Michail Bulgakov, “Mosca, la capitale nel block notes”

Di questi tempi è piuttosto in voga (e meritoriamente) il genere letterario – se di genere si può parlare – della guida letteraria, ovvero della narrazione di luoghi particolari attraverso la penna e le visioni di scrittori e letterati. “Genere” del quale anch’io mi pregio immodestamente di appartenere, ma che non è affatto un’invenzione degli editori contemporanei, come probabilmente verrebbe da pensare. Da sempre, in verità, gli scrittori hanno narrato i luoghi legati alla loro vita ovvero alle opere scritte, e di sicuro più di oggi, per vari motivi, uno scrittore era ben più legato ai luoghi di vita e tali luoghi entravano in maniera preponderante nelle sue narrazioni, o comunque ne influenzavano in modo evidente la concezione.

Esempio evidente d’un legame d’antan tra un luogo e uno scrittore è certamente quello che ha congiunto Mosca con Michail Bulgakov, autore divenuto immortale grazie al suo celeberrimo Il Maestro e Margherita, del quale legame Bulgakov ha scritto numerose volte in altrettanti testi, in Italia raccolti in Mosca, la Capitale nel block notes (Excelsior 1881, 2007, traduttori vari), resoconto di un viaggio a tappe nella città russa (o per meglio dire sovietica, allora) in perfetto stile bulgakoviano: onirico, metafisico, a volte ironico fino al limite del grottesco, altre volte malinconico e inquieto []

(Leggete la recensione completa di Mosca, la capitale nel block notes cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Arte Sella chiede una mano per ripartire

Arte Sella: the contemporary mountain, ovvero uno dei più bei progetti di relazione e dialogo armoniosi tra arte e paesaggio naturale mai realizzati in assoluto. Dal 1986 in via sperimentale, e dal 2000 continuativamente, Arte Sella rappresenta un processo creativo unico, che nell’arco di un cammino più che ventennale ha visto incontrarsi linguaggi artistici, sensibilità e ispirazioni diversi accomunati dal desiderio di intessere un fecondo e continuo dialogo tra la creatività ed il mondo naturale. Nel tempo, più di 300 artisti si sono avvicendati in questo percorso, consegnando alla Val di Sella ed alle cure dell’Associazione Arte Sella il loro lavoro; Arte Sella è così diventata sempre più una possibilità, un luogo, un’occasione di sperimentazione e di crescita creativa in continuo dialogo ed ascolto con i mondi della musica, dello spettacolo, della fotografia e della cultura nelle sue molteplici sfaccettature.

Purtroppo, in forza degli inopinati eventi meteoclimatici del 29 ottobre scorso che hanno causato danni in vari luoghi delle Alpi orientali (e non solo), l’intero bosco che ricopriva il versante sud del monte Armentera, nel quale si insinuava armoniosamente il percorso ArteNatura, è stato abbattuto, così come il giardino di Villa Strobele, lo spazio espositivo che Arte Sella aveva inaugurato nel 2018 e che segnava il ritorno al luogo dove tutto ebbe inizio nel 1986. Oltre al bosco, quasi metà delle opere di Arte Sella sono state danneggiate o distrutte, ponendo l’intero progetto in una condizione di particolare fragilità e difficoltà, in conseguenza della quale l’Associazione Arte Sella chiede una mano a chiunque abbia a cuore la sua storia, il suo lavoro e soprattutto il valore culturale di essi, così esemplare per l’intera cerchia alpina.

L’arte ha avuto nel corso della storia la forza di rigenerare le ferite, di diventare motore silenzioso di cambiamenti radicali. In un momento in cui un evento di tali dimensioni impone che la riflessione sulla coesistenza tra uomo e natura sia affrontata con un’urgenza senza precedenti, l’arte può e deve continuare ad esplorare strade inedite, nuove possibilità di coesistenza dell’uomo nella natura di cui è parte integrante. Arte Sella vuole ripartire da questa consapevolezza, dalla certezza che una forza generatrice è già al lavoro e va assecondata, guidata, coltivata e, con Arte Sella, tutti coloro che hanno a cuore il nostro futuro” (dal sito di Arte Sella).

Di seguito le modalità per partecipare alla ricostruzione (oppure cliccate qui):

L’informazione analfabeta

Nell’edicola della piazza della Passione vende le riviste, sostituendo temporaneamente il giornalaio, che si è allontanato, una baba analfabeta!
Lo giuro: analfabeta!
Io stesso mi sono avvicinato all’edicola, ho chiesto la rivista «Rossija» e lei mi ha dato «Korabl’» (i caratteri di stampa sono simili). Non va bene. La baba nella sua edicola si dà da fare. Mi dà un’altra rivista. Neppure questa.
«Siete analfabeta?» le chiedo ironicamente.
Ma basta con l’ironia. Viva la disperazione!
La baba era effettivamente analfabeta.

(Michail Bulgakov, Mosca, la Capitale nel block notes, Excelsior 1881, 2007, pagg.64-65. Per la cronaca, nelle lingue slave il termine baba significa “donna anziana”, “vecchia”, “nonna”, con accezione affettuosa anche se non di rado in tal senso sarcastica, cfr. Baba Jaga, vecchia strega malvagia – ma in modo ambiguo – delle fiabe slave e in particolar modo russe.)

INTERVALLO – Laulasmaa (Estonia), Arvo Pärdi Keskus / Arvo Pärt Center

Arvo Pärt è considerato da molti il più grande compositore vivente. Quando ho esplorato l’Estonia – paese piccolo ma alquanto affascinante – ho potuto rendermi conto di quanto Pärt sia una presenza profondamente iconica per il proprio paese e la sua gente, seppur la sua particolare, sublime musica (ascoltatene qualcosa dal web, se non la conoscete*) trascenda qualsiasi possibile confine geografico, espressivo, culturale, spirituale, emotivo.

Da poche settimane, nella località estone di Laulasmaa, in mezzo a una meravigliosa foresta boreale e a pochi passi dal mar Baltico, è stato aperto l’Arvo Pärdi KeskusArvo Pärt Center in inglese -, vera e propria materializzazione architettonica nella Natura silvestre della natura creativa del grande compositore, il cui scopo principale è quello di preservare ed esplorare il patrimonio creativo di Arvo Pärt in relazione alla natia Estonia e alla sua realtà culturale. L’edificio in acciaio e legno, perfettamente inserito nel paesaggio circostante, comprende un archivio personale, un auditorium da 140 posti, una sala espositiva, una sala video, varie sale a disposizione di ricercatori e visitatori nonché una biblioteca che custodisce la collezione personale di libri di Pärt oltre alle numerose pubblicazioni – su carta e multimediali – dedicate alla sua arte, tutte liberamente consultabili in situ.
Insomma: un luogo “speciale” sotto molti punti di vista, il quale fa del piccolo stato baltico un paese a sua volta speciale grazie al suo più speciale cittadino.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web del Arvo Pärt Center oppure qui per ulteriori infos su come visitarlo.

*: ascoltate sia i brani strumentali che quelli cantati – magari proprio dalla Estonian Philarmonic Chamber Choir, uno degli ensemble vocali più prestigiosi del mondo.

Mario Merz, Hangar Bicocca, Milano

Comincio dalla fine, ovvero affermando una cosa che potrebbe benissimo chiudere il testo che state per leggere e che invece voglio affermare – anzi, ribadire fin da subito: l’Hangar Bicocca è uno dei luoghi per l’arte più belli e fondamentali d’Europa. Così bello da essere se stesso opera d’arte da visitare, e così fondamentale da rappresentare uno dei più esaltanti contenitori per l’arte contemporanea che ci siano – e intendo “esaltanti” anche nel senso di capaci di accrescere il fascino e il valore emozionale delle opere in esso esposte.

Dovevo dirlo, tutto questo, perché indubbiamente Igloos, la mostra di Mario Merz ospitata dall’Hangar Bicocca fino al prossimo 24 febbraio, dialoga a meraviglia con i vasti e meravigliosi spazi scuri delle “Navate”. Ammetto che non conoscevo granché bene i pur celeberrimi e iconici lavori dell’artista milanese (ma torinese d’adozione), e il vagare esplorativo tra di essi (ben 31 igloos sparsi negli spazi espositivi in modo solo apparentemente entropico, più un’installazione a parete), agevolato dalla preziosa ed esauriente guida a disposizione dei visitatori, mi ha profondamente affascinato.

Ben più complessi di quanto potrebbe sembrare, veri e propri oggetti superdimensionali sia in termini spaziali che temporali, gli igloos sono sorprendenti medium che come pochi altri lavori artistici sanno essere messaggio senza sfuggire dal loro naturale compito di messaggeri. Anzi, in qualche modo la potente materialità di essi, sempre diversa, sempre “filosofica” e speculativa ben oltre le apparenze, accresce la forza e la concretezza delle narrazioni trasmesse, aprendo di volta in volta ulteriori vasti spazi di riflessione. Definite dallo stesso Merz capanna, tenda, cupola, ventre, cranio, terra, danno al visitatore l’impressione di essere – aggiungo all’elenco un’ennesima definizione possibile – “biosfere artistiche” piantate nella superficie del luogo espositivo che al loro interno custodiscono leggi fisiche proprie, forse differenti da quelle all’esterno, certamente in grado di attivare costanti flussi energetici tra dentro e fuori, e tra chi fuori vi si avvicina, vi gira intorno, entra in contatto, ne percepisce la materialità e, ribadisco, può percepire quanta materia narrativa ne fuoriesce.

La notevole bellezza dell’allestimento all’Hangar Bicocca, poi, è data anche dal sentirsi, quando si visita la mostra, come in mezzo a una vera e propria città di igloos, un inopinato paesaggio “urbano” artificiale e al contempo ambientale i cui spazi tra le varie installazioni determinano, per così dire, un’ideale, aurea dimensione della/per la riflessione: il riflesso delle ombre dei vari igloos sul pavimento, della luminosità dei neon e delle altri fonti di luce che sovente fanno parte dei lavori, la relativa percezione delle forme e della materialità di essi, ma anche della riflessione intesa in senso intellettuale che i lavori sanno suscitare e che acquisisce a sua volta un’inopinata “materialità”, come se gli igloos fossero pure macchine amplificatrici del pensiero, delle sensazioni, delle visioni mentali, delle percezioni emozionali.

Il tutto a sua volta amplificato, lo ripeto, dalla potenza quasi sacrale degli spazi e delle forme del (neo)luogo-Hangar Bicocca, vera e propria cattedrale dell’arte e della cultura più alte e indispensabili che, sotto la guida del direttore Vicente Todolí (curatore anche della mostra di Mario Merz in collaborazione con la Fondazione Merz), sta elevando il proprio prestigio a vette sempre maggiori, sempre migliori.

Insomma: bellissima mostra di un artista tra gli italiani più grandi del Novecento in un bellissimo e necessario posto – nel quale, ovviamente, non ho mancato di andare in ennesimo pellegrinaggio ai Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, ogni volta come la prima volta una grande emozione. Credo non ci sia nemmeno bisogno di affermare quanto sia raccomandabile la visita, no?