“Osservare” nel profondo, non “vedere” in superficie

119234-1“(..) Troppo spesso noi esseri umani, che abbiamo avuto la fortuna – rispetto alle altre razze viventi sul pianeta – di sviluppare in modo approfondito una consapevole concezione quadridimensionale del mondo, in senso generale e non solo visuale, commettiamo il grave errore di limitarci a un’osservazione del mondo stesso sostanzialmente “bidimensionale”, per così dire. Un riferimento orizzontale, uno verticale e nulla più, quasi che, ormai assuefatti alla tele-visione della realtà attraverso uno schermo televisivo o similmente tale, nella quale la “distanza” che l’etimo greca del termine identifica è priva di profondità e ancor più della dimensione temporale, si porti e utilizzi quel modo di vedere le cose anche nel mondo reale, restando sulla superficie della visione proprio come se vi fosse uno schermo oltre il quale è impossibile andare e dal quale, gioco forza, dobbiamo ricavare qualsiasi dimensionalità. Guardiamo il paesaggio come se l’immagine scorresse in TV ovvero sul web, come se non vi fosse la possibilità di penetrarlo, di andarci dentro e dunque aggiungere una terza dimensione e poi, una volta in esso, avere cognizione pure della quarta dimensione, quella del tempo. Non solo: in fondo, pure restando in un mero ambito percettivo di tipo bidimensionale – orizzontale/verticale – si possono ricavare innumerevoli altri riferimenti dimensionali, i quali nell’insieme danno corpo alla nostra osservazione, la arricchiscono di molti particolari, dettagli, intuizioni, cognizioni. (…)”

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale si parla di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro. Di vita, in pratica, nel senso più pieno e alto del termine.)

Un mondo (editoriale) che sta svanendo

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Vi invito a leggere (cliccando sull’immagine qui sopra) l’ottimo articolo della sempre illuminante Annamaria Testa che, in esso, offre quella che mi pare la migliore disamina possibile della stato attuale della lettura in Italia – peraltro ricca di innumerevoli spunti di riflessione. Stato assai triste – ma è ormai lapalissiano denotarlo, purtroppo.

Vorrei però qui soffermarmi sul solo titolo dell’articolo, e che riassume in poche parole quello che è il dato più drammatico e sconcertante tra quelli analizzati da Testa: il calo ormai costante da anni del numero degli elettori, che sul grafico della lettura in Italia pare decisamente diretto verso un punto, molto in basso ma sempre più vicino, con scritto da parte estinzione. Termine volutamente catastrofista, sia chiaro, ma non così distante dalla realtà dei fatti, se andiamo avanti di questo passo.

Quel titolo mi fa riflettere sull’evidenza che, nel mondo dei libri e della lettura nostrano, a ben vedere ce ne sono parecchi di svanimenti in corso. Stanno svanendo i lettori, appunto, ma stanno svanendo pure i buoni libri, quelli che ancora hanno alla base un considerabile valore letterario e, dunque culturale: o meglio, ci sono ma svaniscono alla vista, nascosti dalla marea di libroidi senza alcun valore che troppi editori mettono in commercio per far cassa, vendendoli come meri beni da hard discount, da consumo utilitaristico e nulla più come fossero saponette (citando sempre Annamaria Testa). Ciò mette in luce che stanno svanendo pure i “buoni” editori, quelli che facevano autentico talent scouting, che avevano consapevolezza che pubblicare libri è un importantissimo lavoro culturale, una missione da portare avanti per il bene della società in cui si opera. Invece oggi, ribadisco, si punta a far cassa, anche perché molti editori fanno parte di gruppi industriali ai quali interessa solo l’utile di bilancio e/o i dividendi agli azionisti, e se un capolavoro letterario assoluto non garantisce le vendite di un libroide del personaggiucolo televisivo di turno, tranquilli che il primo sarà gettato alle ortiche in men che non si dica, alla faccia della cultura, della letteratura, del valore culturale (e sociale) della lettura e di tutto il resto: solo fregnacce, agli occhi di chi comanda i suddetti gruppi industriali.

Altra conseguenza inevitabile di quanto sopra, ormai in accadimento da tempo, è che stanno svanendo le librerie e i librai – quelli veri, anche qui intendo dire. Il mercato è inesorabile: se non c’è domanda, non serve offerta. Peccato che quell’offerta non è solo e meramente commerciale, ma è l’offrire la presenza pubblica di indispensabili presidi culturali – dacché questo sono le librerie, a mio modo di vedere – senza le quali qualsiasi luogo urbano perde buona parte della sua urbanità ovvero della civitas che nasce e prospera proprio grazie alla cultura diffusa, in massima parte.

Ecco, per l’appunto: svanendo tutto quanto sopra, inesorabilmente svanisce anche la cultura diffusa, dal momento che il libro – anche questa cosa la ribadisco da sempre – è l’oggetto culturale per eccellenza, il più immediato, semplice, economico ed efficace metodo per agevolare la diffusione della cultura in ogni parte d’una società civile. La quale, senza cultura, svanisce a sua volta: non esiste interrelazione sociale che non sia supportata da una cognizione culturale ben estesa e propagata. Non a caso, la nostra società civile, così sofferente da tempo di tali malanni culturali, presenta un tasso di coesione sociale nonché di consapevolezza sociologica e antropologica tra i più bassi in Europa. Fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani: ma l’unica base per farli era ed è la cultura, senza di quello si può fare ben poco – e si vede!

Insomma: è un mondo in potenziale drammatico svanimento, quello della lettura dalle nostre parti.

Cosa fare per invertire questo processo devastante? Annamaria Testa, nell’articolo, già fornisce qualche buona idea. Per quanto mi riguarda, torno al titolo del suo articolo dal quale sono partito per elaborare la mia disquisizione, e dico che stanno svanendo i lettori, a quanto sembra, ma non possono svanire le persone. Che se erano lettori e non lo sono più, o se non lo sono mai stati, lo possono diventare o tornare a essere. Ovvero, c’è bisogno che la lettura ricominci dai fondamentali, dal basso – lasciando stare l’alto istituzionale, sul quale si può fare poco o nulla affidamento – da noi tutti singoli individui; deve tornare a essere qualcosa di pubblico, di usuale, di ordinario, deve diventare motivo di chiacchiericcio quotidiano esattamente come lo è il calcio o la politica – anzi, al posto del calcio e della politica! Il libro deve diventare un oggetto costantemente nello sguardo e nella mente delle persone: i buoni libri non possono perdere il fascino e le doti che posseggono, semmai è stato il nostro modus vivendi contemporaneo che, da un certo punto in poi, ha voluto ignorare o oscurare quel fascino e quelle doti che mai e poi mai la televisione (un tempo fonte di acculturamento di massa e poi di imbarbarimento) potrà offrire con simile forza ed efficacia. In confronto ad altri intrattenimenti contemporanei, un buon libro è un po’ come un hotel da almeno quattro stelle nel quale si possa alloggiare, godendo di tutti i suoi confort, ad un prezzo irrisorio, mentre quegli altri intrattenimenti sono come un albergo bellissimo fuori e alquanto scadente dentro. Come si potrebbe giudicare chi scelga di alloggiare in quest’ultimo – con ottusa pervicacia, peraltro – piuttosto che nel primo? Ecco, ci siamo intesi.

Scrivere per non sparire nel nulla, scrivere per non apparire del tutto

Selina Trepp, "Appear to Disappear", installazione, 2009 (http://selinatrepp.info/home.html)
Selina Trepp, “Appear to Disappear”, installazione, 2009 (http://selinatrepp.info/home.html)

Mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente?
Chiunque scriva in maniera sistematica si sarà sentito rivolgere, prima o poi, la solita domanda: «Ma tu perché scrivi?» Domanda inesorabilmente retorica che, in quanto tale, finisce per “chiamare” spesso risposte altrettanto retoriche se non – mi sia consentito di affermare ciò – piuttosto insincere, le quali, in ogni caso, non sfuggono da una ugualmente inesorabile e peraltro umanissima realtà: si scrive per farsi notare. Ammettiamolo, suvvia! Perché, ribadisco, è cosa elementare e inevitabilmente umana, questa; quale sia il senso e il fine di questo farsi notare è un altro discorso, poi, sovente di natura abbastanza meschina ma, sia quel che sia, non mi interessa qui di disquisirne.
Tornando invece a quella domanda solita e al mero perché della scrittura, una risposta finalmente diversa da infinite altre la fornisce – seppur indirettamente, ovvero in un articolo che parla di produzione artistica contemporanea uscito sul nr.31 di ArtribuneJussin Franchina, generandola da quella nota citazione di Nanni Moretti (tratta da Ecce bombo) che anch’io ho messo in testa a questo articolo. Così scrive Franchina – e, ribadisco, prendete il termine “artista” in senso ampio, comprendendo dunque pure l’autore di testi letterari (e la letteratura è una forma d’arte, eh, quantunque, sia sempre più arduo considerarla tale!):

“In ogni artista c’è un conto in sospeso con la scomparsa. Alla paura di sparire nel nulla, l’artista reagisce con un gesto artistico che riaffermi la sua presenza. E, però, al tempo stesso quel gesto è il nascondiglio perfetto per non venire allo scoperto del tutto. L’artista si palesa così, in controluce, andando a scomparire in un posto in cui lo si possa in altro modo vedere. Ogni artista è l’inchiostro simpatico sull’opera che costruisce.”

Ha ragione, assolutamente. A mia volta ho sempre pensato che chiunque decida di comunicare pubblicamente qualcosa attraverso qualsiasi forma espressiva creativa – dunque lo scrittore, l’artista visivo, il cineasta, il musicista eccetera – abbia il dovere fondamentale (che è anche diritto, sia chiaro, ma lo è se in primis è “dovere” in modo pieno e giustificato) di lasciare una traccia della propria espressività. L’artista che comunica ma non lascia tracce della sua comunicazione si autocondanna al nulla ben più – nel principio – che l’individuo ordinario che non fa niente di tutto ciò e vive nell’anonimato più totale. Attenzione: con “traccia” non intendo semplicemente la prova concreta del proprio lavoro, ma il senso di esso, il messaggio, la comunicazione vera e propria, appunto. È in effetti una necessità inderogabile, questa, per chi come l’artista abbia scelto di comunicare qualcosa piuttosto di produrre qualcosa come invece fa chi opera nella manifattura: se non vi è comunicazione (e, ovvio, relativa trasmissione/ricezione di quanto comunicato) non vi è presenza, e velocemente pure il media comunicante – il libro, il lavoro artistico, il brano musicale e così via – evapora e svanisce nello stesso nulla.
Jussin Franchina, inoltre, con un ulteriore passo nella sua breve ma intensa riflessione, tocca il secondo e conseguente punto nodale della produzione artistica: l’autobiograficità della comunicazione espressiva pubblicamente trasmessa. Questione molto sentita, in tal caso, nella letteratura più che nell’arte visiva, nella quale in ogni caso è più facile per l’artista mascherarsi dietro la sua opera – a meno che non si tratti dichiaratamente di autoritrattismo, in qualsiasi forma esso sia. Scrivendo, è sempre assai arduo non palesarsi personalmente, poco o tanto, nel testo scritto. Tuttavia, come dice Franchina, lo scrittore di pregio sa costruire narrazioni nelle quali calarsi, direttamente o meno, in modo occulto, essendo presente ma senza essere visibile ovvero essendolo ma in modo alquanto velato se non soggetto a una mutazione di qualche genere che alteri la sua più ordinaria visibilità.
D’altro canto questa ipotesi riguardo la scrittura come necessaria reazione all’altrimenti inevitabile scomparsa pone sulle spalle dell’autore una responsabilità enorme e pesantissima: egli deve (ri)affermare la propria presenza nel modo (per sé stesso) più virtuoso e originale possibile, perché altrimenti il rischio è quello di palesarsi con modalità meschine (vedi sopra), disdicevoli e degradanti. In un modo, insomma, pure peggiore rispetto al mero nulla della scomparsa, la quale non garantisce di restare visibili ma nemmeno di esserlo mostrandosi ricoperti di fango che da soli ci si è scagliati addosso per la inaccettabile qualità dei propri scritti – perché, lo avrete intuito, è da qui che può principalmente prodursi il più degradante fango per uno scrittore (a prescindere poi dal consenso commerciale, anche in tal caso questione “altra” che non interessa ora qui a noi).
C’è di più: la suddetta grande responsabilità posta sulle spalle dello scrittore riguardo cosa (e pure come, ovviamente) si scrive concerne anche il dovere di capire se è in grado di affermare la propria presenza, ovvero di comprendere che quel dovere poco sopra citato è tale – e così può anche diventare diritto – quando non sia indiscutibilmente dovuto, automatico: in ogni aspetto della vita si ha il dovere di fare qualcosa se si è in grado di farlo, altrimenti no, facilmente si genera solo danno. Dunque, si ha il diritto di affermare la propria presenza solo se ci si riconosce il dovere di saperla giustificare nel modo più ampio e alto possibile.
Si ritorna, insomma, a quella che a mio modo di vedere è per la scrittura la madre di tutte le questioni – oggi ancor più che nel passato: lo scrivere (ovvero, intendo dire, il diffondere pubblicamente ciò che si è scritto più che l’esercizio espressivo in sé, che naturalmente è libero e individuale) quando si ha qualcosa da esprimere, da comunicare, da trasmettere. Altrimenti, si produce soltanto autocompiacente vuoto, giustificando l’impressione per la quale molti scrivano soltanto per mettersi in mostra, incuranti persino della bontà di quanto scritto – cosa diffusa a tutti i livelli della produzione letteraria contemporanea: non solo tra i debuttanti, insomma, ma pure tra i presunti grandi e celebrati scrittori. Perché, riprendendo quella iniziale battuta di Nanni Moretti, a volte ci si fa notare di più se non si è presenti, e d’altro canto ci si può pure far notare, ma in senso negativo, a essere presenti mettendosi da sé in disparte, ovvero al di fuori di quanto si possa invece notare positivamente!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Una mappa (dell’editoria) italiana a cui mancano tanti “paesi”…

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(Cliccate sulla mappa per ingrandirla, oppure cliccate qui per scaricarla in formato pdf.)

Questa, per l’Associazione Italiana Editori – AIE, sarebbe la mappa dell’editoria italiana per l’anno 2016 – pubblicata sul loro sito qui.

Che ne dite? A me, così di primo acchito, vengono in mente due/tre cosette, nello “studiarla”:

  1. Rappresenta meno della metà della metà del numero di editori attivi in Italia. Siano essi buoni o meno ma attivi e “pubblicanti”, tant’è. Va bene che l’AIE è un’associazione di categoria e quindi fa lobbying, e va bene che la mappa viene presentata come raffigurante i “principali” editori (ma a che pro sarebbero i principali?), tuttavia far credere che quella raffigurata sia la mappa di tutta l’editoria italiana mi pare a dir poco fuori luogo e un po’ da sboròni.
  2. Mancano, per dire, Keller, Exorma, Voland, Historica… (ma sono veramente i primi nomi che mi vengono in mente, non me ne vogliano tanti altri amici editori assenti nella “mappa”), tutte quante tra le migliori case editrici indipendenti italiane, in termini di attività e di qualità dei cataloghi.
  3. Gli editori indipendenti sono stati indicati, nella mappa, negli spazi vuoti tra le concentrazioni editoriali più grandi. Dei tappabuchi, in pratica.

Inoltre…

  • l’AIE è colei che organizzerà il nuovo Salone del Libro di Milano. Lo so, non c’entra nulla con tutto il resto ma, per come si è generata – e si sta generando – la vicenda, a me sa tanto di “spacconata”. Ciò che, per certi versi, mi dà l’impressione di essere, a suo modo, la mappa lì sopra.

In ogni caso, siate liberi di meditare, congetturare, dichiarare e commentare liberamente ciò che volete, in merito.