In tema di cambiamenti climatici, realtà del tutto assodata e ormai negata solo da pochi decerebrati, uno dei dubbi che ci si pone spesso è se l’evoluzione del riscaldamento globale sia effettivamente frenabile in qualche modo, presupponendo un’azione in tal senso su scala planetaria assolutamente risoluta, ben più di quanto si stia facendo ora, oppure se non abbia già superato un “punto di non ritorno”, subendo alterazioni causate dalle attività antropiche dei decenni scorsi ormai definitive, almeno per un certo arco di tempo.
Il dibattito è aperto, ma ci sono già oggi evidenze oggettive che rivelano come senza dubbio oltre certe “linee rosse” siamo già andati e tornare dietro di esse non sarà certo facile. La presenza di ghiaccio rilevata dai satelliti al Polo Nord a fine estate, ad esempio (vedi lì sopra), offre un’immagine pressoché priva di dubbi: come scrive “Wired” nell’articolo che potete leggere cliccando sull’immagine stessa, «Negli ultimi 15 anni sono state registrate le 15 minori estensioni di ghiaccio marino e la quantità di ghiaccio pluriennale quest’anno (ovvero quel ghiaccio marino che, resistendo a più stagioni di scioglimento, è presente da più anni) è una delle più basse mai registrate.» Questo non significa “solo” che fa più caldo rispetto al passato, ma che farà sempre più caldo, negli anni a venire: perché le calotte polari fanno anche da raffrescatori e regolatori del clima a livello planetario, il quale in forza delle attività antropiche si sta scaldando sempre più, il che comporta un maggior scioglimento del ghiaccio polare e dunque una minor capacità di esso di raffrescare il pianeta e regolarne il clima. È un circolo vizioso climatico, insomma, che si autoalimenta degradandosi sempre più e il cui “moto circolare” ormai innescato è al momento impossibile da fermare. Un punto di non ritorno superato, appunto.
Siamo ancora in tempo, riguardo altri aspetti della questione climatica, a non superarne altri di questi punti di non ritorno? Possiamo solo sperarlo e agire finalmente in maniera decisa e definitiva per fare di questa speranza una realtà concreta; d’altro canto al momento, purtroppo, quel dubbio in senso generale resta valido, insieme alla sua inquietante, sinistra prospettiva.
[Foto di Michele Comi.]ALT[R]O FESTIVAL 2021. Saliamo in Valmalenco, io e Loki – il mio segretario personale a forma di cane – per partecipare a “Il sentiero che non c’è”, l’escursione esperienziale (lo so, è una definizione brutta, ma rende l’idea) guidata da Michele Comi. Il cielo è ingombro di nubi grigie ma qui e là qualche squarcio d’azzurro c’è.
Si forma il gruppo, ci si conosce, si introduce la giornata, si parte. Però di lì a non molto comincia a piovere, anzi, tuoni frequenti annunciano un inequivocabile temporale, la pioggia aumenta d’intensità, nuvole basse e fitte annebbiano di frequente il paesaggio. Che si fa, quindi? Si torna indietro, che la giornata è ormai rovinata? Giammai, anzi: è proprio in questo modo che la giornata si fa oltre modo interessante e diviene via via compiuta!
La nostra società, e il modus vivendi che ci siamo costruiti nella contemporaneità ovvero la relativa (non) forma mentis, ci ha quasi del tutto disabituato alla gestione della difficoltà, dell’imprevisto, alla resilienza immediata di fronte all’intoppo, al cambio di rotta necessario tanto rapido quanto logico ovvero, più banalmente, a sopportare inconvenienti in verità di pochissimo conto che, invece, possono regalare momenti, circostanze, esperienze inattese e affascinanti. Piove, embè? Una volta che non si è degli sprovveduti e si hanno con sé gli “strumenti” atti a non infradiciarsi (non gli ombrelli, per carità: sono un ammennicolo troglodita!), c’è soltanto da prepararsi a vivere quell’esperienza in modo diverso da come si credeva e a farsi sorprendere da una tale variante più o meno improvvisa – e la pioggia nel bosco regala tante di quelle percezioni altrimenti ignorate (luminosità brillanti, cromatismi intensi, effluvi vivaci, rumori ammalianti… – che è facilissimo restarne stupiti, se si sa attivare in sé stessi la giusta sensibilità.
Non solo: in questo modo l’esperienza diventa ancora più “formativa”, aggiungendosi alle suggestioni sul fondo di essa un elemento (o diversi elementi) che costringono a acuire ancor più l’istinto, a aguzzare i sensi, a raccogliere intorno a sé ulteriori dettagli materiali e immateriali che aiutino da un lato a non subire le difficoltà impreviste e dall’altro – per motivi uguali e opposti – a vivere un momento di inopinata tanto quanto intensa relazione con il luogo nel quale ci si trova. Non a caso, tornando a quanto affermavo poco sopra, la perdita di resilienza nelle difficoltà è andata di pari passo con la perdita delle capacità di relazione con i luoghi nei quali viviamo o coi quali interagiamo. La causa di fondo credo sia la stessa: siamo diventati talmente viziati, talmente pretenziosi, negligenti (se non proprio menefreghisti) e così poco forti di intuito e di spirito che appena qualcosa mette a rischio la sfera protettiva nella quale ci richiudiamo continuamente perdiamo il controllo della situazione e di noi stessi, ci sentiamo smarriti anche se in mezzo a innumerevoli segnali di direzione (che non sappiamo più vedere), ci perdiamo in un bicchiere d’acqua piuttosto di berla per dissetarci e così abbeverati andare oltre l’ostacolo per continuare il cammino.
Sono temi che proprio Michele Comi, in veste di guida alpina e di facilitatore d’esperienze in montagna, propone molto spesso nelle sue attività, ovvero sono temi fondamentali per contribuire alla solida tessitura di quella relazione consapevole col mondo che ci circonda che dovrebbe essere una delle basi necessarie a farci stare in armonia con il mondo stesso e, di rimando, a fare del mondo un luogo armonioso e quanto più possibile privo di storture – almeno ove esso sia dominato da noi umani.
Insomma: siete in montagna e si mette a piovere? Andateci ben equipaggiati, imparate a riconoscere le reali situazioni di pericolo e non tornate indietro, anzi, godetevi la fascinosa particolarità del momento! Alla fine è acqua che cade dal cielo, mica acido solforico, che diamine! – e probabilmente, visto che siete sui monti, è anche meno inquinata di quella cittadina, già. Scansare le difficoltà (banali poi come uno scroscio di pioggia o altro di simile), e non voler acquisire le nozioni per superarle, non fa altro che ridurre la nostra “comfort zone” a un recinto talmente stretto che ci rende simili a tanti polli rinchiusi nelle gabbie degli allevamenti industriali: senza volontà, senza brillantezza intellettuale, con pochissime possibilità di vivere esperienze realmente belle e formanti che ci rendono la vita più interessante e stimolante. Delle emerite pappe molli, ecco.
D’altro canto, come disse uno che la montagna (e non solo quella) l’ha vissuta veramente fino in fondo, Walter Bonatti:
No, mi dicevo, non può essere bello un mondo dove le paure e gli entusiasmi spaventano i più, tesi come sono al risparmio di sé e dei propri sentimenti.
[Loki, il mio segretario personale a forma di cane, conduce il gruppo nella fitta foresta alla ricerca del passaggio migliore per uscirne senza pericolo alcuno. 😄 Foto di Michele Comi.]
C’è un modo di frequentare e fruire le montagne, ad esse imposto da un immaginario che con i territori di montagna nulla o quasi aveva ed ha a che fare, che è ormai giunto al capolinea, palesemente superficiale, decontestuale, fuori dal tempo e dalla realtà correnti e ancor meno proteso al futuro, anzi, al contrario avviluppato ad una visione dei monti obsoleta e rovinosa.
Ecco perché un evento come ALT[R]O Festival, dopo soltanto tre edizioni – la prossima è imminente, si terrà il 25 e 26 settembre tra Sondrio e la Valmalenco – sta già diventando un appuntamento emblematico e illuminante, generando attorno a sé un interesse notevole e un consenso crescente di pubblico. Perché ALT[R]O Festival offre finalmente e concretamente una diversa visione della frequentazione montana attraverso narrazioni rinnovate e innovative che riportano alla luce l’autentica e ancestrale bellezza dei monti e il loro valore assoluto, così necessario a poter vivere con la montagna un’esperienza veramente piena e ancor più nuovamente consapevole: qualcosa che quelle strategie di frequentazione turistica prima citate da tempo non offrono più, anzi imponendo visioni distorte e degradanti delle terre alte e della loro cultura. Ma non solo o, per meglio dire, non per unico suo merito ALT[R]O Festival sta avendo un successo così crescente: a fronte delle sue affascinanti e coinvolgenti proposte, il festival riesce proprio a intercettare l’altrettanto crescente sensibilità e interesse delle persone verso una frequentazione della montagna non più condizionata in modalità turistiche massificate e banalizzanti, non più mediata da artifici, finzioni, slogan e convenzioni da “non luogo” e finalmente cosciente, ribadisco, di tutto ciò che la montagna può offrire quando finalmente liberata da tutto ciò che gli viene imposto – che è infinitamente di più rispetto a ciò che il “turismo” convenzionale ormai propone.
Ormai, gli unici a non capire quanto sia cambiata la frequentazione dei monti e come continuerà a evolvere in tale senso negli anni futuri sono certi amministratori locali ben poco attenti al bene dei propri territori e, ad essi sodali, alcuni imprenditori unicamente sensibili ai propri tornaconti personali: diventeranno sempre più come quei vecchi soldati giapponesi che, rimasti isolati su alcune isole del Pacifico, erano convinti che la Seconda Guerra Mondiale non si fosse ancora conclusa! Per tutti gli altri amanti delle montagne, ALT[R]O Festival sta conducendo una piccola/grande “rivoluzione”, gentile tanto quanto determinata alla quale è e sarà bellissimo partecipare. Michele Comi ne tratteggia il senso e la sostanza nel bell’articolo uscito su “L’Ordine” domenica 19 settembre e sopra riprodotto (cliccate sull’immagine per ingrandirla e rendere il testo più leggibile) mentre per essere parte della rivoluzione di ALT[R]O Festival, cliccate qui per visitare il sito web e conoscere ogni dettaglio utile al riguardo.
[Foto di Felix Wegerer da Unsplash.]Io sono da sempre un modestissimo alpinista, privo di velleità tecniche o prestazionali e contento di riuscire a fare quanto di facile vi sia nella pratica del salire le montagne senza puntare a chissà quali imprese. Posto ciò, di vette ne ho salite a bizzeffe lungo tutte le Alpi, ma se c’è una cosa che mi ha sempre fatto felice, quelle volte che la salita da affrontare prevedeva di passare la notte in un rifugio d’alta quota, è la possibilità di poter ammirare il cielo stellato come solo lassù si può fare, nel buio notturno non corrotto da illuminazioni antropiche, avvolto in un silenzio armonioso e una quiete che culla i sensi e l’animo.
La visione e la contemplazione della bellezza infinita – in ogni senso – che la volta celeste presenta, in alta montagna, è qualcosa di insuperabile tanto quanto stupefacente. Ci sarebbe da andare in territori remoti e lontani dalla civiltà per godere di una visione simile ma lo stare in montagna, in qualche modo, fa sentire ancora più vicini alla meraviglia cosmica, fa credere di farne parte, di esserne già immersi anche se solo per poco, come se le vette d’intorno fossero veramente le colonne che sorreggono il cielo – un’interpretazione mitologica risalente alla notte dei tempi e comune a tante civiltà – e noi fatti di polvere di stelle, come enuncia la fisica quantistica.
A fronte di questa meravigliosa esperienza visiva, ogni volta diversa e potente, la soddisfazione per la vetta raggiunta diventava per me fremente ma in effetti quasi secondaria, almeno ad ascoltare le emozioni nel loro complesso. Così come poteva capitare che di questa sublime visione cosmica ne godessi, lassù al rifugio, e poi nel corso della notte il tempo si guastava, la vetta da “conquistare” non potevo salirla e gioco forza tornavo a valle ma senza affatto la sensazione di una mancanza, di un’occasione persa, anzi, convinto d’aver guadagnato una nuova e strabiliante conquista celeste, che non avrei iscritto nel personale curriculum alpinistico ma in modo ancor più indelebile nell’animo e nello spirito.
Non so se abbiate mai goduto della visione del cielo stellato dall’alta quota montana ma, se non vi è mai capitata questa fortuna, be’, mi auguro che possiate goderne almeno una volta, prima o poi. In fondo anche una sola volta può bastare per sentirsi parte integrante dell’infinito universale.
Valmalenco, 25 e 26 settembre 2021, uno degli eventi più belli, nel senso pieno del termine, per (far) vivere la montagna: ALT[R]O Festival torna, nell’ultimo fine settimana di settembre, a riaprire, cullare ed emozionare la mente, il cuore e lo spirito di chiunque vi parteciperà.
Perché – come indica la presentazione del festival,
Visitare ed esplorare la montagna per gran parte delle persone vuol dire seguire un percorso prestabilito per raggiungere una meta.
Mettersi in cammino senza assillo, con la predisposizione alla scoperta, aperti allo stupore e alla possibilità di vagare, offre l’opportunità di cogliere le mille trame nascoste che si celano anche nei luoghi meno noti ed apprezzati e di rendersi conto che non esiste la sola chiave di lettura orientata al raggiungimento della vetta.
Imparare ad essere “errante” aiuta a trarre piacere da ogni dettaglio, apprezzando anche le tratte meno conosciute che si attraversano in modo distratto e superficiale, abitualmente in automobile, per raggiungere la montagna “mozzafiato”.
ALT[R]O festival nasce dal desiderio di raccontare alle persone questo modo di vivere il territorio, fuori dagli schemi consueti, offrendo un percorso che faccia comprendere che la bellezza si nasconde anche a pochi passi dalla città e che le esperienze più autentiche non hanno bisogno di artifici.
Lo fa prendendo a territorio e luogo modello la Valmalenco, che da Sondrio e dal solco della Valtellina sale verso i ghiacci eterni del Bernina, percorrendola, vivendola e narrandola con il prezioso intervento di scrittori, artisti, scienziati, alpinisti che raccontano ai partecipanti le proprie relazioni con i luoghi, accompagnandoli alla loro riscoperta di essi e offrendo loro nuove, differenti, peculiari visioni: in questa edizione saranno Paolo Novellino, Tiziano Fratus, Andrea Mori, Gianni Manfredini, Stefano Scherini e gli allievi della Scuola Civica di Teatro di Sondrio e un autore a sorpresa. Trovate il programma completo di ALT[R]O Festival 2021 cliccando sull’immagine in testa al post, mentre cliccando sull’altra immagine potrete visitare il sito web del festival per conoscere ogni altra informazione utile.
Ciò senza dimenticare l’anteprima: infatti quest’anno il Festival ha il desiderio di raccontare qualcosa anche durante la stagione estiva. Una serie di piccoli eventi e laboratori, già iniziati a luglio, faranno respirare l’aria della due giorni di settembre, con la voglia di stare in Natura e mettersi in cammino.
Se potete, andateci: un evento così particolare e così intenso deve essere vissuto per poter essere compreso e apprezzato pienamente – lo dico con cognizione di causa, avendo goduto della fortuna di essere tra gli ospiti della scorsa edizione (e forse le “tracce letterarie” del mio passaggio le potete constatare ancora, lungo il Sentiero Rusca nel tratto tra le località di Prato e Tornadù!) E se ci andrete, non solo mi darete ragione ma tornerete a casa arricchiti di sublime bellezza e preziosa esperienza – e grazie alla vostra presenza di ciò si arricchirà la montagna. Qualcosa di prodigioso, insomma: per questo ALT[R]O Festival è così unico – e direi pure necessario, già.