Giorgio Orelli, “Rosagarda”

Nel novero dei grandi scrittori svizzeri di letteratura di montagna – e quello elvetico, lo ribadisco, è l’unico ambito letterario che possa veramente e compiutamente definirsi in questo modo, “di montagna”: altrove vi sono bravi scrittori di montagna, in certi casi notevoli tanto quanto isolati – Giorgio Orelli ci entra non solo con pieno merito ma pure con particolare distinzione (e in compagnia del cugino Giovanni, l’autore del sublime L’anno della valanga). Si distingue in primis perché Giorgio Orelli è narratore di cronache montane dal versante Sud del Gottardo mentre quasi tutti gli altri grandi scrittori di montagna elvetici stanno al di là del crinale principale delle Alpi (Leo TourOscar PeerCla BiertArno Camenisch…); come i primi è molto legato, anche letterariamente, alle sue terre natie, nel suo caso la Valle Leventina da Bellinzona fino alle creste del Gottardo, ma sono terre, queste, che come detto guardano a meridione, all’Italia, al Sole del Mediterraneo la cui aria, che già pare manifestarsi sulle rive ricche di palme e oleandri dei laghi prealpini tra Lombardia e Ticino, risale poi quelle vallate montane fino alle loro testate, portandovi uno spirito che sull’altro versante delle Alpi non è riscontrabile. Non che ciò determini alcuna sorta di graduatoria tra i vari stili letterari, anzi, ne accresce il rispettivo fascino: così, se leggendo il sursilvano Camenisch si percepiscono certe particolari sensazioni e leggendo l’engadinese Peer certe altre, molto simili ma non del tutto (trovate mie “recensioni” di loro opere nella relativa pagina del blog), nella lettura delle opere di Giorgio Orelli, pur profondissimamente alpine e specificatamente leventinesi – geograficamente, culturalmente, spiritualmente – è come se già si sentisse un che di mediterraneo, se così posso dire… di più sensuale, più emozionale, più poetico […]

[Immagine tratta da questo articolo.]
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Fieno, ragnatele, temporali e lamponi

Non so di chi sia la grande stalla di pietra su cui si può ancora leggere la data della rivolta leventinese contro Uri: 1755. Di fieno non odora più da tanto tempo. Il soffitto a travi ingrigite e ragnatelose è cosi basso e irregolare che devo far attenzione a non batterci la testa come nel fortino di Santa Pietà durante la guerra, dove più d’uno metteva il casco. Più d’una volta, sorpreso dal temporale in cima al Motto, sono corso a rifugiarmi lì, sotto la veste azzurra d’una madonna che pareva nera, forse d’Einsiedeln, col bambino appeso al petto come il distintivo del Primo Agosto. C’era tutt’intorno alla stalla un arruffio profumatissimo di lamponi, quando si schiariva mi fermavo a mangiarne senza fretta con incredibile piacere.

(Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.9.)

L’incipit della raccolta di racconti di Orelli è di quelle che forse solo gli scrittori svizzeri di montagna sanno creare: semplicemente sublime per come in poche righe (13 e mezza, nel testo originale edito da Casagrande) riesca a condensare l’intero paesaggio, nel senso materiale e immateriale del termine, di un territorio di montagna. C’è la storia locale – svizzera, ovviamente -, c’è la geografia con alcuni riferimenti referenziali importanti, c’è la Natura (l’«arruffio profumatissimo di lamponi» è un’immagine meravigliosa, da grande e intrigante poeta quale fu Orelli), c’è la civiltà umana che abita il luogo con le sue usanze, le tradizioni, i mestieri, le credenze popolari (per la cronaca, Einsiedeln è sede dell’abbazia più importante della Svizzera) ma pure un accenno al credo patriottico (il Primo Agosto è la festa nazionale elvetica, data di nascita della Confederazione), c’è il tempo che passa inesorabile sulle travi ingrigite e ragnatelose. Una manciata di righe, ma intense e immaginifiche, per tratteggiare un affresco letterario che con poche parole  offre tantissime vivide narrazioni. Un “minimo” – ma solo in quantità – capolavoro letterario che, ribadisco, pochi autori (anche tra i più grandi, ma con stili differenti) hanno il dono di intessere così fascinosamente.

Cliccate sull’immagine per leggere la mia personale “recensione” a Rosagarda, mentre qui ne trovate un’altra su Giorgio Orelli.

Arno Camenisch, “Ultima sera”

Svizzera, Cantone dei Grigioni, un villaggio di montagna all’apparenza come tanti, gennaio. Dovrebbe nevicare e invece piove, senza interruzioni, come se non avesse mai piovuto. Non c’è molto da fare, lassù, quando la meteo è così avversa e bizzarra – lo so bene, io, avendo trascorso molte delle mie vacanze infantili in montagna, nell’alberghetto di una piccola borgata a oltre 1.700 metri di quota, e passate diverse giornate di pioggia a guardar fuori dalla finestra un paesaggio sovente reso invisibile dalle nubi basse, nella speranza che smettesse. Ma non erano affatto giornate tristi, perché in verità una cosa si poteva fare, assolutamente divertente: chiacchierare. Di ogni cosa, da mattina a sera con tutti coinvolti, residenti indigeni e ospiti forestieri, tra una partita a carte e una al calcetto ovvero, per gli adulti, tra una bevuta e l’altra, facendo trascorrere le ore in modo tanto leggero quanto prezioso per come tale loquacità collettiva permettesse di coltivare ed esaltare la più proficua socialità.
In fondo è questa una delle cose più importanti, anzi, vitali per un piccolo villaggio di montagna: la socialità, che scaturisce dalla coesione e dal senso di comunità e li ravviva di continuo, mantenendo viva anche quella rete di relazioni realmente indispensabile in un ambito difficile come quello montano, nel quale è ancora la Natura a stabilire come l’uomo vi può vivere e vi si deve adattare. La socialità che trova il miglior terreno di coltivazione nelle locande e nelle osterie, veri e propri centri sociali e culturali rurali ove la comunità si dà appuntamento e si ritrova, chiacchiera di ogni cosa, dai pettegolezzi di paese ai massimi sistemi, ravviva e genera relazioni, alimenta amicizie e talvolta dissidi che poi nuovamente lì appiana anche grazie a un buon bicchiere di vino o boccale di birra… luoghi assolutamente preziosi, insomma, per le piccole comunità alpine, senza i quali verrebbe a mancare quel terreno così fertile alla vita sui monti, già ostica di suo.
Proprio un’osteria del genere, la “Helvezia”, cuore pulsante di vita per un piccolo villaggio dei Grigioni, sta per chiudere. Le sue ultime ore – per nulla tristi, lo dico da subito, anzi! – le racconta Arno Camenisch in Ultima sera (Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado; orig. Ustrinkata, 2012), con quel suo stile inconfondibile e inconfondibilmente alpino-romancio che lo ha reso uno degli scrittori svizzeri contemporanei più apprezzati e tra i migliori cantori della realtà alpina (svizzera ma non solo) attuale.
L’osteria “Helvezia” sta per chiudere appunto, e lo fa in una sera nella quale piove così tanto che anche il cielo sembra voglia rimarcare il proprio disappunto per tale fatto []

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Leo Tuor, “Caccia allo stambecco con Wittgenstein”

La montagna è naturalmente un luogo carico di suggestioni filosofiche, in certi casi molto “alte” e a contatto con il trascendente e lo spirituale, in altri casi più pragmatiche e pratiche, correlate alla rudezza del territorio e alla difficoltà del viverci. A tal proposito, è interessante notare come quella peculiarità orografica che eleva i monti e li spinge verso l’alto, a contatto con il cielo e a debita distanza dalla “piattezza” e dalla monotonia morfologica del mondo di sotto, di contro crea un inopinato livellamento biologico (nonché morale, mi viene da dire) tra le creature che vivono su di essi. Voglio dire: sulle montagne anche il supertecnologico uomo contemporaneo deve ancora sottomettersi alla ruvidità del territorio, all’inclemenza del clima, alla mancanza della comodità geografica che invece la pianura offre, e tale condizione la subisce lui esattamente come la subiscono tutte le alte creature viventi che risiedono in quota. Una ormai rara par condicio, insomma. Anzi, non è raro che l’uomo del Terzo Millennio ne esca bell’e sconfitto: ad esempio, la sua mobilità su certi scoscesi pendii rocciosi non raggiungerà mai l’agilità di camosci e stambecchi, che per di più il freddo lo sopportano molto meglio degli umani… e così via.
Ecco, a proposito di animali: non si può dire di conoscere veramente la montagna – quella vera e pura, non quella addomesticata dal turismo di massa – se non si va a caccia di stambecchi. Lo sostiene Leo Tuor, montanaro (grigionese) purosangue, esperto cacciatore, produttore di formaggi e autore di Caccia allo stambecco con Wittgenstein (Edizioni Casagrande, Bellinzona (CH), 2014, traduzione di Roberta Gado; orig. Catscha sil capricorn en Cavrein, 2010) in qualità di rinomato scrittore di lingua romancia. Perché pure la caccia allo stambecco, praticata in alta quota tra alte vette, ghiacciai, seracchi, inquietanti pareti rocciose e allucinanti pietraie, ha in sé un che di filosofico, o quanto meno di metaforico nei confronti della vita di montagna e del legame che relaziona l’uomo a questi territori (continua…)

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Le vere capanne di montagna (Leo Tuor dixit)

Ci sono capanne malconce, abitate ormai solo da pastori d’alpeggio. I pastori cambiano tutti gli anni, e i nuovi ereditano il lerciume dei vecchi, e i contadini ci aggiungono tutta la robaccia che non vogliono più tenersi in casa: moquette pidocchiosa e stoviglie vecchie come il cucù. Spremiagrumi, due tre porta filtri da caffè (ancora quelli di porcellana con scritto sopra Melitta), le prime Duromatic uscite sul mercato e passaverdura con metà dei pezzi riempiono gli scaffali fra pile di piatti e, nel cassetto sopra la credenza che si apre a fatica, una macedonia di posate che basterebbe per un gregge di capre. Le vere capanne d’alpeggio non ce la fanno veramente più. Poi ci sono le baite risistemate solo il tanto che basta, capanne pratiche, di gente che dà l’anima alla montagna e prende alla montagna rocce, radici, camosci. E poi ci sono le casette con la staccionata tutt’intorno e la bandiera al vento, con le gelosie colorate e le tendine a quadretti e alphorn e jodel, chincaglierie kitsch di gente da mezza montagna, specialista in materia. Dico sempre che baite così possono anche andare, nei boschi più a valle, nelle radure, nel privato, in fondo siamo svizzeri liberi e uno nella sua radura può farci quello che vuole, agli altri non resta che sorbirselo con il cuore in pace. Ma in alta quota, sui pubblichi bricchi, in quel mondo radicale, il kitsch non è tollerabile. E invece troviamo baite in stile lassù-sulla-montagna anche oltre il limite dei boschi. Da voltastomaco.

(Leo Tuor, Caccia allo stambecco con Wittgenstein, Edizioni Casagrande, Bellinzona (CH), 2014, traduzione di Roberta Gado, pagg.40-41.)

Un breve ma intenso trattatello di architettura d’alta quota (e non solo) firmato Leo Tuor, uno dei più importanti scrittori elvetici di lingua romancia. A breve ne leggerete di più, qui nel blog, su di lui e sul romanzo dal quale il brano è tratto.