Uomini, o bestie

(Photo credits: Agence de presse Meurisse [Public domain] / Original uploader: Galilea at German Wikipedia, CC BY-SA 3.0, http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)

Due cose mi sorprendono: l’intelligenza delle bestie e la bestialità degli uomini.

(Tristan Bernard, citato in AA.VV., Animal Agenda 2012, Terra Nuova Edizioni, Firenze.)

Infatti…

Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia.

(Pitagora, citato in Steven RosenIl vegetarianesimo e le religioni del mondo, traduzione di Giulia Amici, Gruppo Futura, Bresso, 1995, p. 130.)

I classici sempre nuovi

I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

(Italo Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, Milano, 1ed.orig. 1991.)

E, mi viene da aggiungere, nessun lettore può definirsi veramente tale se non ha letto un’adeguata quantità di classici, avesse di contro letto pure l’intera produzione contemporanea. Già

Un capo feroce

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/macjasek-263856/)

«Ma cos’hanno inciso sulla spalla di Lenin?! Eh?» domandò a se stesso e si mise in punta di piedi.
«Cosa vedi?»
«Un pesce con le zanne. No, deve trattarsi di un tricheco».
«Un tricheco? Cosa sarebbe?»
«Un animale marino» spiegò in breve il komsomolec. Poi si girò verso di lui e prosegui: «Un animale molto feroce. Se si riunisce in branco può uccidere parecchie persone, in particolare i pescatori. Dev’essere per motivi religiosi che l’hanno inciso sulla spalla del capo. Evidentemente per una buona caccia».
Dobrynin era stupito da questa aberrazione: in effetti, non è che il popolo russo non prendesse degli abbagli, ma almeno non si arrivava agli idoli e a bruciare la gente. Evidentemente qui ce n’erano di cose da appurare e controllare.

(Andrei Kurkov, Il vero controllore del popolo, Keller Editore, 2014, traduzione di Rosa Mauro, pagg.216-217.)

I paesaggi delle Alpi, e di Salsa

Il paesaggio rappresenta uno spazio di vita in cui riconoscersi, un antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di uno scenario muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere. Le nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose.

Annibale Salsa è una delle figure italiane fondamentali per chi, come me, si occupa di cultura di montagna e di relazione tra l’uomo e le «terre alte» – ho scritto spesso di lui e delle sue pubblicazioni, qui. Antropologo di fama, docente universitario per lungo tempo, ex Presidente Generale del CAI e persona assai affabile (lo posso dire con cognizione di causa), è autore del basilare Il tramonto delle identità tradizionali, un testo che, appunto, tutt’oggi risulta esemplare nell’impostazione teorica (ma per molti aspetti pure pratica, senza dubbio) dello studio delle tematiche sociologiche e antropologiche alpine.
Posto ciò, sono dunque ben felice di denotare l’uscita del suo nuovo libro per Donzelli, I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, dalla cui presentazione sul sito dell’editore ho tratto la citazione che apre questo post e che certamente leggerò presto.

Cliccate sull’immagine per saperne di più, sul libro.

Orgoglio da lettore

(Photo credit: Roberto Pera – Public domain.)

Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto, io sono orgoglioso di quelle che ho letto.

(Jorge Luis Borges, Poesie (1923–1976), traduzione di Livio Bacchi Wilcock, BUR Rizzoli, 2004.)