Fare cose belle e buone, in montagna: sul Monte Tamaro (Canton Ticino, Svizzera), ad esempio

Il comprensorio turistico situato sul Monte Tamaro (Canton Ticino, Svizzera), sommità delle Prealpi Luganesi alta 1962 m tra Sopraceneri, Sottoceneri e Lago Maggiore, è stato uno dei primi in assoluto nelle Alpi a chiudere per ragioni climatiche la propria attività sciistica e convertirla a meramente estiva, attrezzandosi di conseguenza: in tal senso e tutt’oggi rappresenta un modello di lungimiranza e intelligenza imprenditorial-turistica esemplare al riguardo, anche in forza del notevole successo, per nulla scontato ma conseguito e ben consolidato fino a oggi.

Nata come località sciistica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, già a metà del decennio successivo registra le prime difficoltà legate alla diminuzione delle nevicate e all’aumento delle temperature, con conseguenti difficoltà di gestione economica dell’attività. I gestori del comprensorio allestiscono un progetto per l’impianto di innevamento artificiale, il quale viene però abbandonato a causa delle forti opposizioni di ecologisti e associazioni di salvaguardia del paesaggio. Si comincia dunque a sviluppare la stagione estiva, inizialmente con poca convinzione: «Fu una decisione sofferta, perché il Tamaro era nato proprio come destinazione invernale» dichiara Anna Celio Cattaneo, membro della famiglia che gestisce la società Monte Tamaro SA. «Stravolto l’investimento iniziale, bisognava completare l’offerta prolungando la stagione estiva e facendo investimenti supplementari, come la slittovia, il parco avventura, il ristorante, il parco giochi. Fortunatamente non ci siamo mai pentiti di questa decisione.» Infatti, chiusa definitivamente l’era sciistica nei primi anni 2000, si realizzano un parco avventura e un parco acquatico coperto alla partenza della telecabina che sale in quota, percorsi agonistici per la mountain bike, una slittovia, un ristorante con cucina gourmet, si cura in maniera ottimale la rete sentieristica e si sviluppano molte altre attività collaterali di matrice culturale, tra cui un percorso artistico con opere realizzate on site e integrate in occasione di “Una montagna d’arte”, biennale d’arte la cui prima edizione è del 2018. Senza dimenticare l’architettura contemporanea della Chiesa di Santa Maria degli Angeli, opera di Mario Botta inaugurata nel 1996.

La telecabina è attiva da aprile a novembre dunque coprendo esclusivamente la bella stagione, ma ciò basta per assicurare al Monte Tamaro la sostenibilità economica delle proprie attività, ormai sancita da un numero di frequentatori in crescita costante che nel 2016 l’ha persino resa la montagna elvetica maggiormente ricercata su Google, più del Matterhorn, della Jungfrau, del Pilatus o di altre icone assolute delle Alpi svizzere. L’epoca dello sci sembra lontanissima e, nonostante le remore iniziali e il salto nel buio che appariva la riconversione estiva delle attività, nonché grazie alla già citata lungimiranza imprenditoriale dei gestori che, appunto, appare ancora oggi emblematica soprattutto se confrontata con gli insensati esempi di accanimento terapeutico-turistico di numerose località “sciistiche” (ma che definire tali appare sempre più un eufemismo) oggi il Monte Tamaro può ben dirsi al riparo dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e in grado di sviluppare un’offerta turistica peculiare e dinamica. Obiettivamente ora non manca qualche infrastrutturazione opinabile, da mero divertimentificio alpestre, ma soprattutto nell’avvedutezza e nella capacità di visione del proprio futuro il modello del Tamaro appare ampiamente virtuoso, lo ribadisco: un “caso” che molti comprensori sciistici in balia dei cambiamenti climatici dovrebbero studiare a dovere e applicare al più presto, prima di fallire miseramente e malamente con gravi ripercussioni in primis per chi ci lavora nonché per le montagne sulle quali stanno e le loro comunità residenti.

(Tutte le immagini qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del Monte Tamaro.)

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Le rotatorie stradali e il paesaggio alienato

[Rotatoria “Il gigante della strada”, Via Emilia, Borgo Panigale (BO). Immagine tratta da rotondebrutte.tumblr.com.]
Qualche tempo fa, su “Artribune”, Claudio Musso ha offerto una interessante riflessione sul tema delle rotatorie stradali come nuovo e emblematico landmark del nostro paesaggio antropizzato. È assolutamente vero: in pochi anni di queste rotatorie ne sono spuntate a centinaia ovunque, e se con qualsiasi servizio di mappe on line osserviamo dall’alto il territorio che abitiamo, quei cerchi nel mezzo delle strade (a loro volta uno spazio emblematico nel quale trascorriamo molte ore della nostra vita quotidiana) appaiono come una sorta di immancabile e caratteristica simbologia geografica.

Tuttavia, Claudio Musso segnala nel suo articolo – citando Emanuele Galesi e il suo Atlante dei classici padani – che è successo qualcosa di più, al riguardo:

«C’è stato un tempo Prima della Rotatoria e un tempo Dopo la Rotatoria»: esordisce così Emanuele Galesi. «L’espressione massima della rotonda è raggiunta però con l’opera d’arte al centro, la scultura finanziata per accogliere il viaggiatore, per installare un simbolo della zona, per celebrare la potenza dell’imprenditore, per dimostrare una vitalità creativa mai sopita». […] Quand’è che è stato deciso che ogni spazio di questo tipo dovesse accogliere un’opera? Come si è passati dalla manutenzione privata di un luogo pubblico alla possibilità di utilizzarlo come cartellone pubblicitario?

Il tema mi pare assolutamente interessante e emblematico, ribadisco, perché dimostra come al giorno d’oggi la gestione dello spazio pubblico con valenza di landmark, cioè di qualcosa che caratterizza quello spazio conferendogli un certo senso, non necessariamente positivo, sia sempre più una pratica di banalizzazione del nostro paesaggio mascherata da sua “valorizzazione”. A parte il fatto che piazzare nel mezzo d’una rotatoria stradale un oggetto che per sua natura richiede uno sguardo minimamente attento e una certa attenzione per essere considerato è cosa parecchio pericolosa – e le nostre strade certamente non abbisognano di altri rischi, che già ne abbondano – la rotatoria dimostra come il fondamentale rapporto forma-funzione, basilare in ogni intervento architettonico ovvero di modificazione del territorio, viene sempre più spesso ribaltato e diventa funzione-forma: cioè, sorge il sospetto che molte rotatorie, più che a regolare i flussi del traffico veicolare, siano realizzate con lo scopo primario di offrire un palcoscenico promozional-commerciale a chi in loco voglia mettersi in mostra e pretenda di piazzare una propria “firma” su quel lembo di territorio. Non solo: il ribaltamento suddetto diventa palese se si pensa che – nel caso citato da Musso del piazzarci opere d’arte (che sovente definire così è fin troppo magnanimo) o altri manufatti “d’immagine” – la strada e la rotatoria sono un non luogo per eccellenza mentre un’opera d’arte è qualcosa che dovrebbe conferire valore – culturale, in molte accezioni del termine – allo spazio nella quale è installata. Si genera così un inopinato cortocircuito che finisce per banalizzare in primis l’opera d’arte stessa e che, marcando in tal modo lo spazio, lo rende confuso e ancor più alienato – e alienante – dal contesto d’intorno. In questo modo il landmark, elemento potenzialmente virtuoso per il territorio dacché in grado, ribadisco, di conferirgli un senso riconoscibile e riconosciuto – un’identità, nel migliore di casi: si pensi al semplicissimo ma fondamentale cairn, l’ometto di pietre, fin dalla preistoria segno antropico tanto elementare quanto dotato di senso potente nel luogo in cui viene eretto – diventa motivo di confusione, di straniamento, si trasforma nel tentativo, sovente ben riuscito, di creare un ennesimo non luogo che il paesaggio lo degrada, non lo valorizza di sicuro.

[Immagine tratta dal sito web frizzifrizzi.it che a sua volta riprende la pagina Instagram roundabout_sculpture nella quale sono catalogate le “rotatorie (pseudo)artistiche” sparse per il pianeta.]

Perché non sfruttare l’occasione per provare a proporre una riflessione sulla dissennata estetizzazione di infrastrutture e arredi urbani? Perché non fermarsi, per una volta, ad ammirare il vuoto?

Così conclude il suo articolo, Claudio Musso, con altre due domande perfette. Già: perché invece di (credere di) “riempire” il vuoto dello spazio con il vuoto culturale non si prova a colmarlo d’una maggior sensibilità e una più attenta cognizione nei confronti del nostro paesaggio? Che poi sono certo che ci sarebbero molti meno incidenti stradali, nel caso. Ecco.

GeographicArt #4

Cliccate qui, per capire meglio perché vi proponga carte geografiche.)

Questa notevole “mappa”, pubblicata in origine qui, illustra il continente europeo in base alle opere d’arte tra le più iconiche – ovvero considerabilmente tali – e celebri per ciascun paese. Oltre a rappresentare un divertente gioco per il quale indovinare i vari capolavori raffigurati, riesce in effetti a illustrare in modo tanto immediato quanto significativo (seppur ovviamente diacronico) anche i vari caratteri nazionali europei, che l’arte come forse nessun altra cosa umana ha saputo mettere in evidenza e a suo modo identificare nel tempo.

Qui potete saperne di più sulla mappa e su alcune delle opere d’arte che la compongono.

ART MARK for XMAS!

ART MARK for XMAS è un’iniziativa promossa e sostenuta da Articon & Alpes – realtà con le quali mi pregio di collaborare – in collaborazione con Spazio Hortensia.

Nello spazio di Milano in Via Savona 45/53 potrete incontrare alcuni artisti che proporranno le loro opere in vendita e così visitare lo spazio stesso, un nuovo luogo dedicato alla cultura e all’arte che da gennaio aprirà le porte al progetto culturale B(r)E(a)THE SPACE nonché la preview (con possibilità di acquisto degli scatti) della mostra della fotografa Elena Galimberti Milano come mai, curata da Luciano Bolzoni e dedicata interamente alla nostra città.
Da domani e fino al 20 dicembre troverete libri, musica, acquerelli, fotografie, sculture e oggetti artistici in legno di artigiani dell’immaginario che vi aspettano per un regalare o regalarsi un oggetto unico in occasione del Natale, anche solo per piccoli pensieri comunque preziosi e a loro modo rari.
Insomma: che siano piccoli presenti oppure grandi doni, a Natale regala l’arte e la cultura!

Per poter garantire la massima sicurezza negli accessi è fortemente consigliata la prenotazione, che è possibile direttamente cliccando sull’immagine in testa a questo articolo: scegliete l’ora e il giorno in cui vorrete venire a visitarci:

  • 11, 17 e 18 dicembre dalle 15:30 alle 19:30
  • 12, 13, 19 e 20 dicembre dalle 11:00 alle 18:00 (orario continuato)

Per qualsiasi altra informazione o richiesta al riguardo, chiedete direttamente ad Alpes, qui!