40 milioni per i libri

[Foto di Phil Hearing da Unsplash.]
Leggo sul web che «Il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo ha firmato questa mattina (4 giugno, n.d.s.) due decreti del valore complessivo di 40 milioni di euro per sostenere le librerie e l’intera filiera dell’editoria. I 40 milioni di euro sono ripartiti in due decreti: il primo, del valore di 10 milioni di euro, che rafforza il “Tax credit librerie”, la misura introdotta nel 2017 per sostenere le librerie, soprattutto le più piccole e indipendenti, attraverso un credito d’imposta parametrato agli importi pagati per Imu, Tasi, Tari, imposta sulla pubblicità, tassa per l’occupazione di suolo pubblico, spese per locazione, mutui, e contributi previdenziali e assistenziali del personale dipendente. Il secondo, del valore di 30 milioni di euro, che prevede un acquisto straordinario di libri da parte delle biblioteche dello Stato, delle Regioni, degli enti locali e degli istituti culturali che potranno arricchire i cataloghi acquistando il 70% dei nuovi volumi in almeno 3 librerie presenti sul proprio territorio» (potete leggere la notizia completa, almeno dove io l’ho trovata, qui).

Se non si tratta della solita propaganda politicoide italiota, di quella fatta tanto da parole bellissime quanto da risultati concreti prossimi all’insignificante (lo so, sto mettendo le mani avanti, ma visto l’ambito di cui sto dicendo non si sa mai dove si va a finire e, quando pur si vada a finire da qualche parte, non è quasi mai un “bel posto”), mi sembra un’iniziativa finalmente virtuosa, almeno nelle intenzioni e al di là della sua più o meno congrua dotazione finanziaria, e che altrettanto finalmente pone attenzione e considerazione nei confronti di un comparto che per troppo tempo, e nonostante la sua importanza socioculturale, è stato lasciato solo con se stesso in balia di “squali commerciali” sempre più grandi e voraci, provocando ciò numerose (ovvero) troppe vittime.

Non resta che sperare che i bibliotecari italiani comprendano la suddetta virtù e se ne facciano ben ispirare per aiutare il settore delle librerie indipendenti e dei piccoli e medi editori, tra quelli più in difficoltà in forza della situazione generata dal coronavirus e, d’altro canto, quello che sovente, nella produzione editoriale italiana, sa offrire prodotti di alta e ormai rara qualità sia letteraria che tipografica. In fondo sarebbe bello che quest’opportunità diventasse un’ulteriore elemento per la creazione di quella necessaria rete (imprenditoriale, culturale, geografica), tra gli attori indipendenti del mercato editoriale italiano quanto mai preziosa per salvaguardarsi e contrastare con adeguata forza (ma senza nessuna stupida e inutile guerra, il cui epilogo sarebbe già scritto) la grande editoria e la relativa distribuzione.

Certo al riguardo c’è ancora molto da fare, in Italia – più che in altri paesi europei, purtroppo – ma, come si dice, se pur la vetta pare lontana ogni passo compiuto può portare sempre più in alto, a respirare aria meno stantia e più pura.

La nuova legge italiana sugli sconti dei libri

[Foto di Free-Photos da Pixabay.]
Da soggetto interessato al tema (del quale mi sono occupato parecchie volte, in passato), dico che la nuova “Legge sulla lettura” approvata in Italia qualche giorno fa è, finalmente, un buon passo verso il sostegno concreto a questa fondamentale e imprescindibile ambito. Propone provvedimenti non certo risolutivi ma indubbiamente utili a rendere il mercato realmente al servizio (e non viceversa) della cultura di cui libri sono lo strumento per eccellenza e avvicina l’Italia agli altri paesi europei, ben più avanzati sotto questi aspetti, che da tempo hanno leggi a sostegno del mercato editoriale sovente esemplari – vedi il caso della Germania – o di aiuto ai librai, come in Francia. Certamente la lettura in Italia soffre ancora di storture evidenti – il ruolo fin troppo preponderante e a volte scaltramente “politico” della distribuzione, ad esempio – e in primis, della gravissima malattia provocata dal fatto che buona parte degli italiani non leggono (posso dire? Ignoranti! L’ho detto.) sollecitati in ciò da un ambiente socio(non)culturale che premia molto più la stupidità che la conoscenza, ma, ribadisco, un passo legislativo del genere (o anche maggiore, ma questo offre la realtà politica italica) doveva essere compiuto.

E comunque, in tutta sincerità, il fatto che proprio l’AIE, l’associazione che riunisce i più grandi editori italiani, si dica contraria all’approvazione della nuova legge adducendo motivazioni francamente insulse e contrarie al più ordinario buon senso (si vedano i link nel post), la trovo una delle migliori giustificazioni a suo favore, ecco. Proprio loro, poi, che da anni buttano soldi in produzioni editoriali (e autori) di scarsissimo pregio, per poi svendere i relativi libri con sconti folli (che soffocano inesorabilmente i librai) per svuotare i loro magazzini così pieni di pochezze letterarie, nel frattempo ignorando autori di talento autentico perché, evidentemente, non raccomandati e non “pompati” da social e TV! Ma per favore!

Alla fine della fiera (dei libri)

Leggo sull’Ansa – grazie all’amico Pasquale che ha postato l’articolo sul proprio profilo Twitter – che l’anno prossimo si farà una fiera dell’editoria anche a Firenze. Si chiamerà “Testo”, sarà organizzata da Pitti Immagine e si terrà probabilmente già a marzo 2020. Potete leggere tutti i dettagli nell’articolo cliccando sull’immagine lì sopra.

Un’altra fiera dell’editoria, già.

Be’, verrebbe da dire che in Italia c’è un tale gran mercato dei libri, così tanto effervescente e vitale, da fare che le n-mila fiere, fierette, rassegne, saloni, salotti e quant’altro dedicato ai libri e alla lettura già esistenti non siano mai a sufficienza!

Poi si leggono i dati di vendita (qui ad esempio trovate una sintesi dell’ultimo rapporto AIE sullo stato dell’editoria) e, inevitabilmente, qualche domanda sorge spontanea, come si dice, sull’effettivo valore circa quell’impressione di vitalità editoriale sopra citata.

Ad esempio: se ci sia veramente bisogno di un’altra fiera, in Italia, che si propone come di interesse nazionale, andando dunque in inesorabile concorrenza con le altre simili; se questa proliferazione di eventi legati ai libri e alla lettura, al netto della sperabile bontà delle intenzioni, sia realmente proficua per il mercato; se di contro tutti questi eventi, che alla fine della fiera (locuzione del tutto consona!) finiscono per essere dei gran mercati dei libri, non danneggino in primis gli elementi fondamentali della filiera editoriale, cioè i librai; se questa proliferazione fieristica in tema di libri e lettura ciò non sia invero legato al solito e moooolto italiano campanilismo per il quale ognuno pensa per sé e tutti sono contro tutti perché ciascuno si crede più bello e bravo degli altri.

Ecco.

Intendiamoci: nessuna preclusione e nessun preconcetto. Ben vengano tali eventi nei quali sia promossa in ogni modo la lettura dei libri – dei buoni libri, meglio sarebbe da dire. Ma non è che pure in questo ambito, come accade in altri contesti, la quantità finisce per andare a danneggiare la qualità? Non è che la realtà dei fatti rimane quella di una “Armata Brancaleone editoriale” nella quale ogni elemento si muove in modo autonomo senza alcun reale coordinamento con il resto della rete, quanto mai necessario in tale realtà e posto lo stato del mercato italiano?

Giova ricordare che non più tardi di un paio di anni fa è andata in scena un’indegna lotta fratricida tra Torino, col suo “storico” Salone, e Milano con la nuova fiera “Tempo di Libri” – che si è rivelata per ciò che non poteva che essere, un gran buco politico nell’acqua editoriale, ma che pare sarà riproposta a febbraio 2020. Dunque, se così sarà, solo un mese prima della nuova fiera di Firenze.

Ribadisco (sempre a titolo personale): ma serve veramente a qualcosa di buono e utile per i libri e la lettura, tutto questo?

Quelli che la lettura dei libri li annoia

Leggo l’ennesima indagine statistica sullo stato della lettura in Italia (qui ne trovate un ottimo report) e, una volta ancora, tra le note riguardanti l’ampia parte di popolazione che dei libri se ne frega beatamente (più di un terzo del totale: dato estremamente significativo, vista poi la situazione culturale e sociale del paese!) leggo dei tanti che non leggono perché i libri danno loro noia.

La lettura li annoia. Già.

Be’, per quanto mi riguarda, questo è un chiaro segno di infermità mentale. Sì, perché puoi dire che leggere non ti piace, che preferisci svagarti con altro, che oggi non ti va di farlo perché hai la mente impegnata in altri pensieri ma tra un po’ ti andrà, che non hai tempo di farlo (ma, questa, è una scusa totalmente falsa nella gran parte dei casi per cui viene citata)… Ma se mi dici che la lettura ti annoia, dunque che non ti suscita nessuna emozione, nessuna immagine mentale, nessuna suggestione, mi stai dicendo che il tuo cervello non funziona, che è fermo, scollegato, inerte se non per controllare le funzioni vitali basilari. Punto.

D’altro canto – leggo più avanti nell’articolo linkato lì sopra – in base all’opinione degli stessi editori nostrani, tra i principali fattori che determinano la modesta propensione alla lettura nel nostro Paese c’è «il basso livello culturale della popolazione.» Cosa apparentemente paradossale, viste le infinite possibilità di accrescere il proprio bagaglio culturale grazie alle nuove tecnologie e al web – a meno che non si sia in presenza di menomati mentali in sembianze di “persone normali”.

Ecco, appunto, cerchio chiuso.

La (mala)fede nell’editoria

Dalla pagina facebook di Tiziano Fratus:

Ora racconto un episodio che dimostra alcune dinamiche dell’attuale mondo editoriale. Alcuni anni fa ho avuto un incontro con due editor storici di una importante casa editrice italiana. Una delle più importanti. Parlammo. E fu anche simpatico. Credo che qualsiasi scrittore italiano si sentirebbe lusingato di intavolare un discorso per un eventuale nuovo libro con questa fondamentale casa editrice. Orbene. Si parlò di diverse eventuali ipotesi, ed io arrivai, bello bello, con un’idea che custodivo da lungo tempo e a cui tenevo moltissimo. Una delle esperienze per me più significanti, lo era al tempo e continua ad esserlo, tutt’ora. Citai anche un’autrice che a me piace e che c’entra con questo “tema”. Appena lo dissi vidi quello sguardo, quello sguardo che mette insieme, che apre un nuovo varco ma, che non ti riguarda. E infatti l’idea a me venne respinta, ma a quella autrice venne affidata. Sono contento che lei abbia poi fatto bene, ma non ne avevo alcun dubbio. Però non esiste, nell’Italia di oggi, che io possa rivendicare giustizia per un torto del genere, per questo tradimento di fiducia. Io ti consegno qualcosa di così delicato, prezioso, intimo, tu lo prendi e ne fai quel che vuoi e guai a dirlo, perché a quel punto ti minacciano, ti annientano. Ti vorrebbero azzerare. Io poi ho scritto e pubblicato quel che avevo da dire su quel percorso, ma mi è rimasto un vuoto. Ho smesso di fidarmi degli editori, degli editor, di tanta gente che abita questo minuscolo universo che è l’editoria. Tutto questo, secondo me, è un gran peccato. E non è affatto un bel segno.

Non ho molto da aggiungere a queste imprescindibili osservazioni di Fratus. Mi viene solo da dire che, sovente, noi autori abbiamo smesso di fidarci degli editori perché gli editori hanno smesso di fidarsi di loro stessi e della buona letteratura. Solo che noi lo facciamo a ragion veduta, loro invece l’hanno fatto più o meno inconsciamente e, non di rado, per ragioni ben più basse e bieche.

Inutile dire, poi, che non tutti gli editor-i sono così. Tuttavia, nell’attuale stato delle cose, sapere che ve ne siano ancora di quelli capaci di non farsi trascinare oltre il limite dell’oscuro burrone nel quale da tempo molta editoria nostrana si è gettata è ormai motivo di sempre più magra consolazione, ahinoi… (e con “noi” intendo tutti noi appassionati di libri e buona letteratura in genere, non solo gli autori o chi è parte più o meno interessata del mondo editoriale. Ergo, ahinoi tutti! – ribadisco.)