INTERVALLO – Le “montagne di libri” di Mario Cordero

Scultura-Cordero-copiaCome Guy Laramee, sul quale ho già disquisito qui sul blog, anche l’artista piemontese Mario Cordero utilizza i libri per creare paesaggi di montagna. Pagine e copertine, sovente di guide di viaggio, sono scavate e plasmate così da far affiorare sulle superfici lavorate un un’amalgama che simula vette e distese di rocce.
In fondo, Cordero pare seguire quel mio stesso intento che metto alla base dei testi in cui scrivo di montagna e Natura, per il quale considero il territorio come un grande libro aperto fatto di tante pagine quanti sono gli ambienti e i paesaggi in esso riscontrabili, e con i transiti dell’uomo – su strade, mulattiere, sentieri, vie alpinistiche – che scrivono su tali pagine innumerevoli storie, narrano vite e vicende vissute, descrivono emozioni e dolori. Cordero è come se ribaltasse questo principio: nelle sue installazioni sono i libri che diventano paesaggio, con le sue morfologie e i suoi “orizzonti”, in un processo inevitabilmente circolare e virtuoso.

Cordero1Le sculture di Mario Cordero saranno esposte al Museo Nazionale della Montagna di Torino dal 12 dicembre al 7 febbraio 2016. Cliccate su entrambe le immagini per saperne di più.

Visitando “Don’t shoot the painter”, alla GAM di Milano fino al 04/10

logomostraDa tempo coltivo la convinzione (per quanto possa contare) che, nell’ambito della produzione artistica contemporanea, la pittura abbia perso lo scettro di disciplina fondamentale e maggiormente rappresentativa, e si sia infilata in un pantano dal quale quelli che ne sanno uscire si possono contare sulle dita di una mano, forse due, non di più. E’ una convinzione in realtà suffragata dal giudizio, ben più competente del mio, di amici rinomati galleristi: passata l’onda rivoluzionaria e potenzialmente rinnovatrice delle ultime avanguardie, intorno agli anni ’80/’90, la pittura ha preso ad arrotarsi su sé stessa, a riprodurre cose già fatte, a non riuscire più a concepire vie espressive ancora capaci di sorprendere e di intrigare – sto ragionando in meri termini estetici e artistici, non certo commerciali, anche se pure da questo punto di vista è assai scarsa la produzione pittorica odierna che riesca a suscitare interesse e discussione, negli ambiti artistici in cui viene considerata.
Per questo ho voluto visitare Don’t Shoot the painter, la mostra di oltre 100 opere pittoriche provenienti dalla UBS Art Collection e presentata dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano con la cura di Francesco Bonami. Una collezione di (quasi) sola pittura, appunto, spaziante dagli anni ’60 ai giorni nostri (anzi, la maggioranza delle opere è contemporanea e parecchio recente) con lavori di ben 91 artisti, tra mostri sacri – John Baldessari, Jean-Michel Basquiat, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Damien Hirst, Gerhard Richter – e nomi nuovi ma sovente già ben quotati. Una buona “fotografia” (termine non casuale, capirete più avanti perché) , insomma, della produzione pittorica contemporanea, che anche grazie al filo rosso intessuto da Bonami è in grado di resocontare efficacemente cosa sia la pittura, oggi, e dove stia andando.

Bonami, da quel sagace e intelligente curatore (nonché intenditore d’arte, aggiungerei) che è, fin dal titolo pare abbia voluto sottolineare la posizione precaria del pittore contemporaneo – ribadisco, al di là delle eventuali quotazioni spuntate dalle opere sul mercato: “non sparate al pittore!”, invoca Bonami così come si invocava di non sparare al pianista nel Far West… In fondo, il pianista era l’unico a poter allietare la gente presente in un ambito altrimenti parecchio turbolento e frequentato da individui dal grilletto facile; ugualmente, appunto, il pittore oggi cerca di difendere coi denti il buon nome del media artistico-espressivo scelto, in un mercato nel quale invece altre espressività artistiche come la fotografia, ad esempio, in qualche modo antitetica rispetto alla pittura e fino a qualche anno fa nemmeno considerata “arte”, sta vivendo un periodo d’oro, oppure l’installazione più o meno elaborata e più o meno attinente alla scultura, a sua volta ben più diffusa nei musei e nelle gallerie d’avanguardia rispetto alle tele.
Così, in una esposizione che gode di un’allestimento ben riuscito e – non a caso, di nuovo – ispirato proprio alla fotografia, con le opere presentate su pannelli fotografici desaturati e di tono cromatico neutro rappresentanti le sale della GAM “al naturale”, senza le opere della mostra (per di più pure la prima opera del percorso espositivo, all’ingresso, è una fotografia: prova che Bonami sa bene del dualismo ormai in essere tra le due principali discipline di rappresentazione della realtà e non vi sfugge), ho potuto personalmente cercare di confutare quella convinzione di cui vi ho detto in principio del presente articolo, o meglio, ho fatto in modo che la mostra potesse contraddire e ribattere alla mia idea.
Beh, non ce l’ha fatta, la mostra, a farmi cambiare idea. No, perché nella maggioranza delle opere – belle, sia chiaro, alcune veramente notevoli al di là della firma e della celebrità degli autori – non mi è parso di denotare quello che a mio parere servirebbe alla pittura contemporanea per risollevare le proprie sorti, ovvero quella creatività, quel guizzo d’ingegno, quell’estro espressivo più che tecnico e, soprattutto, quella fondamentale capacità di non riprodurre ciò che è già stato fatto per instillare nel visitatore la più basilare e immediatamente intrigante curiosità. Vi dico che per bizzarro paradosso, in base all’accostamento delle opere tra le quali era inserito, mi è sembrato di poter rivalutare Damien Hirst con uno dei suoi Pharmaceutical Paintings, che spesso ho ritenuto di valore assai discutibile e che invece lì m’è parso più originale e innovativo di molti altri lavori.
Tuttavia, in fondo, sto soltanto esponendo una posizione personale di matrice critica, che non inficia affatto il giudizio sulla qualità dell’esposizione in sé e del lavoro svolto da Bonami (anche sulla sua figura di curatore si potrebbe disquisire a lungo: non è il caso di farlo qui e semmai lo farò in altro momento, anche se devo dire che, in tal caso, il suo lavoro è stato ottimo). Ribadisco, dunque: Don’t shoot the painter è una mostra veramente bella, il cui unico difetto, in fondo, è che risulta fin troppo limitata e di breve durata per un appassionato d’arte verace come lo scrivente. Bella e quindi da visitare, perché potrebbe ben essere che chiunque la pensi in modo opposto a me circa lo stato della pittura contemporanea in essa possa trovare motivo di ancor maggiore convincimento in proposito. A ben vedere, l’arte contemporanea è proprio questo: creare vitalità di pensiero, dinamismo intellettuale, discussione e confronto. Il giorno che l’arte conseguirà il consenso unanime e indiscutibile, sarà veramente giunta alla fine dei suoi giorni.

P.S.: le immagini della galleria sono di mia produzione smartphonica, dunque perdonate la opinabilissima qualità!

Nulla cambi affinché tutto cambi. E se la vera rivoluzione, in tema di libri, fosse che restassero sempre come sono?

bbooks-ulivoE’ un libro, questo qui sopra.
Già, magari ne avrete già letto altrove: è un “volume” – ma mi verrebbe da dire più un’opera – della serie BBooks, inventata dall’imprenditore Alessandro Curioni e realizzata dall’architetto e designer Giulio Ceppi:  un connubio tra rivoluzione e restaurazione che da un lato altera in modo estremo la forma e la struttura del libro in quanto oggetto, dall’altro recupera il concetto di prezioso e unico che era proprio degli antichi codex miniati.
In pratica, sono sfere di legno che contengono all’interno testi stampati su pergamene, autenticate da un chip interno che peraltro ne garantisce l’unicità (in ogni caso potete cliccare sull’immagine qui sopra per saperne di più). Più che a veri e propri libri, dunque, che tali sono solo per la presenza effettiva di un testo seppure presentato in forma non ordinaria, sono opere d’arte a tiratura limitata (o limitatissima), come conferma lo stesso ideatore del progetto: “Se la domanda è: “è possibile acquistarli?”, la risposta è “probabilmente si”, certo ci saranno delle valutazioni da fare in quanto l’obiettivo è che questi libri siano esposti e visibili. Per il resto dal punto di vista commerciale non esiste un piano definito data la natura culturale del progetto.
Un concetto di produzione artistica applicato ad una forma sperimentale di editoria, insomma, nemmeno così rivoluzionaria alla fine, se non nella forma: ma la sostanza resta, e ricorda il principio dei libri d’arte, le edizioni limitate (quando non pezzi unici) di testi letterari impreziosite da peculiarità di forma e natura sovente artistiche uniche, oltre che ovviamente dall’ideazione e produzione da parte di un artista.
Sia chiaro: Bbooks è un progetto molto interessante e suggestivo, dal quale mi auguro scaturisca in primis l’importanza e la preziosità della cultura letteraria e di opere fondamentale per il sapere umano. Di contro, senza voler affatto fare il tradizionalista, mi chiedo: ma la dematerializzazione dell’oggetto libro, ovvero la sua trasformazione in altre cose, con altre forme, altre materialità e altre specificità, digitali o meno, è così necessaria e “rivoluzionaria”? E considerando ogni elemento culturale, concettuale, sociale e sociologico, antropologico e quant’altro che il libro si porta appresso, è veramente possibile dematerializzarlo mantenendolo tale, cioè facendo in modo che resti “libro” e non si trasformi in qualcos’altro di similare utilità ma differente concezione e percezione?
Insomma, in tema di oggetto-libro: e se la più autentica rivoluzione sarebbe quella che rimanesse tale anche nel futuro più lontano? Oggetto rivoluzionario proprio perché immutato nel mentre che ogni altra cosa evolve, cambia, si trasforma in altro, scompare.
Non so, per dire… anno 3015, nave a propulsione distorsiva spazio-temporale in viaggio verso Proxima Centauri, olografica mesonica a bordo, collegamenti neuronali con l’equipaggio e un passeggero seduto in una poltrona sensoriale che legge un libro, sfogliandolo pagina dopo pagina. Vi pare qualcosa di così anacronistico?
Ovviamente sto lavorando di pura fantasia e, ribadisco, ben venga qualsiasi evoluzione/rivoluzione che possa far acquisire ancora maggior valore al libro, alla lettura e alla cultura relativa. Però, non so, quella fissazione tradizionalista ce l’ho. Forse perché, pur ipotizzando che si possano trasformare in chissà quali oggetti con quali forme, un mondo senza quei “Complessi di fogli della stessa misura, stampati o manoscritti, e cuciti insieme così da formare un volume, fornito di copertina o rilegato.” (Vocabolario Treccani, voce Libro) proprio non riesco a immaginarmelo.
Mah, sarà per una mia limitatezza mentale, chissà.

Dove comincia la poesia (René Magritte dixit)

Uno studioso al microscopio vede molto più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch’egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia.

(René Magritte, intervista a cura di Maurice Bots, 2 luglio 1951)

bill_brandt_rene_magritte_with_his_picture_the_great_war_1966Anche attraverso il proprio surrealismo pittorico, Magritte seppe indagare e spingersi ben oltre i limiti dell’arte visuale, fino a cogliere il senso stesso della poesia, appunto. Qualcosa, nella sua più preziosa autenticità, di sfuggente, quasi, eppure di immensamente grande e, sotto molti aspetti, rivoluzionario.
E viene da ironizzare sul fatto che, se Magritte cita il microscopio oltre la cui visione può cominciare la poesia, molti presunti “poeti” nemmeno col più potente cannocchiale riescono a trovarla e vederla…

“Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore” a Milano, da martedì 21/04 alle 18.30 (e fino al 5 maggio)

Ruchin-MilanoCliccate sopra la locandina per saperne di più, oppure cliccate qui per scaricare la stessa locandina in formato A4.
Per saperne di più invece su Ercole Ruchin Esposito e sulla mostra a lui dedicata – che peraltro fino a questa sera è visitabile presso il Palamonti a Bergamo, cliccate qui, oppure qui per leggere l’articolo pubblicato nel numero di novembre 2014 di Montagne 360°, la rivista del Club Alpino Italiano.