Volare con gli sci

[Un saltatore in volo “sopra” Lillehammer, in Norvegia. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Ski Flying World Championship“.]
Quando ero piccolo c’è stato un periodo – intorno ai sei sette anni, all’incirca – che se qualcuno mi chiedeva cosa volevo fare da grande, non rispondevo come facilmente facevano i miei coetanei l’astronauta, il pilota, l’esploratore o altre cose al tempo fascinose per un bambino. Rispondevo che volevo fare il salto con gli sci.

Vedevo alla TV le telecronache delle gare, all’epoca trasmesse con regolarità, e quegli strani sciatori che si buttavano a tutta velocità da lunghi scivoli appesi a alte torri tra i boschi o disegnati su ripidi pendii montuosi per poi spiccare salti lunghissimi e atterrare a decine di metri di distanza senza sfracellarsi mi affascinavano un sacco. Probabilmente un po’ mi spaventavano, anche, per come mi parevano dei pazzi, ma quella pazzia lucida di chi pratica consciamente una disciplina obiettivamente pericolosa, forse la più rischiosa in assoluto tra quelle invernali con la discesa libera, che inesorabilmente attrae. I saltatori erano, e sono ancora oggi, una specie di eroi volanti alla Superman dotati non di mantello e superpoteri ma di casco e sci lunghissimi utilizzati a mo’ di ali oltre che, di sicuro, di un’abbondante dose di sangue freddo oppure di incoscienza.

Non a caso tra di essi vi sono stati di frequente dei tizi parecchio particolari: ad esempio, tra quelli che la mia età mi permette di ricordare, lo svizzero Walter Steiner, fortissimo al punto che capitò che lo pagassero per non gareggiare: di mestiere faceva l’intagliatore del legno e il suo migliore amico durante l’infanzia era un corvo (la vicenda umana del campione elvetico è stata narrata in uno dei più bei film di Werner Herzog, La grande estasi dell’intagliatore Steiner). Oppure Jens Weißflog, per le sue numerose vittore proclamato eroe nazionale della Germania dell’Est, al punto che se andate a Berlino e visitate uno dei musei dedicati alla DDR lo vedete effigiato di frequente, ma che si è rifiutato a lungo di saltare dai trampolini giganti dicendo di averne paura; il finlandese Matti Nykänen, dominatore assoluto negli anni Ottanta ma nella vita un alcolizzato delinquente, finito più volte in prigione per reati vari; il connazionale Janne Ahonen, detto “l’uomo di cristallo”, pluricampione celebre perché non rideva mai anche quando vinceva le gare più importanti (cosa che accadeva spesso) e quando un giornalista gli chiese conto di ciò egli gelidamente rispose «Sono qui per saltare, non per ridere»; per giunta, finita la carriera di saltatore è diventato un campione di dragster: per la serie “Il pericolo è sempre il mio mestiere”! E come d’altro canto non citare Eddie “The Eagle” Edwards, primo saltatore britannico a partecipare alle Olimpiadi nonostante le sue scarse capacità e la grave ipermetropia che lo affliggeva (oltre che al disprezzo nei suoi confronti dei dirigenti sportivi del suo paese, che lo consideravano un povero idiota) ma dotato di grande orgoglio e forza di volontà nonché di parecchia follia, per certi versi anche più dei migliori saltatori? La sua storia è stata così affascinante – e commovente – da essere stata narrata in un altro bel film, Eddie the Eagle – Il coraggio della follia. In altri casi invece il salto con gli sci la “follia” (per così dire)  l’ha provocata: come a Sven Hannawald, grande saltatore d’inizio anni Duemila e primo vincitore della storia di tutte le gare della Tournée dei Quattro Trampolini, probabilmente il concorso di salti più importante al mondo, che per l’eccessiva tensione imposta dalla disciplina all’apice della carriera andò in esaurimento nervoso e depressione, gli venne clinicamente diagnosticata una “Sindrome da sfinimento professionale” e fu costretto a ritirarsi.

Ma l’elenco dei saltatori variamente “bizzarri” potrebbe continuare ancora molto a lungo.

In effetti ancora oggi il salto con gli sci è probabilmente tra gli sport di montagna la specialità più straordinaria – cioè proprio nel senso di fuori dall’ordinario – e per questo spettacolare, anche se a chi non ne sia così appassionato la lunga pletora di salti durante una gara potrà sembrare qualcosa di estremamente ripetitivo e noioso. Di contro, se si pensa che ciascun salto trasforma lo sciatore che lo compie in una sorta di uomo-aereo, capace di sfruttare il proprio corpo e gli speciali sci utilizzati per generare portanza in volo, esattamente come un velivolo – un’aerodina, per essere tecnicamente precisi – aggiungendo a ciò gli elementi di competizione sportiva e ancor più coraggio e temerarietà, forse potrete capire che ogni salto diventa una specie di prodigio, di performance psicofisica estrema che non si può che ammirare, fosse solo per il pelo sullo stomaco che ci vuole per affrontarla.

[Il trampolino “Olympiaschanze” di St.Moritz prima che venisse demolito.]
D’altro canto, a vederle alla TV, le gare di salto con gli sci, non si può avere la percezione compiuta di ciò che sono realmente. Quando, sempre da ragazzino, i miei genitori mi portarono a vedere il trampolino olimpico (Olympiaschanze) di Sankt Moritz, che oggi non esiste più, mi sembrò qualcosa di gigantesco; in effetti, salendo sulla torre dalla quale i saltatori partivano, la visione verso la zona di atterraggio decine di metri più in basso e il pensiero di doversi buttare giù da lì immagino che avrebbero fatto venire i brividi a molti (l’immagine qui sotto rende l’idea ma non del tutto, cliccateci sopra per ingrandirla). Eppure quello di Sankt Moritz è (era) un trampolino “normale”, cioè il più piccolo in uso nelle competizioni internazionali, che consente salti fino a 110 metri circa.

Poi ci sono i trampolini “grandi”, sui quali si svolgono la gran parte delle gare della Coppa del Mondo, che consentono salti fino ai 150 metri. Un campo da calcio e mezzo sorvolato per la lunghezza. Già tanta roba.

Ma c’è di più: i trampolini “giganti”, dove i salti si fanno così lunghi che la specialità viene ridenominata volo con gli sci. Ce ne sono solo quattro al mondo: con questi enormi impianti è quasi come buttarsi giù dall’alto della Torre Eiffel, veramente il saltatore si trasforma in un aliante antropomorfo che plana nell’aria e sfrutta le sue correnti fino a volare per la bellezza di 253,5 metri, l’attuale record del mondo.

Tuttavia lo scorso aprile si è andati ancora oltre. In Islanda, sul fianco di una montagna (il monte Harðarvarða) nei pressi della città di Akureyri, si è costruito un impianto mai visto prima, un “ipertrampolino” appositamente realizzato per tentare di volare lontano sugli sci come mai nessun altro ha fatto prima. Ryōyū Kobayashi, pluricampione mondiale e olimpico giapponese – a sua volta un tipo piuttosto particolare, a metà tra un samurai contemporaneo dal sangue ghiacciato che come armi non usa katana ma un paio di sci da salto, e un monaco zen taciturno e riflessivo che di persona tutto farebbe credere fuorché di possedere cotanta audacia, il tutto con fattezze da timido e educato quindicenne  – il 24 aprile è decollato dal ciclopico trampolino, ha volato per 10 secondi a qualche metro da terra alla velocità di circa 140 chilometri all’ora ed è atterrato alla distanza di 291 metri. Quasi tre campi da calcio sorvolati da un uomo dotato di ali a forma di sci. Semplicemente sensazionale.

Il video che racconta l’impresa è a dir poco spettacolare, credo che anche chi non ne sappia nulla di salto con gli sci o non se ne sia mai interessato prima ne converrà:

Peraltro, notate gli sponsor che evidentemente hanno supportato l’impresa e capirete quanto il salto con gli sci sia estremamente popolare in molti paesi – ma non in Italia, per sostanziale mancanza di relativa cultura sportiva, quindi di atleti di alto livello, dunque di interesse mediatico.

In ogni caso, ci fosse pure stata la cultura del salto con gli sci come in altri paesi, dicevo da piccolo che volevo diventare un saltatore ma in realtà non lo sarei mai diventato. La scusa buona da poter utilizzare al riguardo è che non avevo il fisico adatto, la verità è che non so se ne avrei mai avuto il coraggio. Molti saltatori rivelano che il momento più critico del salto non è il decollo, il volo in aria o che altro ma quando sei lassù, in attesa di eseguire il tuo salto, e inevitabilmente ti viene di guardare verso valle, di considerare l’altezza del trampolino e poi la pista che precipita verso il basso e il pubblico lontano attorno alla zona di atterraggio e di pensare che dovrai arrivare fin laggiù volando con un paio di sci e cercando di portare a casa la pelle. Ecco, qui ci deve essere “follia” nella mente del saltatore, perché se invece subentra un’eccessiva razionalità si riprende l’ascensore, si torna ai piedi del trampolino e addio! Cosa che facilmente avrei fatto io, credo.

Di contro, esattamente come quando ero bambino in me restano assolutamente vivi il fascino e l’attrazione per questo sport così particolare, anche senza che lo segua come farebbe un “tifoso” della specialità. Ma non tanto le gare e i risultati quanto è il gesto quel che conta, per me. Quell’azione apparentemente semplice ma in verità complicatissima, assolutamente scientifica, matematica e dunque razionale ma al contempo incredibilmente audace e folle che per qualche secondo fa di un uomo un vero e proprio velivolo la cui fusoliera è il corpo e le ali un paio di sci.

Il clima che cambia sui monti e la Coppa del Mondo di sci che invece no (e le conseguenze si vedono)

[La surreale situazione a Garmisch Partenkirchen sabato 27 gennaio 2024, durante le gare di Coppa del Mondo di Sci.]
Lunedì 12 febbraio “Il Post ha pubblicato un articolo intitolato Lo sci sta diventando impraticabile a livello agonistico? nel cui sottotitolo si denota, significativamente, che «I frequenti infortuni tra gli atleti stanno alimentando ormai da tempo una riflessione sulle ripercussioni del cambiamento climatico sugli sport invernali».

Ecco alcuni passaggi dell’articolo:

La recente caduta della sciatrice italiana Sofia Goggia, che si è fratturata tibia e malleolo tibiale della gamba destra durante un allenamento a Ponte di Legno, in provincia di Brescia, è stata citata da diversi commentatori come un esempio di infortuni sempre più frequenti tra sciatrici e sciatori professionisti. Parte della responsabilità delle cadute è attribuita dagli stessi commentatori a cause eterogenee, ma che nella maggior parte dei casi hanno a che fare con gli effetti diretti e indiretti del cambiamento climatico: effetti che sono già da anni oggetto di un esteso dibattito sul futuro degli sport invernali.
Nelle settimane e nei mesi prima dell’infortunio di Goggia si erano fatti male diversi altri atleti e atlete di alto livello, tra cui lo sciatore norvegese Aleksander Aamodt Kilde. A fine gennaio anche la statunitense Mikaela Shiffrin, la più vincente sciatrice nella storia della Coppa del Mondo di sci alpino e una delle più forti di sempre, era caduta nella discesa libera di Coppa del Mondo a Cortina d’Ampezzo. Shiffrin, peraltro fidanzata di Kilde, era stata nel 2023 – insieme all’italiana Federica Brignone, lo stesso Kilde e altri atleti – tra le principali firmatarie di una lettera indirizzata alla FIS per sollecitare un maggiore impegno della Federazione nel pianificare gli interventi necessari per garantire la sostenibilità ambientale degli sport invernali. La lettera citava come ragioni delle preoccupazioni crescenti da parte degli atleti e delle atlete il frequente annullamento delle gare per mancanza di neve, la riduzione delle possibilità di allenamento prima delle gare, dal momento che «i ghiacciai si stanno ritirando a una velocità spaventosa», e l’impossibilità di produrre neve artificiale a causa dell’aumento delle temperature.

Ciò che l’articolo de “Il Post” descrive è una situazione che già moltissime persone, e in primis gli appassionati di cose di montagna, hanno notato e segnalato, ovvero come anche la Coppa del Mondo di Sci, un tempo lo strumento di promozione della disciplina e ancor più delle località sciistiche che ne ospitavano le gare (ma di rimando di tutto il comparto turistico dello sci alpino) si stia sempre più trasformando nella manifestazione di un vero e proprio accanimento terapeutico, di natura ormai ben più commerciale che agonistica, nei confronti delle montagne (come ho scritto già qui). Sicuramente molti ricorderanno quanto accaduto per due autunni di fila sul Ghiacciaio del Teodulo, tra Zermatt e Cervinia, scavato e spianato per consentire le gare di apertura della Coppa del Mondo poi annullate per la mancanza di condizioni meteoclimatiche adatte, le irregolarità rilevate dagli organi istituzionali svizzeri, le proteste di buona parte dell’ambiente – atleti della Coppa del Mondo inclusi – e gli scantonamenti tentati dai referenti della FIS – Federazione Internazionale dello Sci dalle proprie responsabilità. Da lì in poi la stagione in corso (come d’altronde già le precedenti da alcuni anni) si è protratta tra mille problemi legati alla situazione climatica, con molte gare annullate, condizioni difficili quando non pericolose – come rileva “Il Post” – e comunque inaccettabili ai fini della regolarità delle gare, senza contare la tristezza di veder gareggiare ormai di frequente i più forti sciatori del mondo su nastri di neve artificiale stesi tra i prati, malamente nascosti dietro le installazioni pubblicitarie degli sponsor della Coppa del Mondo. Insomma: una pessima promozione – salvo rari casi – per lo sci, le località sciistiche, le montagne e per tutto l’indotto a ciò correlato. Eppure da parte degli organi federali internazionali sembra si faccia ancora orecchie da mercante, comportandosi come se nulla stesse accadendo per tentare di star dietro al proprio business a prescindere da ogni altra cosa: i risultati di tale atteggiamento deprecabile purtroppo si sono visto rapidamente, e spesso a scapito della salute degli atleti, appunto.

Fatto sta che pure la Coppa del Mondo di Sci è ormai diventata una chiara e inequivocabile prova della necessità, per tutto il comparto sciistico, di cambiare i propri paradigmi per adattarsi, dove possibile, alla realtà climatica in divenire o per convertirsi a pratiche più consone e sostenibili sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale, economico e culturale, anche per salvaguardare il più possibile la manodopera che lavora nel comparto e l’indotto ad esso legato. Evenienza che potrà essere criticata quanto si vuole, da chi da dentro il comparto sciistico teme di perdere privilegi acquisti in passato, ma d’altro canto inevitabile (a meno di palesare demenze piuttosto gravi) e infinitamente meno dannosa del perseverare con il sistema sciistico industriale come nulla fosse. Lo fa la FIS con la Coppa del Mondo di Sci e, come visto, i suoi atleti si fanno male; lo farà l’industria dello sci e in questo caso a farsi male saranno tutte le montagne con chi le abita.

P.S.: mi sono occupato altre volte del tema di cui avete appena letto, ad esempio un anno fa in questo post.