Leggere libri fa diventare più intelligenti (Richard Powell dixit)

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Come ho già detto non è che Holly aveva questo gran cervellone, ma aveva letto un fulmine di libri, e quando uno non è troppo intelligente questo del leggere tanti libri è un sistema che aiuta parecchio.

(Richard Powell, Vacanze matte (Einaudi, collana “Stile Libero Big”, 2011, p.43)

A parte che Holly è invece parecchio intelligente, come potrete scoprire leggendo il romanzo del quale disserto qui, il sistema di cui sopra resta il più ovvio, facile e immediato tanto quanto sorprendentemente efficace, per diventare dei cervelloni. Per questo è così sovente ostracizzato dal potere, il quale ha convinto molti che a diventare intelligenti ci si complica la vita. Meglio idioti e spensierati, insomma. Meglio non capirci nulla, del mondo d’intorno, che sennò è un attimo che ci monta la carogna – contro il mondo stesso e i potenti che lo governano.

Biblioteche “da fantascienza”. Il caso emblematico, e chimerico, della BEIC di Milano.

BEIC MilanoSaprete forse che qui nel blog c’è una sezione chiamata INTERVALLO, a ricordo di quegli intermezzi sulla TV d’una volta nei quali, tra una trasmissione e l’altra veniva mandato un rullo di immagini di luoghi, panorami e monumenti nazionali particolarmente belli. Similmente, saprete che lì pubblico spesso immagini e informazioni su luoghi particolarmente belli dedicati alla cultura e ai libri, biblioteche storiche e contemporanee dall’architettura spettacolare ovvero dalle caratteristiche fuori dall’ordinario. Ciò in base a un’idea molto semplice: un “contenitore” di tesori preziosi e fondamentali per la società civile come i libri deve a sua volta essere qualcosa di prezioso, qualcosa che anche nelle linee architettoniche rifletta la propria importanza civica e, anche per questo, che divenga un luogo di richiamo degli abitanti d’una città o della zona limitrofa, un aggregatore sociale di persone il cui fulcro centrale siano, appunto, i libri e ciò che essi rappresentano.
E’ questo un concetto particolarmente considerato in Nord Europa, ad esempio, ove esistono biblioteche pubbliche a dir poco spettacolari. E non è un caso, io credo, che lassù le percentuali di diffusione dei libri e della lettura siano tra le più alte al mondo.
Anche in Italia vi sono casi interessanti e virtuosi da questo punto di vista. Manca tuttavia, a Milano come a Roma ovvero nelle città principali, una biblioteca nazionale, o un similare luogo di natura centrale nel sistema istituzionale di diffusione sociale della lettura, che come sopra affermato possa fare da catalizzatore di persone e di interessi culturali. Un po’ ciò che accade nell’ambito artistico, nel quale sempre, ove vi sia un importante museo o centro d’arte aperto al pubblico, attorno si crea un indotto di altri luoghi pubblici e privati – gallerie, centri culturali, locali richiamanti l’arte – che generano un sistema virtuoso e – inutile dirlo – assolutamente benefico per la città d’intorno e per la vita urbana dei suoi abitanti.
Milano, città che molti considerano la capitale culturale d’Italia, una nuova, grande e iconica biblioteca l’ha progettata: la BEIC, Biblioteca Europea di Informazione e Cultura, edificio architettonicamente potente e suggestivo che doveva sorgere nell’area di Porta Vittoria un tempo occupata da uno scalo ferroviario poi dismesso, e che doveva proprio rappresentare il fulcro di “un’arca per la cultura” – proprio con tale definizione veniva presentata la riqualificazione dell’area – con attorno altri luoghi di interesse culturale.
Doveva, sì, sto usando il verbo al passato, lo avrete già notato. Perché mentre in molte città europee negli ultimi anni sono sorte, o a breve sorgeranno, nuove e spettacolari biblioteche, sulla scia della riscoperta dell’importanza fondamentale di tali luoghi pubblici per una città, se non per un’intera regione o stato, beh, qui – a Milano, intendo – non se ne farà nulla.

BEIC_giornaleNulla, niente. Chimera, utopia, illusione, la BEIC. Una biblioteca da fantascienza, perché forse solo in un romanzo di tal genere la si potrà credere realizzata.
L’idea iniziale del progetto per la BEIC nacque ancora negli anni ’90 (!); poi, nel 2001, lo studio Bolles & Wilson vinse il concorso per il progetto esecutivo – quello che vedete nell’immagine a corredo di questo articolo. Il progetto prevedeva (o prevedrebbe, se vogliamo essere speranzosi fino al parossismo) un edificio per 500mila opere a libero accesso e digitalizzate (secondo altre fonti i volumi ospitati sarebbero stati 900mila), corredato da un’emeroteca, settori per musica e spettacolo, sale di registrazione, studio e lettura, caffetterie, terrazze. Beh, fatto sta che, una volta stabilito il progetto, è iniziata l’odissea, tramutatasi poi rapidamente in tragicommedia, nonostante le dichiarazioni entusiaste dei soggetti coinvolti nella realizzazione, che già vantavano d’aver donato a Milano e all’Italia un grande luogo di cultura d’importanza sociale incalcolabile.
Sì sì, come no! In quasi 15 anni i lavori nemmeno sono realmente partiti, e ormai il progetto è considerato dai più morto e sepolto, già sostituito da un giardino pubblico. Che per carità, ben venga pure quello, ma se ci fossero stati pure i libri a disposizione da leggere sulle panchine all’ombra degli alberi, sarebbe stata cosa migliore, converrete con me. Però il sito c’è, della BEIC: tanto ben fatto da risultare analogamente beffardo. Si vedano a tal proposito le pagine relative alla genesi e agli sviluppi del progetto, mestamente ferme al 2009…
Purtroppo, per l’ennesima volta resta l’amaro in bocca per un’altra occasione di elevazione culturale gettata alle ortiche, e ancora di più resta per la constatazione di come in questo nostro paese, ahinoi, la cultura e tutto quanto serva per promuoverla e diffonderla tra i cittadini sia un qualcosa che probabilmente fa venire l’orticaria alle istituzioni, assai più felici di spendere soldi per opere pubbliche francamente inutili quando non idiote (la lista è lunga, lo sapete bene. Per dirne una: i soldi che lo stato sborserà per non far fallire l’inutile autostrada BreBeMi equivalgono più o meno a quelli necessari per la costruzione della BEIC. No comment!) piuttosto che per coltivare l’intelligenza e il sapere della gente comune. Per precisa strategia, ribadisco ancora una volta la mia opinione.
Beh, ci toccherà di nuovo emigrare altrove – ad Helsinki, ad esempio: guardate qui che popò di progetto stanno realizzando, lassù! D’altro canto, è cosa istituzionalizzata che, in Italia, con la cultura non si mangia, no?
Mi viene malevolmente da pensare che forse nemmeno George Orwell seppe concepire una realtà del genere. “L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza.” (1984, Libro 1, Capitolo 5)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, QUI.

Quando una civiltà finisce per archiviare sé stessa (Nicolas Dickner dixit)

Mettendo piede alla biblioteca municipale, Hope lanciò un’occhiata diffidente al banco dei prestiti, dove due vecchie bibliotecarie classificavano delle schede. Secondo lei una civiltà che si preoccupava così tanto di archiviare era, e non c’era dubbio, una civiltà in declino.

(Nicolas Dickner, Apocalisse per principianti, Keller Editore, 2012, traduzione di Silvia Turato, p.67)

nicolas-dicknerBeh, in tema di biblioteche non so se quanto afferma Hope Randall, la protagonista del romanzo di Nicolas Dickner, possa essere realmente condivisibile. D’altro canto è vero: una civiltà che manifesta una evidente compulsione archivistica non ha timore di poter dimenticare il passato, come potrebbe sembrare di primo acchito, ma ha soprattutto paura di affrontare il futuro. Paura di non saper fronteggiare ciò che il futuro le offrirà, così da rifugiarsi per istinto nell’adorazione conservatorista di ciò che è conosciuto e che è parte del passato, appunto.
Un segno evidente di debolezza, insomma. Accresciuto dal fatto poi che sovente, a furia di archiviare, si finisce per accantonare. Che è ancora peggio.

“Un libro serve a chi lo scrive, raramente a chi lo legge” (Luigi Pintor dixit)

Un libro serve a chi lo scrive, raramente a chi lo legge, perciò le biblioteche sono piene di libri inutili.

(Luigi Pintor, Servabo. Memoria di fine secolo, Bollati Boringhieri, Torino 2001)
luigi-pintorIn poche parole, una verità assoluta e (ahinoi) drammatica sull’editoria contemporanea sancita da uno dei più brillanti intellettuali italiani del Novecento, Luigi Pintor – al di là delle posizioni ideologico-politiche espresso, sia chiaro. Perché la comprensione di certe verità, la cognizione profonda di esse e la capacità di coglierne gli effetti nel mondo in cui si vive e si interagisce è peculiarità di intelletti fini e sagaci – peculiarità che non hanno colore o parte. E certamente se la gran massa degli scrittori odierni scrivesse per offrire parole utili a chi le potrebbe leggere, piuttosto che a sé stessi, al proprio ego e alla pretesa autoaffermazione, ci sarebbero in circolazione libri ben più interessanti e stimolanti di quelli che, nella maggior parte dei casi, occupano gli scaffali delle librerie come superflui soprammobili sulle mensole di una ordinarissima e banalissima casa…
E a dar ancora maggior forza e valore alle parole di Pintor e alle sue intuizioni, c’era pure una peculiare e vivace ironia (anche auto-), come egli, scrittore assolutamente attivo fino agli ultimi mesi di vita, ci dimostra in quest’altra citazione:

Per scrivere un libro nel terzo millennio ci vuole una smisurata superbia. Basta entrare in una biblioteca comunale e guardare le vetrine di un cartolaio per capire che il mondo non ha bisogno di un volume in più.

(Il nespolo, Bollati Boringhieri, 2001.)