.

(La foto del platano di Piazza Buozzi in testa al post è di Matteo Maculotti.)