Passo del Gavia, la montagna schiavizzata dall’industria dello sci

Montagna, sta zitta!
Cosa vuoi, cosa pretendi, tu e il tuo inutile paesaggio?
Come ti permetti, attraverso la voce e le azioni dei tuoi “appassionati”, di dare contro a me, dominatrice assoluta e indiscutibile delle terre alte?
A me, sì: io sono l’INDUSTRIA DELLO SCI! Io tutto posso e tutto metto al mio servizio sui monti, anche un lago alpino all’interno di un parco nazionale. Voi lo credete bello, prezioso, importante? Be’, sappiate che per me fa schifo e non vale nulla. Me ne frego che sia in un’area tutelata, non mi interessa della bellezza del paesaggio intorno o che lì ci sia una rarissima tundra alpina: i miei cannoni per sparare la neve artificiale chiedono acqua e io l’acqua gliela fornisco, mando ruspe a scavare, piazzo tubi e pozzetti, prelevo tutta l’acqua che mi serve per innevare le mie piste, quanto e come voglio.
Nessuno più dire e fare nulla contro: io comando e domino politici di ogni ordine e grado, funzionari del parco nazionale, amministratori pubblici. Di me la gente comune ha paura, così la rendo indifferente, menefreghista e complice del mio dominio!
Io posso distruggere ogni cosa per dare alle mie piste da sci ciò che occorre loro. Chiunque altro deve solo credere, obbedire e combattere le montagne e chi le difende per far trionfare il mio dominio. Conto solo io che sono l’industria dello sci, il resto non conta nulla.
Dunque sta zitta, montagna, e sii sottomessa al mio volere assoluto!

A quanto pare sono iniziati i lavori di posa delle tubature che preleveranno l’acqua dal Lago Bianco al Passo di Gavia, uno dei laghi naturali alpini più belli e più elevati delle Alpi Retiche, al fine di alimentare i cannoni per l’innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva. Ciò nonostante il lago sia all’interno del territorio del Parco Nazionale dello Stelvio, ente di tutela dell’ambiente naturale e della sua integrità, ormai diventato con tutta evidenza un’istituzione farsesca.

Questo è un crimine ambientale, ne più ne meno. E la gran parte della gente, compresi gli abitanti di quella zona, pare proprio che se ne resti zitta e dunque ne diventi complice.

P.S.: voglio ringraziare l’amico Marco Trezzi, che tempo fa ha organizzato una raccolta firme on line per cercare di contrastare questo scellerato progetto, per l’impegno e la passione che ha messo e continua a mettere in tale causa. Al momento sembra che gli scellerati servi dell’industria dello sci abbiano vinto, ma in realtà stanno solo palesando la loro imminente sconfitta, mentre l’impegno di chi ha a cuore tali cause non sarà vano e verrà sicuramente riconosciuto. È solo questione di tempo.

P.S.#2: le foto qui pubblicate sono di Fabio Sandrini (come da marker sulle immagini), tratte dalla sua pagina Facebook, e dello stesso Marco Trezzi. La foto invernale del lago è di Simone Foglia.

P.S.#3: tocca dire che personalmente NON CE L’HO CON L’INDUSTRIA DELLO SCI IN GENERALE (lo scrivo pure in maiuscolo per i duri di comprendonio). Ma con certi suoi rappresentanti che si permettono cotanti scempi e con chi li sostiene sì: assolutamente, fermamente, radicalmente.

Un’immagine emblematica

Monte Pora (Prealpi Bergamasche), 27 marzo 2023: il grande bacino idrico per l’alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale della località completamente vuoto, senza più una goccia d’acqua.

Un’immagine che trovo assolutamente emblematica per l’inverno appena finito e per la relativa stagione sciistica, e che spero proprio non risulti anche profetica per quelle future.

Fare cose belle e buone, in montagna: sul Monte Tamaro (Canton Ticino, Svizzera), ad esempio

Il comprensorio turistico situato sul Monte Tamaro (Canton Ticino, Svizzera), sommità delle Prealpi Luganesi alta 1962 m tra Sopraceneri, Sottoceneri e Lago Maggiore, è stato uno dei primi in assoluto nelle Alpi a chiudere per ragioni climatiche la propria attività sciistica e convertirla a meramente estiva, attrezzandosi di conseguenza: in tal senso e tutt’oggi rappresenta un modello di lungimiranza e intelligenza imprenditorial-turistica esemplare al riguardo, anche in forza del notevole successo, per nulla scontato ma conseguito e ben consolidato fino a oggi.

Nata come località sciistica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, già a metà del decennio successivo registra le prime difficoltà legate alla diminuzione delle nevicate e all’aumento delle temperature, con conseguenti difficoltà di gestione economica dell’attività. I gestori del comprensorio allestiscono un progetto per l’impianto di innevamento artificiale, il quale viene però abbandonato a causa delle forti opposizioni di ecologisti e associazioni di salvaguardia del paesaggio. Si comincia dunque a sviluppare la stagione estiva, inizialmente con poca convinzione: «Fu una decisione sofferta, perché il Tamaro era nato proprio come destinazione invernale» dichiara Anna Celio Cattaneo, membro della famiglia che gestisce la società Monte Tamaro SA. «Stravolto l’investimento iniziale, bisognava completare l’offerta prolungando la stagione estiva e facendo investimenti supplementari, come la slittovia, il parco avventura, il ristorante, il parco giochi. Fortunatamente non ci siamo mai pentiti di questa decisione.» Infatti, chiusa definitivamente l’era sciistica nei primi anni 2000, si realizzano un parco avventura e un parco acquatico coperto alla partenza della telecabina che sale in quota, percorsi agonistici per la mountain bike, una slittovia, un ristorante con cucina gourmet, si cura in maniera ottimale la rete sentieristica e si sviluppano molte altre attività collaterali di matrice culturale, tra cui un percorso artistico con opere realizzate on site e integrate in occasione di “Una montagna d’arte”, biennale d’arte la cui prima edizione è del 2018. Senza dimenticare l’architettura contemporanea della Chiesa di Santa Maria degli Angeli, opera di Mario Botta inaugurata nel 1996.

La telecabina è attiva da aprile a novembre dunque coprendo esclusivamente la bella stagione, ma ciò basta per assicurare al Monte Tamaro la sostenibilità economica delle proprie attività, ormai sancita da un numero di frequentatori in crescita costante che nel 2016 l’ha persino resa la montagna elvetica maggiormente ricercata su Google, più del Matterhorn, della Jungfrau, del Pilatus o di altre icone assolute delle Alpi svizzere. L’epoca dello sci sembra lontanissima e, nonostante le remore iniziali e il salto nel buio che appariva la riconversione estiva delle attività, nonché grazie alla già citata lungimiranza imprenditoriale dei gestori che, appunto, appare ancora oggi emblematica soprattutto se confrontata con gli insensati esempi di accanimento terapeutico-turistico di numerose località “sciistiche” (ma che definire tali appare sempre più un eufemismo) oggi il Monte Tamaro può ben dirsi al riparo dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e in grado di sviluppare un’offerta turistica peculiare e dinamica. Obiettivamente ora non manca qualche infrastrutturazione opinabile, da mero divertimentificio alpestre, ma soprattutto nell’avvedutezza e nella capacità di visione del proprio futuro il modello del Tamaro appare ampiamente virtuoso, lo ribadisco: un “caso” che molti comprensori sciistici in balia dei cambiamenti climatici dovrebbero studiare a dovere e applicare al più presto, prima di fallire miseramente e malamente con gravi ripercussioni in primis per chi ci lavora nonché per le montagne sulle quali stanno e le loro comunità residenti.

(Tutte le immagini qui pubblicate sono tratte dalla pagina Facebook del Monte Tamaro.)

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

La speranza dissolta

[Pian del Termen e Monte Pora alle 16.30 del 16 marzo 2023. Immagine tratta da montepora.panomax.com.]
Qualche giorno fa ho sentito alla radio un servizio del TG3 regionale della Lombardia che ho ritrovato anche in formato video (nel sito RAI, in podcast) nell’edizione delle 19.00 del 5 marzo. Racconta dei problemi di innevamento di una delle più note località sciistiche delle Alpi bergamasche, il Monte Pora, e nel farlo (da 18’11” in poi – il cronometro è in modalità countdown) offre uno spunto di riflessione a dir poco emblematico sulla situazione nella quale versa l’industria dello sci in molte località delle nostre Alpi:

[Per vedere il servizio cliccate sull’immagine.]
Bene, voglio ribadire un passaggio del servizio che, appunto, trovo estremamente significativo: «Un bacino di accumulo idrico da 30mila metri cubi. Quando fu inaugurato, nel 2016, il comprensorio sciistico del Monte Pora sperava di aver risolto ogni problema d’approvvigionamento idrico.» “Sperava di aver risolto i propri problemi di innevamento” ovvero di aver parato le spalle per molto tempo alla propria offerta turistica sciistica; invece sono passati solo 7 anni e siamo già punto e a capo.

Ok, si potrà dire che è solo in forza di una sfortunata coincidenza che per due anni di fila cada pochissima neve sulle nostre montagne, che è già accaduto in passato, che prima o poi neve e pioggia torneranno… va bene, ci sta tutto: ma, anche senza considerare i report storici e previsionali climatici i quali delineano una situazione al riguardo piuttosto inequivocabile, capite bene che ogni pensiero del genere, parimenti a quello citato dall’articolo, è sempre e comunque un ragionamento coniugato al passato, mentre rivolte al futuro ci sono soltanto speranze.

Un’altra recente testimonianza al riguardo: «Renzo Minella, direttore marketing del comprensorio di Falcade, dice: In questo preciso momento sta nevischiando, quindi qui si incrociano le dita. Questa notte e le prossime spareremo, ma gli esperti assicurano che dal 10 marzo potrebbero tornare le precipitazioni, anche abbondanti». (“Corriere delle Alpi”, 27 febbraio 2023).

Ecco: solo speranze, scaramanzie, verbi al condizionale… Tutte cose che a loro volta si basano sulle cronache di una realtà inesorabilmente passata, che muta di anno in anno e muterà continuamente anche in futuro e non in meglio, per come lo sanciscono tutti i report climatici. Dunque si tratta di speranze a dir poco aleatorie, di quelle che sembrano formulate soltanto per autogenerarci sollievo o per autoassolverci da pratiche che invero sappiamo essere (senza ammetterlo) come insostenibili, ovvero perché non si è capaci, non si è grado, non si vuole comprendere evidenze ben più concrete e obiettive ma, inesorabilmente, più dure, più problematiche, parecchio turbanti.

Dunque, mi chiedo: si può basare lo sviluppo di un’intera regione del paese, quella montana alpino-appenninica e delle sue comunità residenti, su progetti alla cui base vi sono mere speranze ben più che certezze? Si possono spendere ingenti somme di denaro pubblico per opere il cui ammortamento non solo economico e finanziario ma pure ecologico, paesaggistico, ambientale, sociale, culturale, è legato a una speranza?

[I due bacini idrici a servizio dell’innevamento artificiale del comprensorio sciistico di Monte Pora, il più grande dei quali pressoché vuoto. Immagine delle ore 16.30 del 16 marzo 2023, tratta da montepora.panomax.com.]
Be’, parliamoci chiaro: se voi andate in banca a chiedere un finanziamento, il funzionario vi chiede se sarete in grado di ripagarlo e voi gli rispondete che «spero di sì!» oppure che «potrei riuscire, incrocio le dita!», pensate che ve lo concedano, quel finanziamento? C’è una sola, fondamentale differenza tra questa situazione e quanto ho prima descritto: che nella prima i soldi sono della banca e amen, nella seconda sono soldi nostri. La banca potrebbe pure deciderli di rischiare, affari suoi, noi ovvero chi maneggia il denaro pubblico no. E da questo punto fermo non ci si può muovere – non ci si dovrebbe muovere, in presenza di soggetti e istituzioni serie.

Purtroppo, mi viene da pensare che siamo ormai nella condizione raccontata dalla celebre vecchia barzelletta di quel tizio che cade da un grattacielo di 50 piani e, giunto a dieci piani da terra, pensa: «be’, dai, fin qui tutto bene!». Ecco, giunti a soli dieci piani da terra dobbiamo però essere in grado di vedere e capire se in fondo alla caduta ci aspetta un morbido materasso oppure il duro terreno, con tutte le conseguenze del caso. Dobbiamo inevitabilmente capirlo, non possiamo più esimerci dal farlo perché, io temo, la caduta sta continuando e lo schianto al suolo si avvicina. E rischia di schiantarsi non solo chi sta precipitando ma l’intera montagna.

https://www.rainews.it/tgr/lombardia/notiziari/video/2023/03/TGR-Lombardia-del-05032023-ore-1930-e477a1ce-afb2-4fdf-9a96-1c6f603d281d.html

Un ragionamento sempre più necessario, «oltre le tifoserie»

Mi è sembrato fosse necessario, all’inizio di questo 2023 di tragedia climatica, aprire una riflessione sul futuro dello sci, del turismo invernale, dell’accoglienza, e in particolare ancora dell’innevamento artificiale alla luce dei cambiamenti, appunto, climatici. Seria e laica. Ho detto che dobbiamo avere una sede chiara per farlo, per aprire questa riflessione, permanente (perché non si esaurisce e non è tra centro-destra e centro-sinistra, tra tifosi, tra maldestri fautori dell’una o dell’altra posizione, si o no contro sci, inverno caldo, innevamento con cannoni). La sede può essere (se non Palazzo Chigi), il Ministero del Turismo, insieme con il Ministero dell’Ambiente, quello degli Affari regionali che ha la competenza in materia montagna. Oltre le logiche negativiste e partitiche. […]
Per tornare agli impianti di risalita, occorre valutare dove e come (farne altri e potenziare gli esistenti), oltre demagogia e facili luoghi comuni. Il dramma climatico che stiamo vivendo non lascia scampo. E con il Governo, con le Commissioni parlamentari che hanno specifica competenza, in sede istituzionale, è necessario un ragionamento oltre schemi e ‘si è sempre fatto così’. Fare come abbiamo sempre fatto, bene o male che fosse, su sport invernali, sci e innevamento programmato, turismo nelle Alpi e negli Appennini, potrebbe non avere senso di futuro, imbrigliando montagna e turismo in una strategia del passato. Noi vogliamo stare nel futuro. Senza rischiare di sprecare milioni e milioni di euro per un investimento a perdere nel bel mezzo della tragedia climatica che ancora qualcuno nega.

Questi sono alcuni passaggi dell’intervento di Marco Bussone – Presidente dell’Uncem, Unione Nazionale Comuni e Enti Montani, dal titolo Oltre le tifoserie pubblicato sul suo sito web il 7 gennaio 2023, e ampiamente ripreso da molti organi di stampa.

Un intervento importante da parte di una figura istituzionale dell’ambito montano nazionale, che nuovamente palesa la necessità ormai inderogabile in carico a tutti i soggetti che operano nei territori di montagna di riflettere attentamente quando non di ripensare radicalmente la frequentazione turistica invernale sui monti, alla luce delle realtà attuali e future climatiche, ambientali, ecologiche, economiche, sociali, culturali. Una necessità che significa futuro, come segnala anche Bussone, quando viceversa ignorarla significa oblio pressoché inevitabile, per le montagne e per le loro comunità.

Cliccate sull’immagine in testa al post (tratta dallo stesso sito web di Marco Bussone) per leggere l’intervento nella versione integrale.