Una cosa divertente ma ipocrita, e un appello alla coerenza

Premetto subito che pubblico questo articolo oggi giusto per evitare sterili e stupide polemiche.

Detto ciò, lo scorso weekend il “Rifugio” Mirtillo, posto tra le piste da sci del comprensorio di Foppolo-Carona, ha proposto quanto leggete nell’immagine qui sotto (l’articolo a cui si riferisce lo trovate cliccandoci sopra):

Posta la premessa lì sopra, non voglio dire ciò che andrebbe detto ovvero che questi eventi non c’entrano nulla con la vera cultura di montagna – cosa che peraltro sembra parecchio palese ma tant’è: dire cose a chi non sa e non vuole sentire serve a poco. Soprassiedo, dunque.

Piuttosto, il gestore del “rifugio” in questione asserisce che tali eventi siano «Un modo suggestivo e originale per valorizzare ancora di più le nostre bellissime montagne». Ma, come osserva l’amico Simone che mi ha segnalato l’evento, se già le montagne sono bellissime, e il gestore stesso lo ammette, perché avrebbero bisogno di essere “valorizzate”? E come lo si può fare con eventi del genere che chiaramente non sono fatti per valorizzare le montagne ma, anzi, per utilizzarle come mero sfondo al loro obiettivo fondamentale, cioè fare casino (più o meno legittimo e apprezzabile) e svagare chi vi partecipa? E se chi vi partecipa si svaga in cotanto casino tra alcolici, modelle (ex?) e djs, come può prestare attenzione alla bellezza delle montagne e come può comprenderne il valore?

Ribadisco: questa mia non è una critica all’evento in sé (del dilagare attuale di siffatte iniziative ho già scritto di recente, qui) che può effettivamente essere divertente, perché no, ma all’ipocrisia con la quale viene costruito e presentato.

Dunque, egregi organizzatori di queste cose, siate almeno onesti: non sostenete che così “valorizzate le montagne”, dite semplicemente che volete aumentare le vostre entrate – legittimamente, ripeto – con un party a base di cocktail e musica come si fa in spiaggia d’estate, punto. Non tiratele in mezzo, le montagne: non c’entrano nulla con queste cose e niente c’entrano quelli che le amano veramente e le frequentano consapevolmente. Suvvia, fate pure quello che volete (nei limiti della decenza e dell’intelligenza) ma siate coerenti almeno!

Infine, appunto personale: ribadisco nuovamente la necessità istituzionale, soprattutto in ambito Club Alpino Italiano e altri soggetti associazionistici di montagna, di rimettere in discussione l’appellativo di “rifugio” affibbiato a certe strutture che tali non sono affatto o non sono più – ovviamente anche a quelle private come la struttura di Carona della quale ho appena scritto: non è una questione formale ma sostanziale, di ciò che sono in realtà e che fanno. In tal senso, liberissime di fare ciò che vogliono, ma si denominino e vengano definite più congruamente “mountain restaurant”[1], “disco bar”, “mountain pub”, “lounge bar”, “risto-music club” o più classicamente (e italianamente) “ristoranti” oppure altro di affine… va bene tutto ma non rifugio: questi non sono rifugiIl Rifugio è un presidio di ospitalità in quota sobrio, essenziale e sostenibile, presidio culturale e del territorio, centro di attività divulgative, formative, educative e di apprendimento propedeutiche alla conoscenza e alla corretta frequentazione della Montagna», clic).

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]
Questione tanto di libertà e di decenza quanto di coerenza e onestà, soprattutto nei confronti delle montagne. Ecco.

[1] Come effettivamente fa il “Rifugio” Mirtillo sulle immagini con cui presenta i propri eventi, anche se poi ovunque viene ancora denominato “Rifugio”.

Impianti e piste vs apres-ski. Il futuro del turismo invernale in montagna passa (anche) da questa “sfida”?

[Apres-ski a Courchevel, sulle Alpi francesi. Immagine tratta da www.skibasics.com.]
Il Post”, che negli ultimi tempi si è fatto particolarmente attento alle variegate fenomenologie che caratterizzano il turismo contemporaneo, incluso quello montano, lo scorso 5 febbraio ha pubblicato un interessante articolo sul “fenomeno” (appunto) dell’apres-ski, l’aperitivo sulla neve organizzato dai locali pubblici di molte stazioni sciistiche con contorno – solitamente – di musica ad alto volume, luci led, performer e cose affini. Qualcosa di abbastanza simile ad una discoteca a cielo aperto, in pratica, che a quanto scrive “Il Post” è diventata in molti casi un’attrazione a sé stante, pensata per «Una clientela per cui, molto più spesso che in passato, saper sciare è secondario: i locali che offrono questi après-ski sono quasi sempre raggiungibili con seggiovie e funivie, utilizzabili poi anche per tornare a valle, oppure direttamente a piedi.»

Addirittura “Il Post” si spinge a ritenere questi apres-ski un’attrazione alternativa alla vera e propria pratica dello sci, sempre più difficoltosa data la crisi climatica in divenire e i costi crescenti, che magari alcuni preferiscono spendere in un passatempo più divertente della salita e discesa delle piste. «L’aperitivo non si nega a nessuno e non possiamo pensare che la neve in alcuni posti sia finalizzata solo al gesto sportivo» afferma al riguardo il gestore di alcuni locali suddetti, rimarcando che i locali come il suo «sono la risposta» ai problemi che arriveranno quando sarà difficile trovare le condizioni per sciare in molte località che oggi basano la propria economia sul turismo, soprattutto invernale. Detto tra noi mi sembra una cosa un po’ campata per aria, almeno al momento, ma tant’è.

Comunque leggete l’articolo de “Il Post” per saperne di più al riguardo e avere la questione più chiara.

[Qui a Courmayeur. Immagine tratta da facebook.com/lovesuperg.]
Ora: al netto che queste cose obiettivamente si manifestano come «‘na cafonata» (cit.), non tanto per sé stesse quanto per il contesto nel quale vengono forzatamente inserite – lo stesso gestore suddetto giustifica gli apres-ski così: «Il momento dell’aperitivo è il più interessante perché è legato al tramonto, è un momento un po’ romantico, il più instagrammabile di tutti: stiamo lì con la musica, il sole che scende, e siamo presi bene» – affermazioni per le quali chiunque conosca la montagna vera non saprà se sia più opportuno ridere o indignarsi – dicevo, al netto di ciò che nel concreto sono questi apres-ski e considerando come sostenibile ciò che scrive “Il Post” e affermano gli stessi gestori dei locali in questione, cioè che possano sempre rappresentare nel prossimo futuro un’attrazione alternativa alla sempre più problematica pratica dello sci (un po’ come le discoteche/i disco bar della riviera romagnola, in pratica), mi chiedo: sono peggio questi apres-ski, con il loro contorno di inquinamento sonoro e luminoso, cafonate varie e assortite, disturbi serali alla quiete pubblica e selvatica e di controcultura (se non di barbarie) montana, oppure sono peggio i nuovi o rinnovati impianti di risalita e le piste agibili solo grazie alla neve artificiale che si pretende di far girare anche se le condizioni climatiche e ambientali renderanno ciò sempre più insostenibile?

Detto in altro modo: è più degradata (o “valorizzata”, se si osserva la questione dalla parte opposta) la montagna-discoteca degli apres-ski o la montagna-luna park di certi comprensori sciistici?

Detto in modo ancora differente e super ipotetico: se foste sulla classica torre obbligati a scegliere quale buttare giù delle due suddette “opzioni” (e giusto per non mostrarsi come quelli «che dicono sempre “no” a tutto», accusa sovente mossa a chi rimarca a vario modo critiche e obiezioni al turismo montano contemporaneo) quale buttereste da basso?

[Qui a Madonna di Campiglio. Immagine tratta da facebook.com/lab.apres.ski.]
Lo so bene che molti di voi risponderebbero con decisione «né l’una né l’altra!» perché entrambe risultano in vari modi (materiali e immateriali) dannose per molti dei territori montani alle quali vengono imposte, sono d’accordissimo. Ma, volendo stare al gioco e rendere ancora più concreta la questione: voi andreste dai responsabili del turismo di Madonna di Campiglio – una delle località citate nell’articolo de “Il Post” dove ci sono locali che fanno gli apres-ski e si sono già manifestate proteste al riguardo – a dire loro «Ok signori, facciamo che d’ora in poi non sparerete più neve artificiale sulle vostre piste adattandovi alle condizioni ambientali naturali, e in cambio potrete permettere liberamente gli apres-ski nei locali lungo le piste raggiungibili con gli impianti»?

Visto che spesso di dice di dover trovare dei “compromessi” tra le varie dinamiche in decadenza o in crescita del turismo montano, può essere quella appena ipotizzata una modalità “diplomatica” da considerare? Che ne pensate?

Lo sci sempre più caro e il cul-de-sac nel quale si sta infilando

[Uno degli impianti più moderni del comprensorio di Plan de Corones (Bolzano), compreso nel Dolomiti Superski. Immagine tratta da www.superskibook.com.]

Si va dal +28% rispetto a tre anni fa di Livigno e Bormio, dove il costo di uno skipass giornaliero per un adulto in alta stagione raggiunge i 66,5 euro e i 59 euro, al +2% degli impianti sul Monte Rosa (59 euro). Anche quest’anno ci sarà un rincaro dei prezzi per chiunque vorrà sciare sulle vette bianche italiane.

Anche il quotidiano on line “Open”, nell’articolo recentemente pubblicato il cui titolo vedete qui sotto (cliccate sull’immagine per leggerlo), dà conto dei costi sempre più alti che lo sci su pista impone a chi lo voglia praticare.

Fornisce poi un significativo elenco dei rincari subiti dagli skipass di alcune note località sciistiche:

  • La Thuile (Valle d’Aosta), 56 euro (+19% rispetto a tre anni fa);
  • Courmayeur (Valle d’Aosta), 67 euro (+20% rispetto a tre anni fa);
  • Cervinia (Valle d’Aosta), 61 euro (+15% rispetto a tre anni fa);
  • Monterosa (Valle d’Aosta), 59 euro (+2% rispetto a tre anni fa);
  • Livigno (Lombardia), 66,5 euro (+28% rispetto a tre anni fa);
  • Bormio (Lombardia), 59 euro (+28% rispetto a tre anni fa);
  • Adamello (Lombardia), 65 euro (+11% rispetto a tre anni fa);
  • Madonna di Campiglio (Trentino-Alto Adige), 79 euro (+13% rispetto a tre anni fa);
  • Dolomiti Superski (Trentino-Alto Adige), 83 euro (+24% rispetto a tre anni fa);
  • Val Gardena (Trentino-Alto Adige), 77 euro (+12% rispetto a tre anni fa);
  • Cortina d’Ampezzo (Veneto), 77 euro (+12% rispetto a tre anni fa).

D’altro canto è una situazione inevitabile. La realtà attuale e in divenire, caratterizzata innanzi tutto dalla crisi climatica ma pure da dinamiche socioeconomiche e culturali in evoluzione, rende la gestione dei comprensori sciistici sempre più onerosa; le nevicate naturali in diminuzione devono essere compensate dalla produzione di neve artificiale i cui costi sono in aumento costante nel mentre che l’aumento delle temperature di anno in anno abbrevia le stagioni sciistiche – ma pure far girare gli impianti continuamente rinnovati per reggere la concorrenza, sempre più potenti e parimenti energivori, costa sempre di più. Di contro il mercato dello sci è considerato “maturo” da anni, non più in grado di crescere se non in percentuali bassissime e comunque insufficienti a consentire ai gestori dei comprensori la copertura finanziaria dei costi crescenti, così come insufficienti sono i contributi pubblici elargiti al settore (al netto della loro opinabilità). Dunque ai gestori non resta far altro che scaricare almeno in parte i costi sostenuti sulla clientela aumentando i prezzi degli skipass, ma in questo modo restringendo ancora di più la platea di clienti (non sono tutti benestanti, gli sciatori!) e così alimentando e aggravando il circolo vizioso sopra descritto.

Morale della storia: lo sci si sta infilando da solo, e suo malgrado, in un cul-de-sac che potrebbe risultargli letale anche più della crisi climatica, e dal quale non lo salverà certo il turismo del lusso al quale sempre di più l’industria sciistica vorrebbe puntare, ma che è appannaggio di poche, rinomate e strutturate località.

La conseguenza inevitabile della storia e della morale suddette? Eccola qui sotto:

«Tanti sciatori hanno imparato a fare a meno degli impianti di risalita». Già.

Insomma: se gli impiantisti proclamano a ogni occasione a loro utile che la montagna «non può fare a meno dello sci», le persone continuano a frequentare la montagna ma abbandonano sempre di più lo sci. Dunque, a breve forse la situazione si ribalterà e sarà la montagna a “proclamare” di poter fare a meno dello sci. Inesorabilmente, ribadisco, nel bene e nel male.

P.S.: già qualche settimana fa a questo tema ho dedicato un articolo con altri dati emblematici, lo trovate qui.

Due hotel che si somigliano ma dai destini alquanto diversi

Avete presente quando vi si para davanti agli occhi una certa immagine e, subito, avete l’impressione di averne vista una molto simile da qualche altra parte?

Ecco:

Quello sopra è l’Hotel Adler di Foppolo (Bergamo), quello sotto il Gstaad Palace di Gstaad, in Svizzera.

Al netto delle somiglianze architettoniche, c’è qualche “piccola” differenza che li distingue: il Gstaad Palace, inaugurato nel 1913, è uno degli hotel più lussuosi del mondo ed è sito in una delle località sciistiche più rinomate e ricercate (nonché costose) delle Alpi; l’Hotel Adler, costruito (suppongo) intorno agli anni Settanta del Novecento, è finito in asta giudiziaria nel 2011 (poi è stato parzialmente riaperto) e si trova in una stazione sciistica che, dopo il fallimento della società di gestione degli impianti nel 2017 con annesse indagini giudiziarie, stenta a rilanciare la propria attività turistica.

Insomma: una forma piuttosto simile, due destini del tutto diversi. Chissà se i costruttori dell’hotel di Foppolo si siano ispirati a quello di Gstaad: nel caso, non è proprio stata un’ispirazione fortunata. In ogni caso è molto interessante notare la frequenza di riproposizione di certi modelli e forme architettoniche peculiari negli edifici alpini ad uso turistico (lo “chalet” ha fatto scuola fin dall’Ottocento, come si sa) e quanto possa essere differente il giudizio sulla loro contestualizzazione rispetto al luogo che li ospita, anche al netto degli aspetti estetici e dell’impatto visivo. Modelli evidentemente presi spesso a campione ma, probabilmente, senza la necessaria riflessione riguardo il loro inserimento (materiale e immateriale) nel contesto locale. Ciò che mi viene da pensare sia successo a Foppolo con l’hotel in questione e con altri lì presenti, che non a caso fanno considerare la località bergamasca a tanti una delle più brutte della montagna italiana dal punto di vista architettonico e urbanistico.

P.S.: so bene che ve ne siano molti altri di hotel dalle fattezze più o meno evidenti di “castello” in giro per le Alpi, ma quella qui proposta è la prima similitudine che mi è balzata in mente, dunque la più spontanea.

La località di montagna più “brutta”: and the winner (or loser) is…

Lo scorso venerdì ho proposto agli amici che leggono le mie cose sul web di citarmi il nome di una località di montagna che per qualsiasi (valido) motivo possa essere considerata brutta. Di luoghi antropizzati considerabilmente belli sui monti ce ne sono tanti ma ovviamente se ne trovano altrettanti brutti: in fondo i primi definiscono i secondi e viceversa, ciò non toglie che in alcuni casi ci si trova di fronte a brutture architettoniche e urbanistiche veramente imbarazzanti, ancor più perché inserite in un contesto come quello montano che è sinonimo di bellezza naturale in senso assoluto.

Innanzi tutto grazie di cuore a tutti quelli che hanno risposto, a volte argomentando le proprie scelte: nel suo piccolo e senza alcuna pretesa demoscopica, dal “sondaggio” esce fuori un panorama veramente significativo del “lato oscuro” dell’antropizzazione delle montagne, dal quale si possono trarre alcune interessanti osservazioni. Ma, appunto, ecco qui i risultati:

Potete scaricare la “classifica” anche qui, in formato pdf, mentre nelle immagini lì sotto vedete la top ten delle località “brutte” citate.

Come vedete, Cervinia vince lo scettro di (non me ne vogliano ai piedi della Gran Becca) “località più brutta” con ampio margine sulle altre località, ciò nonostante molti segnalino la bellezza eccezionale del paesaggio in cui è inserita, che per contrasto inesorabile contribuisce ad acuire l’impressione negativa che Cervinia suscita. D’altro canto commenti come «orrida», «terrificante», «scempio totale», «uno dei paesi più brutti al mondo sito in uno dei posti i più belli», per citarne solo alcuni, lasciano pochi dubbi sul giudizio che la località valdostana si guadagna.

Se la gioca bene anche Sestriere, che ha fatto la storia del turismo invernale nel bene e nel male come prima stazione sciistica di quello che poi verrà definito (oltralpe, ma successivamente anche da noi) “ski-total”: alcune delle stazioni francesi di tale genere sono state citate, infatti. Seguono a ruota altre località similmente caratterizzate dalla presenza di grandi palazzoni ad uso turistico in un tessuto urbanistico spesso palesemente malpensato quando sostanzialmente giammai regolato, testimonianza di un periodo nel quale, con tutta evidenza, sulle nostre montagne s’era perso qualsiasi senso del limite e pareva che il successo delle località fosse determinato da quanto cemento venisse gettato nel rispettivo territorio, di contro senza alcuna cura dell’estetica architettonica e della sua contestualizzazione nel paesaggio. Eppure sulle nostre montagne c’è ancora qualcuno – amministratore pubblico, imprenditore o figure affini – che vorrebbe continuare a imporre quel modello: una circostanza, questa, a dir poco sconcertante.

Non mancano poi alcune località che nell’immaginario comune, e nel marketing che lo alimenta, non sarebbero certo considerate “brutte” ed anzi sono identificate come mete di lusso: si veda ad esempio St. Moritz, Davos, Crans Montana, Madonna di Campiglio, Ponte di Legno o Livigno. D’altro canto non sono solo palazzoni e condomini di scarsa fattura architettonica a determinare la “bruttezza” di un luogo e l’impressione negativa che possono suscitare: a volte è il traffico eccessivo (Canazei), altre viceversa l’assenza di strade adatte ad una residenzialità in loco degna (Brumano), altre ancora si è in presenza di paesi formalmente belli ma con accanto cose palesemente brutte come una batteria di gigantesche antenne radiotelevisive (Valcava) oppure prossimi a subire gli effetti di immobiliaristi e palazzinari che le hanno messe nelle loro mire (Roncola, Vezza d’Oglio, Temù).

Altra osservazione significativa: delle località italiane citate, ben 23 si trovano nelle Alpi occidentali italiane e solo 4 in quelle orientali (non ho considerato il Passo del Tonale che è a metà dei due ambiti). Forse è il segno dell’influenza dei modelli urbanistici delle due “metropoli alpine” di Torino e Milano, che dai loro centri hanno colonizzato le montagne sovrastanti, assicurando loro i maggiori bacini d’utenza turistici ma di contro trasformandole in proprie periferie in quota ad uso e consumo del turismo di massa.

Ma, come detto, queste mie sono solo alcune rapide considerazioni tra le tante che si possono trarre dalla “classifica” che vedete lì sopra, e ciascuno in base alle proprie idee e alle sensibilità che coltiva nei confronti dei territori montani ne potrà trarre innumerevoli altre. Ribadisco, questo è un sondaggio giocoso senza alcuna pretesa demoscopica, ma in fondo anche per questo consente di manifestare risposte personali spontanee e autentiche, dunque senza dubbio significative.

Per concludere, penso al riguardo che l’importante sia che tutti noi frequentatori appassionati e sensibili delle montagne si sappia conservare la capacità di cogliere e comprendere le tante bellezze che offrono tanto quanto percepire e considerare certa bruttezza che purtroppo è stata imposta ad esse da uomini evidentemente privi di tali doti. È una consapevolezza fondamentale, questa, necessaria a definire la realtà delle nostre montagne e il loro futuro ma pure la qualità della nostra frequentazione di esse e degli immaginari culturali attraverso i quali le identifichiamo. Come accennato poco sopra, possiamo definire le cose “belle” anche grazie a quelle che ci tocca definire “brutte”, e questo è certamente un principio che vale anche in montagna – luogo bello per eccellenza – forse ancor più che altrove!

Ancora grazie di cuore a tutti per le risposte, di sicuro foriere di altre future e spero interessanti dissertazioni sul tema!