Il paesaggio c’è, sempre

[Foto di © Alessia Scaglia, 2020.]
Se aveste intenzione di ammirare un’opera d’arte, vi recaste ove fosse esposta ma, lì giunti, vi fosse qualcosa che vi impedisse la visione, ne rimarreste comunque affascinati come se la visione fosse libera e piena?

Immagino di no.

Ecco, pensate invece a come il paesaggio – che a sua volta possiede e genera una fondamentale valenza estetico-culturale di principio simile a quella posseduta dall’arte – anche quando svanisca, come nel contesto ripreso nell’immagine fotografica lì sopra, resti sempre e comunque affascinante e incantevole! Non si vede quasi del tutto, così nascosto dalle nubi basse in quel caso, e siamo felici di non vedere quasi nulla. Curioso, no?

D’altro canto questa è una significativa prova, ancorché a suo modo “empirica”, di come il paesaggio sia una nostra concezione culturale, prima che una percezione esteriore di natura fondamentalmente estetica. Quello che sovente chiamiamo – per facilità d’intendimento comune – “paesaggio” è in realtà il territorio, con le sue forme e le sue varie peculiarità geografiche, naturalistiche e antropiche; ma il concetto che da tale visione noi ricaviamo, frutto di queste percezioni sensoriali, delle personali sensibilità e del bagaglio culturale che possediamo (tutte cose che “albergano” dentro di noi, dunque), ecco, quello è il paesaggio. Che anche se non vediamo in qualche modo riconosciamo e intuiamo proprio perché gli elementi che lo compongono li produciamo noi stessi, a differenza dell’opera d’arte citata all’inizio che è invece il frutto di una concezione e di una materializzazione altrui, dell’artista: quindi, se non la possiamo vedere, non la possiamo neanche apprezzare.

Pensateci, insomma, se vi capiterà di ritrovarvi in una situazione come quella raffigurata nell’immagine. È qualcosa di empirico, ribadisco, eppure alquanto importante: riconoscere e identificare il paesaggio anche se “nascosto” ci permette di riconoscere e identificare noi stessi in esso, cioè di concepire il nostro posto nel mondo in quel dato luogo e in quel dato momento.

Non è cosa da poco, anzi: è moltissimo. Già.

P.S.: grazie ad Alessia Scaglia per la bellissima immagine.

Epifanie alpine

Ci sono delle volte che proprio – chi scrive penso mi capisca, per come probabilmente sarà capitato a molti qualcosa di analogo – le idee formulate dalla mente pare non vogliano farsi scrittura se non in modo poco fluido, troppo macchinoso, come se ci sia qualche tipo di intoppo tra l’ingegno nel cervello e le dita della mano sulla tastiera che occluda il “passaggio”… al contrario di altre volte in cui, invece, le idee e l’ispirazione si fanno scrittura quasi automatica, al punto da scrivere pagine e pagine in poco tempo e doversi dunque imporre uno stop forzato, quando è il caso e ci sia altro da fare, per non continuare a oltranza e a sfinimento.

Non è, almeno per quanto mi riguarda, una questione di scarsa ispirazione, quella situazione che viene di solito definita “blocco dello scrittore”. Tutt’altro, anzi: di ispirazione ne ho fin troppa, incessantemente. E’ piuttosto una questione, come dire… di “metabolismo creativo” decelerato, intorpidito. Che passa, prima o poi: ma quando voglio farlo passare più rapidamente e tornare in men che non si dica alla condizione ordinaria, faccio una cosa che ha sempre funzionato e continua a funzionare benissimo: salgo in montagna. Basta una mezza giornata di vagabondaggi alpestri e il problema è pressoché risolto. Non c’è rimedio migliore, per me, per eliminare l’intoppo nonché per guadagnare ulteriore fresca e brillante ispirazione. Due piccioni con una fava, insomma.

Da lassù sui monti la visione delle cose ogni volta si amplia come è impossibile altrove, superando ogni eventuale “limite” materiale e immateriale. Inclusi quelli che possono delimitare il pensiero e l’ingegno, liberandone di contro la creatività e il relativo estro.

Funziona sempre, ve lo assicuro.

«Quando sei nel dubbio, mettiti in moto» (cit. D. H. Lawrence)«e sali su una montagna!» (autocit.)

I monti naviganti

A volte sono numerosi i vascelli montani, qualcuno anche in immersione, che navigano lungo le proprie rotte superdimensionali nel Gran Mare Nebuloso Alpino
Hanno scafi di solida roccia, pennoni di legno, ponti di comando alti e svettanti, velature fatte di cielo e propulsori che funzionano a energia onirica.
Lasciano una scia che increspa il tempo e, fateci caso, all’apparenza sembrano fermi ma solo perché tutto il mondo intorno è in movimento. Al punto che, imbarcandosi su di essi, si può navigare verso l’infinito, laggiù dove i porti sono baie profonde al riparo dello spirito e in cui attraccare è una meta realmente degna del viaggio compiuto.

P.S.: ovviamente il titolo del post è un omaggio a questo libro.

La vera bellezza

È tardi, la luce lentamente svanisce e svapora nel costante avanzare del blu profondo del reame notturno. D’altronde, restare lassù in vetta fino al tramonto per godere di un tale, incredibile spettacolo, di una così suprema bellezza… Come si poteva lasciar lì tutto e tornarsene prima verso valle? È rimasta così poca bellezza a questo nostro mondo! Anzi, di bellezza ce ne sarebbe a bizzeffe, ne è rimasta semmai poca della capacità di recepirla e di apprezzarla, la vera bellezza, e non certo quella artificiosa e imposta in base alla quale viene dettato il “gusto” contemporaneo…

(Tratto da Libero, Giraldi Editore, 2009. Ovvero questo libro – lo trovate qui, ad esempio. Ma se lo cercate e ordinate dal vostro libraio di fiducia è meglio.)

La testa tra le nuvole, e oltre

A volte bisogna avere la testa tra le nuvole. Perché è l’unico modo per passarvi attraverso, sbucarvi oltre e finalmente tornare a essere illuminati dal Sole e dalle stelle.

Altrimenti da quella coltre nuvolosa riguardo alla quale ci si convince (o si è convinti) che infilarci la testa sia inopportuno, sbagliato, azzardato, si finirà per essere costantemente limitati e, infine, per restarne oppressi, laggiù in basso, privi di luce e di energia.

(L’immagine è mia, ed è di qualche giorno fa.)