Torino-Riyad: andata e ritorno, o nemmeno andata? Il Salone del Libro, l’Arabia Saudita e il necessario ruolo politico della cultura

80c0842a4a9955ef963f2ca3d3d43b40-kcZE-U10601458572829ooE-700x394@LaStampa.itDisserto ancora sull’evento torinese, questa volta per tutt’altra questione rispetto al mio precedente articolo. Forse avrete letto sui giornali delle forti perplessità sulla presenza in qualità di paese ospite al prossimo Salone del Libro di Torino (sempre che si faccia!) – (no, beh, tranquilli, si farà, si farà…) – dell’Arabia Saudita, soprattutto dopo lo sconcertante caso di Ali Mohammed al-Nimr, il giovane attivista condannato a decapitazione e crocifissione pubblica per aver manifestato in vario modo contro il regime – accuse peraltro ben poco dotate di effettivo fondamento, a quanto sembra. Inutile dire che quello di al-Nimr non è che l’ultimo di un lunghissimo elenco di casi non solo di violazione dei diritti umani ma pure di negazione delle più elementari libertà fondamentali (“Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba” predica un diffuso ed emblematico proverbio locale!) senza contare poi l’appoggio ben più che presunto alle più feroci organizzazioni terroristiche fondamentaliste, il tutto senza alcun moto di revisione di tale atteggiamento socio-politico da parte del potere saudita, anzi, con la reiterata sostanziale difesa di questo inquietante status.
Al momento in cui sto scrivendo queste righe, i vertici politici regionali e comunali sembrano concordare sul diniego alla presenza del paese arabo al prossimo Salone, mentre da quest’ultimo non è ancora arrivata una comunicazione definitiva ufficiale (arrivata poi il 6 ottobre, dopo che questo articolo era stato scritto e pubblicato altrove – n.d.s.) se non, già a maggio di quest’anno, la presa di posizione della presidente Giovanna Milella che, poco dopo essere stata eletta a capo dell’organizzazione dell’evento, criticò la scelta: “Dobbiamo ripensarci su” – peccato che nel frattempo non sia ancora chiaro chi dirigerà il prossimo Salone, con la posizione della stessa presidente Milella messa in discussione da più parti.
Inutile rimarcare che la reazione saudita non s’è fatta attendere, con l’ambasciatore a Roma Rayed Khalid A. Krimly a dichiarare che “Desta stupore constatare che quanti si ergono a promotori del liberalismo e del pluralismo stiano manifestando ostilità alla partecipazione di rappresentanti di altre culture in un evento di cultura internazionale».
Comunque, al di là di ciò, la vicenda mi porta a formulare la seguente dubbiosa osservazione: un evento culturale di portata notevole (a prescindere dalle sue difficoltà concrete) come il Salone del Libro di Torino, il quale appunto col suo manifestarsi rappresenti in qualche modo la cultura e il senso generale di essa, a fronte di una questione come quella rappresentata dalla presenza dell’Arabia Saudita ovvero di un paese in diversi modi del tutto antitetico a qualsiasi buon concetto di “cultura”, deve negare la suddetta presenza oppure deve accordarla?
In soldoni: come manifestazione culturale – di nome e di fatto – e dunque espressione di cultura nel senso più ampio del termine, è giusto che il Salone rifiuti la presenza dell’Arabia Saudita, usando in qualche modo (improprio?) la cultura stessa come uno scudo bellico contro chi quella cultura rifiuta, oppure proprio per lo stesso motivo dovrebbe comunque accogliere i sauditi per far loro capire, in un contesto di raffronto esplicito e ineludibile, che quella da essi definita “cultura” (“altra” ovvero diversa, se vogliamo stare alle parole dell’ambasciatore sopra citate) non è affatto tale ma solo un bieco muro dietro il quale nascondere le più barbare atrocità?
Per riassumere ancora di più: il diniego definitivo rappresenterebbe un vero e proprio scontro culturale (con tutte le relative considerazioni del caso)? L’accoglienza, invece, sarebbe un segno di dialogo e un tentativo di far cambiar rotta al regime saudita, oppure raffigurerebbe una resa al suo efferato arbitrio sociopolitico?
Mi pare che la questione, sotto questo punto di vista, sia ben più importante e delicata del mero (e pur significativo) “sì/no” su cui pare concentrarsi la stampa, dacché genera inevitabilmente una riflessione sul ruolo politico della cultura – ruolo inteso come attivo, d’azione, non solo teorico e dunque passivo. Per quanto mi riguarda, di primo acchito trovo difficile non esprimere il più fermo diniego verso la significativa presenza di un regime così efferato, follemente anacronistico e lontano da qualsiasi dimensione di umanità sociale – nonché di cultura, ribadisco. Però mi chiedo anche se il diniego tout court non possa finire con l’estremizzare ancora di più la posizione e l’azione interna del regime saudita, visto che, da bravi produttori di quel maledetto liquido nero che al mondo intero serve per muovere ogni mezzo semovente, avrebbero comunque alleati a gogò pronti a chiudere entrambi gli occhi sulla situazione dei diritti umani pur di ossequiare i principi di Riyad.
Insomma, il “no” è del tutto sostenibile e auspicabile ma solo se seguito da una qualche azione diplomatica e politica di carattere culturale, non solo del Salone che certamente da solo può far ben poco ma a livello ben più ampio e possibilmente alto, volta a fare pressione sui dittatori sauditi al fine di far cambiar loro un po’ di quelle idee malsane sulle quali basano il proprio potere. Ritrovando dunque un ruolo politico attivo e d’azione della cultura e dei suoi elementi rappresentativi in senso diretto (verso i sauditi) e indiretto (verso le istituzioni nazionali e internazionali) fondamentale non solo in tale circostanza. Lo stesso discorso varrebbe per il “sì” alla presenza arabo saudita al Salone, ma in tal caso credo che sarebbero i sauditi stessi a rifiutare la presenza in un evento che li accolga anche per far loro un adeguato cazziatone. Quanto meno, tuttavia, in questo caso sarebbero soprattutto loro a perdere una buona occasione culturale.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

P.S.2: cliccando sull’immagine in testa al post, potrete visitare la pagina di change.org dedicata alla petizione da firmare per chiedere al governo saudita l’annullamento della condanna inflitta ad al-Nimr.

INTERVALLO – Roma, “Barattolo” Book Bar

BARATTOLO1I book bar, locali gastro-letterari nati a New York – in buona sostanza un’evoluzione gastronomica dei classici caffè letterari -, cominciano a diffondersi sempre più anche in Italia.
Barattolo è uno dei più interessanti di Roma – “not ordinary library”, si può leggere nell’insegna: così chiamato per il fatto che presenta tutte le pietanze del suo menu in un barattolo di vetro, offre non solo da cibare lo stomaco ma pure la mente (e lo spirito), grazie alla ben fornita libreria e ai numerosi eventi letterari organizzati nel corso dell’anno, tra i quali presentazioni di libri e/o cd, reading, concerti ed altro del genere.
Beh, certamente, in un paese così allergico alla lettura come l’Italia, anche questa può rappresentare una buona (in tutti i sensi!) opportunità per invertire la tendenza, unendo l’utile al dilettevole – ma fate voi se la lettura sia da considerare “utile” o pure essa “dilettevole”, come io sarei del parere!

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare la pagina facebook del Barattolo.

Éntula, la via sarda (targata Lìberos) per la riconquista dei lettori perduti

logo_entula2015Più volte nei miei articoli qui e altrove ho fatto cenno a Lìberos, la comunità dei lettori sardi che riunisce professionisti del settore editoriale, librai, bibliotecari, associazioni culturali, media e location partner, festival, amministrazioni locali e, ovviamente, appassionati di libri in una rete che sostiene numerose proprie attività di promozione della lettura e promuove, nonché qualifica con le sue competenze, tutte le realtà sane esistenti sul territorio sardo che aderiscono al suo circuito. Accenno spesso a Lìberos perché la ritengo la migliore e più efficiente esperienza di promozione del libro e della lettura esistente oggi in Italia, dunque un modello al quale altre zone del paese, a livello più o meno locale, possono e potrebbero ispirarsi – naturalmente con l’intento finale di una sola rete nazionale che sostenga l’editoria indipendente in modo definitivamente efficace, appunto, oltre che politicamente importante.
Ora torno a occuparmi di Lìberos per un’ennesima ottima ed emblematica iniziativa, che ritengo tale sull’onda della personale convinzione che, per far tornare a leggere quella troppo grossa fetta di italiani che non leggono, bisogna in primis rimettere nel loro campo visivo il libro come oggetto, come “gadget” (ciò che non sarà mai nel concreto, ma giusto per riportarlo in un’area di interesse nazional-popolare) ordinario, invitante e intrigante – quanto già indicavo un paio di articoli fa, insomma. Sto parlando di Éntula, il “festival letterario diffuso” che, giunto quest’anno alla terza edizione, da aprile a novembre animerà le piazze, le biblioteche e i teatri dei piccoli e grandi centri della Sardegna. In pratica (leggo dalla presentazione), “Un suggestivo tour letterario costruito su misura per l’isola, per portare gli autori più conosciuti nei centri meno conosciuti, e gli autori esordienti sui palchi più ambiti. Autori sardi, italiani e internazionali che per sette mesi attraverseranno l’isola guidati da Lìberos e dagli animatori della nostra comunità culturale: lettori, bibliotecari, librai, associazioni, scrittori stessi.” E più oltre: “Un festival permanente spalmato sull’intero territorio, perché la festa del libro, come quella della donna e degli innamorati, come il giorno della memoria, o è tutti i giorni, o non è. Raggiungere anche i paesini più piccoli, lontani dai grossi centri e dalle spiagge, quelli dove “non succede mai niente”, dove l’unico sogno dei giovani è scappare, perché la vita è altrove. Rendere ognuno di questi paesi protagonista per un giorno, attrazione di un pubblico di lettori che vengono dai paesi vicini o dalle città per ascoltare l’autore preferito, ma anche di abitanti del luogo che spesso non sono lettori, ma partecipano perché è un evento della comunità.
Credo non serva rimarcare come queste parole contengano l’essenza di una pratica a dir poco fondamentale per la diffusione della lettura (e dell’interesse culturale in senso generale) nonché un concetto che, traslato in altro ambito ma con identico senso, sarebbe altrettanto fondamentale per il comparto editoriale indipendente italiano: comunità. Fare comunità ovvero di molti interessi affini, se non equivalenti, farne uno solo; coordinare gli sforzi di vario genere che mirino a quell’interesse comune e farli convergere; generare energia culturale diffusa, per il semplice motivo che la cultura e tutto quanto è ad essa conforme è un valore civico, importante nella grande città come nel borgo sperduto, e oggi in Italia è certamente la filiera editoriale indipendente a poter soddisfare tale bisogno, quando invece la grande editoria dimostra di aver sempre meno considerazione di quel valore civico e culturale per conferire sempre più importanza al mero tornaconto commerciale della vendita di libri – come se l’esercizio della lettura fosse cose secondaria, trascurabile, irrilevante.
Torno a leggere la presentazione: “Éntula è momento visibile di relazioni invisibili, di collaborazioni e combinazioni, il punto di arrivo di mesi passati a trovare punti in comune e strade da battere insieme a strutture pubbliche e private. (…) Il primo passo per far diventare il consumo culturale da evento a consuetudine irrinunciabile, per rendere ordinario lo straordinario e accessibile l’inaccessibile.” Ecco, esattamente il concetto che ho sostenuto in principio d’articolo e in tante altre occasioni: purtroppo, in Italia, il libro è stato trasformato in qualcosa non solo di non necessario, ma anche di fuori ordinario. Tempo libero? C’è la TV, i social network, i centri commerciali; il libro, nel modus vivendi imposto dalla società contemporanea e da chi la plasma, non è più stato considerato – strategicamente, ne sono fermamente convinto. Certo, ci sono i grandi e più celebrati eventi dedicati alla lettura, da Torino in giù – che siano benedetti e ben vengano e proliferino eccetera eccetera. Tuttavia, sarà per interesse divergente, per lucido pragmatismo o che altro, ma gli organizzatori di Éntula non sbagliano a segnalare il dubbio che quei grandi eventi alla fine dei conti – ovvero dati statistici alla mano – non apportino quei preziosi vantaggi al mercato editoriale e alla promozione della lettura che sarebbero sperabili e auspicabili. O forse sì, forse senza di essi la situazione sarebbe pure peggiore, ma certamente la loro durata limitata e la concentrazione in un certo luogo – generalmente una città a volte grande, e intendo concentrazione di persone e di attenzione – non agevola una larga fetta di pubblico la quale, se non è motivata a visitare tali eventi, certamente rischia di non godere dei relativi vantaggi. In parole povere: chi non legge non va a Torino, a Roma o a Mantova – giusto per citare tre location di eventi tra i più noti. Per questo trovo che Éntula sia un’idea assolutamente rimarchevole e da imitare altrove il più possibile: se il lettore non va al libro, che i libri vadano ai lettori, ovunque essi siano, e ci vadano in  modo convincente e allettante, innescando quel meccanismo di appagamento suscitato dall’essere parte di un gruppo socialmente riconoscibile, di una comunità, appunto – una comunità viva e articolata come dovrebbe essere quella che riunisce chiunque nutra la passione per una cultura viva e articolata come quella del libro e della lettura. Viva, anche come in fondo segnala lo stesso nome del festival sardo, Éntula da entulare: “Separare il grano dalla pula, fare una scelta di valore, raccogliere quel grano che poi diventa pane e fare della cultura un pane quotidiano che abbia il sapore del pane della festa.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

INTERVALLO – Bassano del Grappa, Libreria Palazzo Roberti

roberti1Banale dirlo, ma la Libreria Palazzo Roberti di Bassano del Grappa è certamente una tra le più belle e affascinanti librerie italiane.
Situata nel centro storico della città veneta, la Libreria Palazzo Roberti rappresenta un punto di riferimento importante per la città che la ospita e per il territorio circostante. Aperto nel 1998, l’esercizio ha trovato la sua sede ideale in un palazzo nobiliare settecentesco, di proprietà della famiglia Manfrotto che tuttora gestisce l’attività dislocata al suo interno, un esempio pressoché unico in Italia di grande libreria indipendente. L’elegante contesto architettonico si sviluppa su tre piani, due dei quali – il piano terra e il mezzanino – sono destinati all’esposizione e alla vendita dei libri. Il Piano Nobile, invece, oltre ad alcune stanze, presenta un salone il cui restauro ha ridato luce agli splendidi affreschi che ne decorano le pareti. Qui trovano posto incontri con l’autore, conferenze, concerti di musica classica, esposizioni di fotografia, che sono parte integrante della vivace attività della libreria. La volontà di proporsi come luogo di incontro e di confronto per il pubblico, offrendo un ambiente accogliente in cui scegliere le proprie letture, ha spinto la libreria a dotarsi di un’ampia offerta di titoli che spazia in tutti i campi dell’editoria.

roberti1-1roberti2roberti3Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della libreria e conoscerla ancora meglio.

“Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore” a Milano, da martedì 21/04 alle 18.30 (e fino al 5 maggio)

Ruchin-MilanoCliccate sopra la locandina per saperne di più, oppure cliccate qui per scaricare la stessa locandina in formato A4.
Per saperne di più invece su Ercole Ruchin Esposito e sulla mostra a lui dedicata – che peraltro fino a questa sera è visitabile presso il Palamonti a Bergamo, cliccate qui, oppure qui per leggere l’articolo pubblicato nel numero di novembre 2014 di Montagne 360°, la rivista del Club Alpino Italiano.