A furia di “approfondire”, si è sprofondati

Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche «leggerezza», che sa essere «leggera», può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità.

(Leonardo Sciascia, Nero su Nero, Adelphi Edizioni, 1979-2004.)

Non ci sono più quei bei cretini d’una volta!

È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia un cretino. […] e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto, tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l’olio e il vino dei contadini.

(Leonardo Sciascia, Nero su Nero, Adelphi Edizioni, 1979-2004.)

Se l’esperto oggi non esperisce più

In diversi ambiti è in atto una tendenza che mette in discussione o non riconosce l’importanza del ruolo dell’esperto, trattando competenze e conoscenze specifiche al pari di opinioni qualsiasi e quindi valevoli l’una quanto l’altra. […] Già Edgar Morin e Norberto Bobbio hanno concepito il ruolo dell’esperto non tanto come colui che possiede certezze, conoscenze, competenze solide, stabili e permanenti, piuttosto come qualcuno che individua bisogni, pone domande e dubbi. Qualcuno che tratta la conoscenza ben sapendo quanto sia immenso e illimitato ciò che non conosce. I fenomeni in atto richiedono una ridefinizione del ruolo dell’esperto, degli strumenti di lavoro, delle metodologie, delle relazioni. Un rischio odierno, all’opposto, è la tendenza all’iper-specializzazione del sapere, che porta alla frammentazione sempre più specifica della conoscenza. Dall’urbanistica alla antropologia, dalla medicina alla cultura, dalla biologia alla psicologia, dall’economia all’informazione, le modalità per cercare di rispondere a tali problematiche stanno nella necessità di “legare le conoscenze separate, compartimentate, disperse” (Edgar Morin, 2018). Solo la connessione tra le conoscenze può infatti tener conto della complessità dei problemi e solo la consapevolezza della loro interrelazione può indicare soluzioni efficaci.

(Francesco De Biase – nella foto qui a lato -, saggista e dirigente pubblico del Comune di Torino, riflette su cause e conseguenze della crisi che sta investendo il ruolo dell’“esperto” nel tempo contemporaneo, in qualsiasi area del sapere, nell’editoriale di Artribune #44. Un argomento intorno al quale per altre vie mi sono trovato di recente ad avere a che fare e sul quale ho meditato: senza dubbio rappresenta una questione di cruciale importanza riguardo la produzione, la gestione e la diffusione di cultura nella società di oggi, ove a fronte di una disperato bisogno di contenuti culturali di elevata qualità – in ogni ambito – si assiste troppo frequentemente a delegittimazioni della cultura, di chi la produce e del suo fondamentale valore sociale e politico. Potete leggere l’interessante testo di De Biase al completo cliccando qui.)

Il paradosso della tolleranza

La tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge. Infatti la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.

(Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici. Volume I: Platone totalitario, Collana «Filosofia e problemi d’oggi», Armando Editore, 1a ed. 1973, ultima ed. 2004. N.B.: l’affermazione citata è anche conosciuta come paradosso della tolleranza.)

Libero è colui che libera

Libero è solo colui che vuole rendere libero tutto ciò che lo circonda e che effettivamente lo rende libero mediante un certo influsso del quale non sempre si percepisce la causa.

(Johann Gottlieb Fichte, Lezioni sulla missione del dotto – orig. Einige Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten –, 1794, pag.32.)