Gina Lollobrigida (e le montagne)

Per colpa del frastuono delle gran fanfare mediatiche conseguenti alla cattura del boss della mafia Matteo Messina Denaro, la cui conseguente messinscena ha occupato per gran parte l’attenzione dell’opinione pubblica, la scomparsa di un’autentica icona italiana come Gina Lollobrigida è passata in secondo piano e non per motivi inevitabili, ribadisco. Era una delle ultime “dive” a potersi fregiare d’un tale impegnativo epiteto, immagine di un’epoca, quella tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Sessanta del boom economico, della quale ha rappresentato a modo suo la parte passionale e popolana, italica e mediterranea, senza per questo non essere apprezzata, grazie alla sua bellezza, al fascino e alla personalità verace, anche all’estero. Credo avrebbe meritato una maggiore attenzione, questo triste momento di trapasso: con sé e la propria immagine, Gina Lollobrigida si porta pure appresso un altro pezzo significativo e referenziale della storia italiana recente e della memoria collettiva culturale relativa, un bagaglio immaginifico sul quale è stato costruito il presente che viviamo e che resterà alla base anche del futuro conseguente, anche se col tempo verrà inesorabilmente – e un po’ colpevolmente – dimenticato. È come se a un museo pieno di grandi opere d’arte vengono via via tolti alcuni dei maggiori e più rappresentativi capolavori: il valore culturale del luogo resta, ma certamente la mancanza di quegli elementi così preziosi che lo sapevano identificare pienamente toglie al museo molto fascino e identità.

[Cliccateci sopra per ingrandire.]
Mi piace ricordare qui Gina Lollobrigida nelle sue frequentazioni montane/mondane (nella foto in alto è alla stazione di arrivo della funivia del Furggen, sopra Cervinia, una delle meraviglie ingegneristiche del tempo), perché la montagna rappresentò in vari modi un ulteriore contesto geo-scenografico da cui vennero alcune sue immagini affascinanti e anche qui in certi casi divenute iconiche. Come quella alla quale (pare*) a Cervinia si ispirarono per uno dei più celeberrimi poster pubblicitari della località – se non di tutte le montagne in veste sciistica – che vedete qui accanto, opera di Arnaldo Musati del 1953, pittore pubblicitario che in quegli anni contribuì parecchio, con i suoi poster di varie località sciistiche, a determinare l’immaginario turistico di quell’epoca aurea per lo sci. Quasi a significare come Gina Lollobrigida, pur nella sua passionale veracità appenninica (era nata a Subiaco, ai piedi dei Monti Simbruini) e anche a prescindere da ciò che interpretò nelle sue pellicole, seppe divenire un’icona anche di altre più celebri montagne e di ogni luogo nel quale volle manifestarsi più o meno mondanamente.

RIP.

*: stranamente di questa cosa si trovano rapidi riscontri sul web da parte svizzera e non da quella italiana, nonostante la nota rivalità (turistica e di conseguente marketing) di Zermatt con il suo Matterhorn verso Cervinia e il suo Cervino.

Un certo G.

Mi hanno raccontato di un tizio, un certo G., che era sempre terribilmente indaffarato: mai vista un altra persona così costantemente e ininterrottamente piena di impegni. E G. così impegnato pare lo sia stato fino alla fine dei suoi giorni. Infatti è morto a 108 anni: evidentemente prima non aveva mai trovato il tempo di poter essere presente al suo funerale!

[L’immagine è tratta da una delle formidabili pubblicità di Taffo. Fateci clic, nel caso.]

L’epitaffio del CENSIS

Quello pubblicato dal CENSIS qualche giorno fa non è “solo” il Rapporto sulla situazione sociale del paese, così come si intitola. Non è solo una fotografia dettagliata di come è messa la società italiana ad oggi, non è soltanto un’indagine statistica i cui dati delineano una certa realtà con le sue innegabili dacché scientifiche verità.

No. Quello del CENSIS è un epitaffio per l’Italia.

Un epitaffio, sì. Un discorso funebre, una iscrizione sepolcrale bell’e pronta per la tomba nella quale di questo passo verrà calato il corpo dell’Italia. Un “paese” politicamente morto, istituzionalmente quasi, culturalmente comatoso e socialmente catatonico.
“Paese”, poi, solo per mera convenzione, dacché l’Italia è sempre rimasta e sempre rimarrà nei termini «una mera espressione geografica», come disse il Metternich, giammai nazione perché mai quello italiano è stato un “popolo”, privo di qualsiasi identità culturale nazionale e incapace di formulare qualsivoglia concezione civica del paese in cui meramente vive.

Punto. Non c’è molto altro da aggiungere.
Tanto, anche a fronte dell’oggettiva, articolata e sentita denuncia sullo stato del paese che il Rapporto del Censis delinea e rende chiarissima, non accadrà nulla.
I politici se ne fregheranno, forse qualcuno traviserà le considerazioni del CENSIS per ricavarne qualche fake news strumentalizzante e propagandistica ma il tutto durerà qualche ora, non di più.
I media al solito si accoderanno ai loro “rais” politici, spareranno qualche titolone ad effetto e poi cancelleranno ogni articolo al riguardo in breve tempo.
Il “popolo” italiano, privo di qualsiasi senso civico (dacché mai educato ad averne uno) e sempre più analfabeta funzionale, non capirà affatto la portata del Rapporto (quanti lo leggeranno sul serio?) e continuerà a postare emerite cazzate sui social come principale impegno intellettuale quotidiano, poi votando i soliti ignobili politici che stanno distruggendo il paese e addirittura invocando “l’uomo forte”, come segnala il Rapporto, senza ovviamente comprendere che tale uomo forte sarà la massima rappresentazione del popolo stesso (che, come sempre, ha i governanti che si merita) e dunque il peggio del peggio: non colui che risolverà i problemi ma quello che li renderà definitivamente irrisolvibili, con tutti i danni letali conseguenti.

Quindi? Che fare?
Sarcasticamente, mi verrebbe da dire che ben venga quell’uomo forte invocato: così il paese sarà definitivamente distrutto e si genererà quella tabula rasa necessaria a costruire un paese nuovo e vero, una nuova e vera cultura civica, un’altrettanto vera società civile. Un futuro autentico e positivo, insomma.
Anche perché non si può nemmeno sperare che qualche paese straniero invada l’Italia: chi vorrebbe occupare un paese tanto disastrato e ingovernabile perché privo degli elementi culturali, sociali, antropologici necessari a qualsiasi buon governo?

Ma, ribadisco, tanto del Rapporto CENSIS tra qualche ora nessuno più parlerà. L’italiota società dei magnaccioni tornerà a cantare beatamente ma-che-ce-frega-ma-che-ce-importa e tirerà dritta, avanti così, a passi svelti e incrollabili verso il suicidio finale. Gli altri, vedranno di fuggire (se non l’hanno già fatto) in qualsiasi modo possibile alla catastrofe statale. Amen.

Cliccate sull’immagine per leggere e acquistare il Rapporto del CENSIS.

Il periodo migliore

Non è mai il momento giusto per morire, inutile rimarcarlo. Ma, a quanto pare, forse ci sono periodi “migliori” per farlo.
Tipo questo, guarda caso. E con “eleganza”, pure.

In fondo lo sosteneva Thomas Mann, ne La Montagna incantata: «La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive.» Ecco, infatti!

Morte pop!

C’è un tizio, dalle mie parti, che ha aperto una nuova agenzia di onoranze funebri con uno spirito (imprenditoriale e non solo) all’apparenza ben poco affine a tale attività: immagine professionale ma ben poco contrita, spot radiofonici che andrebbero benissimo pure per un centro estetico o un negozio di profumeria, servizi funebri offerti con leggerezza e brio, festa d’inaugurazione con musica, cocktail e goloso rinfresco (non ci sono stato, dunque mi resta la curiosità che ci fossero pure le ossa dei morti). Insomma, nulla di ciò che verrebbe da collegare a un evento funesto, a parenti in lacrime, ad articoli che a buona parte delle persone solleciterebbero gesti scaramantici…

Beh, che diamine: il tizio fa benissimo! Bisogna una volta per tutte smetterla con questo (primitivo, ergo incolto) tabù della morte. Il che non significa deprimerne l’aspetto emotivo e sentimentale, più o meno razionale che sia (e che chiunque può e deve essere libero di vivere e/o metabolizzare nel modo più naturale possibile, senza che altri possano trarne giudizi di sorta): no, semmai significa accettarne finalmente la naturalità, facendone stimolo ad un’esistenza vissuta nel modo più virtuoso e nobile possibile proprio per la consapevolezza della sua ineluttabile fine. È vero che chi più vive una bella vita (nel senso nobile del termine, ribadisco) più potrebbe temere la morte; ma è altrettanto vero che chi nella propria vita saprà combinare qualcosa di interessante, buono e utile avrà certezza in punto di morte di non aver sprecato il proprio tempo terreno – tant’è che in realtà sono convinto che molti di quelli che temono la morte e fanno di tutto per scacciarne il pensiero nei modi sovente rozzi e stupidi che la società contemporanea offre al riguardo, e i quali arrivano nel momento della dipartita disperandosene platealmente, probabilmente proprio in questo momento “topico” si rendono conto di non aver combinato granché di buono nella loro vita e ciò, dunque, provoca quegli eccessi di disperazione.

Tanto, sia quel che sia, è naturale che la vita finisca, prima o poi.
Sembra terribile, detta così, vero? Bene, allora si faccia in modo di usarla al meglio, la vita che abbiamo da vivere, senza perdere tempo in vaneggiamenti inibitori che, a ben vedere, rendono ben più un tabù il senso della vita che il momento della morte!
Aveva ragione Emil Cioran quando scrisse che “La morte è ciò che la vita ha sinora inventato di più solido e sicuro”, e pare di sentire Totò fargli eco e ribattere: “‘A morte ‘o ssaje ched’è? È una livella”!

P.S.: l’unica cosa, è che devo cercare di non fare al tizio dell’agenzia di onoranze funebri domande altrimenti del tutto ordinarie nelle conversazioni quotidiane, del tipo «Allora? Come va il lavoro?» dacché, se mi dovesse rispondere qualcosa di altrettanto ordinario ma solo in altri contesti come «Bene! Siamo pieni di lavoro!», ammetto che ne verrei un poco inquietato.