La lettura sempre diversa del paesaggio

Il bello del paesaggio è che non è mai uguale a se stesso. E ciò non solo perché cambiano la veduta, la luce, i colori, le stagioni, la meteo, il clima e ogni altro fattore che può variare la percezione sensoriale del territorio, ma soprattutto perché cambiano noi, che il paesaggio lo creiamo in quanto elemento cognitivo e culturale: «Il paesaggio è un costrutto, non va ricercato nei fenomeni ambientali ma nelle teste degli osservatori.» come ha ben detto Lucius Burckhardt.

D’altro canto, occorre saper coltivare la giusta sensibilità per cogliere nella visione del territorio ciò che contribuisce a svelarne le peculiarità, momentanee o permanenti, e per far sì che la generazione culturale del conseguente paesaggio disveli cose che prima non si erano mai notate e còlte le quali spesso si rivelano fondamentali per l’apprezzamento e la comprensione del luogo che si sta osservando. Il fatto poi che le tecnologie contemporanee possano aiutare molto questa pratica di osservazione paesaggistica – ad esempio potendo vedere un luogo da remoto, grazie alle live webcam lì presenti – acuisce molto l’interesse e il fascino “didattico”.

Ecco dunque che la webcam panoramica attiva sulla vetta dello Zucco Orscellera, sopra i Piani di Bobbio (Prealpi Bergamasche, provincia di Lecco; località della quale vi ho già parlato qualche giorno fa ma per motivi diversi ovvero, diciamo, meno “nobili”), nelle condizioni ambientali e luminose del momento nonché con la neve in dissolvimento che evidenzia certe linee morfologiche della dolomitica conca dei Campelli (nel fermo immagine in testa al post), qualche giorno fa mi ha svelato con notevole chiarezza il più recente perimetro del letto del ghiacciaio che fino a qualche migliaio d’anni fa occupava la conca e, prima, l’intero anfiteatro dei Piani di Bobbio. Un apparato glaciale che, poste le caratteristiche della zona e l’esposizione, è stato probabilmente uno degli ultimi a estinguersi in questa zona, di altitudine relativamente modesta, delle Prealpi lombarde:

Insomma: bello, interessante e sempre didattico, appunto, osservare il mondo d’intorno e concepirne nonché cercare di comprenderne il paesaggio leggendone la sua realtà culturale in divenire. È un racconto continuo, una narrazione sempre intrigante, affascinante, illuminante e, soprattutto, necessaria per la tessitura di quella relazione fondamentale che dobbiamo avere alla base della nostra presenza nei luoghi in cui stiamo, senza la quale invece questa presenza si rivelerebbe piuttosto insensata e sarebbe nient’altro prodromica a una condizione di vero e proprio spaesamento. Cioè: “stare” in un luogo senza sapere dove e capire come: una cosa non esattamente onorevole per la razza che si ritiene la più avanzata e dominante al mondo, non trovate?

N.B.: cliccate sulle immagini per aumentarne il formato.

Un indovinello (?)

Questa bellissima e assolutamente primaverile fioritura di crochi – in un paesaggio alpestre altrettanto sublime – è stata immortalata da Roberto Ganassa in Val Biandino, laterale della Valsassina e tra le più belle zone di montagna delle Alpi Bergamasche Occidentali. Se indovinate quale sia la (celeberrima) vetta più alta laggiù in fondo alla valle, forse intuirete pure il perché vi sto proponendo questa immagine (è facile, e comunque non è solo una questione di “consonanza stagionale), altrimenti… aspettate fino a lunedì e, qui sul blog, lo potrete sapere! 😉

Tra terra e cielo

Se c’è una cosa – secondo me – che rende certe giornate dal cielo così perfettamente terso e profondamente azzurro da sembrare finte invece assolutamente affascinanti, è l’osservazione dei profili dei monti che con insuperabile nitidezza si stagliano contro quell’azzurro perfetto. La linea che creste, dorsali e cime disegnano è netta e dinamica, dotata di evidente eppure anche arcana “morfo-logica” (sostantivo, ovvero logica delle forme). Il contrasto materiale e cromatico è altrettanto netto ma niente affatto antitetico se non nell’iniziale percezione visiva, appunto: anzi, quella linea che il profilo dei monti disegna nel cielo non marca un “confine”, come verrebbe facile pensare, ma una congiunzione, il contatto di due elementi non discordanti ma concordanti in modo, per così dire, giustificante.

La visione mi fa pensare all’etimologia originaria del termine “confine”, alquanto interessante: viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, nel principio, una parola che indica una separazione o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella originaria: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide perché sostanzialmente ci è stato insegnato così fin dai tempi della scuola, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti, siano essi materiali o immateriali, si toccano, entrano in ovvero stabiliscono un contatto. E in effetti, quando camminiamo lungo le creste dei monti e raggiungiamo le loro vette, non stiamo come in nessun altro posto (simbolicamente nonché geograficamente) con i piedi ancora a terra ma con il corpo già “immerso” nel cielo? Diventiamo noi stessi elementi di contatto come le cime che dal piano lungo i corpi montuosi si elevano e si “immergono” nel cielo, ciascuna di esse punto assoluto della congiunzione tra terra e cielo – anche al di là delle millenarie interpretazioni in tal senso delle sommità dei monti elaborate da numerose civiltà.

È anche una correlazione “estetica”, a ben vedere: di una bellezza materiale, di sostanza, con un’altra bellezza immateriale, eterea, delineata in una giornata così radiosa come dalla linea tracciata da due campiture di diverso colore sulla tela d’un quadro. Anche in tal caso, nessun confine c’è, e ci potrebbe essere, tra diverse forme e manifestazioni della stessa bellezza, se la si osserva con sguardo ampio, libero e olistico, che sappia cogliere il dettaglio nel complesso senza trascurare l’uno per l’altro ma percependone la relazione ineludibile. Proprio come si dovrebbe osservare un’opera d’arte, insomma: ma cos’è l’arte, d’altronde – e da sempre, secoli fa ma sovente pure oggi anche se in forme diverse – se non una rappresentazione della bellezza insita nella visione del paesaggio mutuata dalla sensibilità umana? Appunto: non c’è nessun confine di sorta, nemmeno qui.

P.S.: la foto in testa al post è mia, si.