Trumpology

14992076_10210697569536457_545931070250001023_nC’è qualcosa di veramente straordinario in questa foto della famiglia del nuovo presidente degli USA Donald Trump che ho scovato casualmente sul web. Anzi, di extraordinary – in inglese il concetto si esprime meglio: extra ovvero fuori dall’ordinario, sotto molti aspetti.
A partire dal fatto che no, non è come probabilmente state pensando e come ho creduto io appena l’ho vista: non è un fake, è verissima. Circola sui social media dallo scorso mese di agosto ma fa parte di una serie del 2010 realizzata dalla fotografa Regine Mahaux (ne potete sapere di più qui).

Posto ciò, l’immagine è delle più emblematiche che vi siano. È palesemente costruita e posata eppure è assolutamente vera, realistica, obiettiva. Deborda di kitsch in modo esagerato, eppure quello è uno degli studi di lavoro del miliardario, ora Presidente USA, nella Trump Tower di New York – qualcosa che dunque, di logica, dovrebbe essere la più seriosa e meno pacchiana possibile (con quegli stucchi dorati e quei lampadari che, mammamia, sarebbero bburini pure in una balera di quart’ordine d’una periferia malfamata. Eppoi la faccia di lui, con espressione “Io sono io e sono miliardario e voi siete solo merda”, quella di lei in posa da ciò che fu – una modella – con tanto di vestito in preda a inopinato e sublime colpo di vento, quella del di loro figlio in sella a quella specie di mega-Trudi leonino il quale – vien da pensare – avrà appena udito dal padre la solita frase di (tale) circostanza «Figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo!» ovvero il “tutto questo” che l’orizzonte sconfinato visibile dalle vetrate alle spalle dei soggetti esemplifica in modo perfetto…
Eppoi ancora i modellini di auto di lusso sul tappeto ai piedi del First Son, le foto di tutti gli altri figli avuti dai precedenti matrimoni del neo-presidente sul tavolino là dietro – perché, sia chiaro, per un cristiano osservante come lui la famiglia è importante, che sia quella del primo, del secondo o dell’ennesimo matrimonio! – il colore della cravatta (la quale tuttavia solo l’anno prima sarebbe stata blu e solo l’anno dopo d’un colore neutro, visto il suo frequente rimbalzello politico.)
Non solo: in quest’immagine vi si possono “vedere” chiaramente Disneyland, Las Vegas, Hollywood e le soap anni ’80 ma anche gli show TV (più o meno reality) contemporanei, il generale Custer che sconfigge i maledetti indiani così come Joseph Mc Carthy che gigioneggia amabilmente con il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, il turbocapitalismo yankee e i fast food nonché quel tipicissimo atteggiamento dei benestanti (arricchiti, generalmente) WASP (del genere “io non sono razzista ma stammi lontano, sporco negro!”) il quale nella pancia dell’America tutt’oggi si autoalimenta e si mantiene più in forma che mai – e che, con diverse accezioni ma equivalenti risultati, è rintracciabile nelle figure similari un po’ ovunque (vedere un po’ questa foto d’un noto “leader” politico europeo – ora decaduto – e poi ditemi se non ha lo stesso identico mood!)

Insomma: c’è buona parte di ciò che è l’America oggi, che inevitabilmente avrebbe finito (e ha finito) per votare Donald Trump come proprio Presidente. In fondo, il suo senso peculiare l’ho già indicato in principio di questo articolo: il fatto che sembri tanto un fake, un fotomontaggio o altro del genere e che invece sia autentica. L’apparente verità che si palesa falsità e viceversa, sempre più legge fondamentale della contemporanea società liquida. In fondo quanti prima dello scorso 8 novembre avrebbero creduto che uno come Trump sarebbe diventato il Presidente della maggiore superpotenza mondiale? Ecco: tutto torna, dunque.

“Aleister Crowley, il pazzo più geniale del Novecento”: questa sera in RADIO THULE, ore 21, su RCI Radio!

radio-radio-thuleQuesta sera, 7 novembre duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 3a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE!
Una puntata intitolata Il pazzo più geniale del Novecento, e come altre in passato, dedicata ad un personaggio assolutamente fuori dal comune, leggendario a dir poco eppure oggi ormai misconosciuto al grande pubblico: Aleister Crowley. Scrittore, poeta, filosofo, alpinista, astrologo, esoterista, occultista, mago, ma pure “ciarlatano”, “vile individuo”, “cinico sfruttatore”, “parassita”, “buono a nulla”, “individuo abominevole”… – come venne definito da più parti e addirittura, niente popò di meno che da Sir Winston Churchill, “il più disgustoso e malvagio individuo di tutto il Regno Unito”. In verità, pare invece che Churchill ne fu molto ispirato e come lui infiniti altri lungo gli ultimi 120 anni, affascinati quando non ammaliati da un personaggio controverso e ambiguo eppure coltissimo, carismatico, per molti aspetti geniale, che ha lasciato un vastissimo retaggio immaginifico il quale ancora oggi permea la società contemporanea, spesso in ambiti che apparentemente non c’entrano nulla con la vita e il pensiero di Crowley…

crowleyDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

La televisione, la grande anestetizzatrice (Walter Siti dixit)

La tivù non solo impagina la realtà che ti è consentito vedere, ma fa diventare “reale” quello che hai sognato al cinema, impaginandoti anche i sogni. Il cinema conservava ancora, al momento del massimo splendore, la fondamentale duplicità umana: da un lato la realtà informe, bruta, puzzolente, dall’altro l’evasione, l’assoluto, il divino. Lo specifico della televisione è l’avvicinamento (fino alla confusione) di questi due piani: la televisione non ti fa evadere, può permettersi di essere una «finestra spalancata sul reale» perché nel frattempo il reale si è “spiritualizzato”, diventando tivù-compatibile. Le migliaia di persone che, nel mio palazzone o in quelli contigui, stanno guardando gli stessi programmi, non chiedono tanto di evadere quanto di “ammazzare il tempo” – e persino se con le cassette o il dvd stanno guardando un film, al film non chiedono la possibilità di altre vite, ma solo la licenza di anestetizzare la loro. La tivù ha “televisionato” anche il cinema.

(Walter Siti, Troppi Paradisi, Einaudi, 1a ed. 2006, pagg.97-98)

Walter_Siti_fotoHa ragione Siti: una delle più grandi “vittorie” della TV contemporanea – conseguita a discapito dei “telespettatori” – è stata quella di trasformarsi da strumento di rappresentazione e descrizione del mondo e della vita a fonte stessa di tale rappresentazione e descrizione. Un tempo la televisione esisteva perché esisteva il mondo, ora il mondo esiste solo (per certi aspetti e per molta gente) se lo si vede in TV, ed esiste solo come la TV lo raffigura. Lo ha totalmente “televisionato”, appunto, ne ha reso la realtà una specie di proprio palinsesto anestetizzandone qualsiasi senso, valore, sostanza, autenticità, pregio, bellezza. Ovvero anestetizzando chiunque alle sue immagini si sottoponga – dacché il mondo le sue doti ce le ha ancora e assolutamente intatte, ma ben lontane dalle telecamere.

Se la cultura fa PIL – e non solo in senso economico…

9402316437_9ca1ddc96d_bDue notizie – o, meglio, due serie di dati statistici commentati – uscite sui media di recente (cito titoli e link relativi presi tra i primi che il web propone): Eurostat, l’Italia si riprende lentamente dalla crisi: è la peggiore tra i big Ue; Quell’Italia che non legge libri e giornali, non va al cinema, al teatro e alle mostre…
Due notizie all’apparenza disgiunte, l’una che rimanda a dati economici legati all’andamento dell’industria e dei consumi, l’altra allo stato del comparto culturale nazionale, certamente di segno simile – viste le situazioni che delineano – ma formalmente non correlabili.
O no? E, lo dico da subito, senza considerare le usuali riflessioni su quanto la cultura sia poco sfruttata in termini economici e di generazione di PIL
Sì, perché mi viene da pensare ad altre considerazioni che trovo assolutamente imprescindibili nel merito, di natura culturale ma in senso sociologico… Ovvero, a come credo sia del tutto inevitabile che un paese che ormai da tempo abbia abbandonato la cura della propria matrice culturale, con tutti gli annessi e connessi, risulti pure ultimo in termini di crescita economica, di produttività industriale, di creatività imprenditoriale così come, più pragmaticamente, di capacità di reazione e ripresa.
Per qualsiasi società politicamente strutturata, l’obiettivo di una crescita equa e generante benefici diffusi (al di là dell’evidenza che la crescita “infinita”, che parrebbe un caposaldo del distortissimo capitalismo contemporaneo, sia una scempiaggine bella e buona) non può esimere dal poggiarsi su una base culturale altrettanto diffusa e attiva. Ciò per innumerevoli motivi, primo tra i quali il fatto che una nazione culturalmente avanzata e dinamica è inevitabilmente dotata di molti più strumenti intellettuali per comprendere la realtà nella quale si muove, reagire agli ostacoli e alle crisi che in essa si presentano e progettare vie alternative che le consentano di progredire in avanti nel tempo oltre quegli ostacoli piuttosto che rimanervi impantanata se non, peggio, di regredire.
Purtroppo una tale lampante evidenza risulta da tempo cronicamente ignorata (volutamente o meno) dalla politica italiana e, per bieca e sconcertante pandemia, da ampie parti della società nazionale, fin dalle sue più ovvie basi concettuali. Ovvero fin dalla constatazione che quella cultura così mancante dalle nostre parti si genera e si coltiva a partire dalle azioni culturali più minime, come il leggere un buon libro. Pensare che, appunto, la cultura letteraria (per restare nell’esempio) sia altra cosa rispetto alla cultura sociale, industriale, politica o che altro è una superficialità del tutto insensata. D’altro canto e per lo stesso motivo, ogni piccola o grande azione culturale – di matrice letteraria, artistica, umanistica e così via – ha sempre una valenza politica, ovvero di “supporto” (intellettuale ma non solo) alla gestione della cosa pubblica. Meno le si praticano, tali azioni culturali, meno la società potrà godere di una buona amministrazione, di un buon governo, di un funzionamento “fruttuoso”, per così dire – senza contare che, di contro, in loro assenza la cattiva (e magari pure malandrina) gestione politica avrà campo libero per i propri maneggi.
Alcuni commentatori, in altri articoli correlati a tali questioni, hanno segnalato che le solite messi di dati fotografanti lo stato comatoso della fruizione culturale in Italia – con sempre meno lettori, meno visitatori dei musei, meno spettatori nei teatri e così via – siano diventate inutili se non dannose alla percezione dell’opinione pubblica, ormai così abituata ad averne notizia da non farci più nemmeno caso. Forse costoro hanno ragione (anche se mi verrebbe da pensare che il silenzio su di essi, al contrario, potrebbe far credere che tutto vada bene) tuttavia, anche seguendo il loro ragionamento e in un certo qual modo sviluppandolo, sarebbe probabilmente il caso di cominciare a contestualizzare e rendere concreti nei loro effetti pratici quei dati, ovvero a ragionare non tanto e non solo (o non più, se si crede) sui meri numeri ma sull’effetto di questi numeri nella realtà quotidiana, e sul rapporto indubitabile, a mio modo di vedere, tra essi e tanti altri dati statistici ovvero comunque rappresentativi dello stato della nazione. Perché, la storia lo insegna, non s’è mai vista una società infarcita di zotici privi di cultura che abbia goduto di un grande e duraturo benessere, sociale in primis. E guardandoci intorno possiamo già avere, nel bene e (purtroppo più) nel male, una significativa conferma di questo storico insegnamento.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Perché la politica disprezza così profondamente la cultura?

Sandro Botticelli, La Voragine dell'Inferno, 1490-1495.
Sandro Botticelli, La Voragine dell’Inferno, 1490-1495.
La riflessione che vi sottopongo in questo articolo parlerà di cultura in senso politico. Politico, sì, non partitico – anzi, l’esatto opposto, nella sostanza. Nasce, tale riflessione, dal frequente constatare lo stato in cui giace la cultura (in senso generale) in Italia, e di come essa risulti programmaticamente negletta e sostanzialmente disprezzata da tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese negli ultimi decenni, di qualsiasi parte, segno, colore fossero. Per tale motivo ho affermato lì sopra che queste mie considerazioni, scaturenti dal personale punto di vista di fruitore ergo sostenitore della cultura – in senso lato ma pure, se non soprattutto in senso di valore politico di essa – hanno un marchio non a-partitico, semmai anti-partitico. Perché se la politica è, classicamente, la gestione della cosa comune e la cultura, con tutte le arti d’ogni sorta che la formano, è da sempre la fonte della migliore, più sagace e sovente profetica rappresentazione del nostro mondo comune e delle sue pubbliche realtà, inevitabilmente i prodotti culturali – meglio, l’attività di produzione culturale, è in tutto e per tutto anche un esercizio politico. Di qui non ci si scappa.
Posto ciò, e appunto in tema di stato spesso fatiscente della cultura in Italia generato in molti casi dal sostanziale disinteresse istituzionale – così ben certificato dall’ormai celeberrimo “con la cultura non si mangia!proferito da un noto ex ministro – viene da chiedersi perché ci sia una tale conclamata avversione della politica verso le cose culturali. Ecco, la risposta migliore che mi viene in mente scaturisce da quelle peculiarità lì sopra elencate riguardo la cultura, la quale da sempre – quando sia di qualità – è originale, fuori dagli schemi, innovativa, sovversiva, spesso pure profetica, appunto. Ovvero, è quanto di più avverso a qualsiasi sistema di potere, politico in primis ma non solo, che per sua natura persegua come obiettivo fondamentale la propria salvaguardia, e che dunque contrasti qualsivoglia pur minimo elemento che possa mettere in discussione lo stato di fatto sul quale il sistema suddetto si regge e prospera. Che venisse o venga da una parte o dall’altra dell’emiciclo parlamentare, proclamandosi dunque al caso conservatrice o progressista, la classe politica di questo paese si è sempre dimostrata inequivocabilmente e rigidamente reazionaria verso la cultura. Per mera fobia, appunto, per angoscia di quanto potesse generare e proporre alla gente, per il terrore che un buon nutrimento culturale possa permettere alla gente di pensare: la cosa massimamente invisa a qualsiasi potere dominante.
Non è un caso, poi, che tale atteggiamento politico non si limiti al solo ambito culturale: purtroppo viene facile constatarlo pure, ad esempio, nell’innovazione tecnologica, nella ricerca scientifica, nell’evoluzione sociale… – l’elenco è piuttosto lungo e d’altro canto notorio.
L’alternativa a ciò messa in atto dal potere nella storia, passata e recente, è l’assoggettamento della cultura alle sue direttive, ovvero la trasformazione della produzione culturale in mezzo di propaganda e di celebrazione del potere stesso, con la parallela eliminazione materiale di quella che non si voglia allineare. Ma siccome tale metodo necessita di un clima di vigente antidemocrazia – e comunque di casi del genere ve ne sono pure in circolazione, anche solo come adattamento al più piatto e ruffiano politically correct: tra libri, musica, cinema e quant’altro, di esempi in tal senso ve ne sono a bizzeffe – al potere non resta altro che lasciare languire la cultura in uno stato di sostanziale e crescente miseria (non solo finanziaria, ribadisco), semmai sostenendo tutto quanto nel quotidiano sia invece ad essa avverso, dalla TV (che non è più “cultura” da tempo, serve dirlo?) agli elementi meramente consumistici fino al materialismo e all’edonismo più ottuso – il caro vecchio panem et circenses, ecco.
Insomma, tutto ciò per sostenere che dal profondo sconcerto derivante dalla constatazione che qualsiasi parte politica che abbia avuto e ha mansione amministrative ha sempre e comunque fatto in modo di non considerare la cultura, se non di avversarla, scaturisce una ulteriore, palese considerazione: non saranno i cambi di colore politico al potere a risollevare le sorti della cultura in Italia, piuttosto serve un radicale cambio di punto di vista, di visione generale, di orizzonti e di fini. Un cambio di sistema, ecco, che sappia cancellare il dogma programmatico che il suddetto ex ministro palesò pubblicamente e riconosca, ovvero comprenda profondamente, tutta l’importanza sociologica, antropologica ergo pure politica – nel senso “alto” del termine, antitetico a qualsiasi accezione partitica di esso, oggi purtroppo dominante – che la cultura possiede per il bene e il progresso della società nella quale si manifesta.
Sembrerebbe una cosa persino banale e totalmente ovvia, vero? Ho fatto la scoperta dell’acqua calda, lo so bene: peccato che sia una scoperta del tutto ignorata, con gli sconcertanti – anzi, per restare in metafora, raggelanti risultati che ci ritroviamo davanti.
Senza tutto ciò, beh, temo che per la cultura nazionale il futuro sarà sempre più cupo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.