Il valore educativo della TV (Groucho Marx dixit)

Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza a leggere un libro.

(Groucho Marx, citato in Movie icons: Marx Bros., a cura di Paul Duncan e Douglas Keesey, traduzione di Emanuela Rossato, Taschen, 2007.)

A prescindere dall’evidenza che un aforisma del genere andrebbe scritto sulla carta d’identità, oppure posto per legge come altorilievo sui muri di ogni casa o sul tetto dei palazzi prospicienti le piazze di tutte le città (e a prescindere che Marx lo sentenziò decenni fa: che direbbe oggi, con la TV di oggi?), trovo che sia una conferma netta e chiara a una cosa che sostengo convintamente: se volete trovare la più illuminante e preveggente genialità, cercatela tra i comici. Quelli veri, intendo. Rideteci sopra alle loro “battute” ma poi, subito dopo, meditateci per bene. Perché sovente la “risata”, quando ben suscitata, non è che la più alta forma espressiva dell’intelligenza.

La battaglia di chi scrive è una battaglia (persa) con se stesso (Paolo Nori dixit)

Ieri, alla ventesima scuola elementare di scrittura emiliana, mi è venuto da dire che la battaglia di chi scrive è una battaglia con se stesso: non con gli editori, non con i critici, non con i librai, non con i distributori, non con i lettori, con se stesso.
E è una battaglia che spesso quello che scrive la perde. E è una cosa stupefacente. Ci sei solo te, e perdi.

(Paolo Nori, preso da qui.)

Forse – credo, temo – ha ragione, Nori. E forse – temo, anzi speroè un bene che sia così. Una vittoria, ovvero credersi “vincitori” su sé stessi, in letteratura potrebbe essere una gran tragedia. Tutt’al più si può sperare in un pareggio, ma con la certezza che anche in tal caso la “sconfitta” è sempre dietro l’angolo, ben più di qualsiasi vittoria.

I libri hanno una “scadenza”?

Un libro può avere una “data di scadenza”, ovvero essere considerato passato?

A volte ascolto autori che presentano i loro nuovi libri e ho la vivida sensazione che a quelli precedenti si riferiscano come a qualcosa di sorpassato, di obsoleto, e non solo perché siano stati scritti quando essi fossero – comprensibilmente – meno esperti del mestiere letterario o perché trattino temi e storie non più “in voga” e nemmeno perché sia ovvio (e funzionale alle vendite) ritenere che il proprio libro “migliore” debba sempre essere l’ultimo, semmai perché sembra siano convinti (per accettazione piuttosto pedissequa d’un certo modus operandi pseudo-culturale contemporaneo) che solo il “nuovo” conta, il resto no, o conta molto meno.

Io credo invece che un buon libro non possa avere alcuna “scadenza”, dacché se un “buon libro” è tale, lo è in quanto dotato in primis d’un altrettanto (ovvero originario) buon valore letterario, prima che d’una storia accattivante o di altre similari peculiarità “commerciali”; e se è “buono” oggi, appena pubblicato, lo sarà anche tra cinque, dieci o cento anni. Un prodotto culturale atemporale, insomma, perché è la cultura, quando autentica e di valore, a non conoscere tempo, fase o epoca né tanto meno “mode”, e a sapere sempre dire, raccontare, comunicare, trasmettere, insegnare qualcosa a chiunque. Viceversa, scrivere qualcosa che possa/debba valere molto oggi, per determinate circostanze momentanee, per valere assai meno (o nulla) domani, è uno dei più gravi errori che un autore possa commettere: è come se si negasse alla fonte la genetica artistica della letteratura, oltre che il necessario valore culturale. In altro modo, è assoggettarsi a quella devianza meramente consumistica e anti-culturale che oggi troppo spesso, purtroppo, affligge certa produzione editoriale, la quale inevitabilmente avrà una “data di scadenza” perché di suo, fin da subito, è obiettivamente scadente.

“Leggere”, l’importanza vitale della lettura vista da Steve McCurry

“Yemen”, 1997.

Se non l’avete vista ove sia già stata esposta, andate a vedere Leggere, la mostra di immagini che il grande fotografo Steve McCurry ha dedicato all’esercizio della lettura e a chi lo pratica ovunque sul pianeta.

Immagini che fanno riflettere, e sanno mettere in evidenza una realtà fondamentale: la lettura dei libri è l’esercizio culturale più semplice e più completo che si possa praticare, dunque chi dice di non poterlo praticare, sovente adducendo motivazioni francamente sconcertanti (“Non ho tempo!” la più gettonata) e giammai valide o tanto meno legittime, è un emerito idiota.

L’ho detto, ecco.

Cliccate sull’immagine per saperne di più sulla mostra.

La lettura è libertà


La lettura dei libri libera la mente e alimenta il pensiero, che non a caso è la più grande e illimitabile libertà a disposizione dell’uomo.
Chi non legge, dunque, non sarà mai una persona realmente libera, e “vivrà” imprigionata nello spazio vuoto della sua mente.
Una condizione più sventurata persino rispetto all’ordinaria pazzia: almeno il pazzo ha la mente piena di bizzarrie, senza dubbio, ma non certo vuota. E, appunto, non so cosa sia peggio tra le due cose.