Se lo scrittore, oggi, non è che una “simpatica emorroide” (Christian Frascella dixit)

Non posso non condividere – in senso intellettual-emotivo, prima che nel senso di riportarla qui sotto – la riflessione che Christian Frascella (uno dei migliori scrittori italiani, per la cronaca, e lo ribadisco) ha postato sulla propria pagina facebook sull’essere scrittore, oggi. Ovvero sulla realtà della produzione editoriale, sul fare (e far leggere) libri, forse pure sul senso stesso dello scrivere. Anzi, sul dubbio che “scrivere”, in fin dei conti, rappresenti un’attività sensata oppure la manifestazione d’una bizzarra devianza mentale e psico-sociale. Almeno qui, dalle nostre italiche parti, dove i libri e la lettura, per dire, troppe volte ricordano inversamente il Festival di Sanremo: dove questo tutti lo disprezzano ma poi – vedi l’Auditel – lo guardano in TV, quelli tutti dicono di apprezzarli ma più nessuno o quasi legge – vedi le statistiche sul mercato editoriale.

Resta una speranza, quanto meno: che tale stato desolato (ovvero desolante) dell’editoria italiana finisca alla fine per sfoltire la massa di quelli che ancora “sognano” di fare gli scrittori e pubblicare libri – che abbiano un qualche valore letterario, intendo dire – tornando a lasciare spazio a chi i libri con siffatto valore li sa scrivere sul serio. Possibilmente, però, prima che i buoni scrittori siano morti, sepolti ed estinti, appunto (oppure, alternativa parecchio auspicabile, dopo che certe figure che infestano le direzioni editoriali delle case editrici cambino finalmente mestiere!)

Ringrazio molto Christian Frascella per il consenso alla pubblicazione del suo testo, e vi segnalo che il 29 maggio prossimo uscirà il suo nuovo romanzo, Fa troppo freddo per morire (Einaudi), che volendo è già prenotabile (ad esempio qui, ma immagino che lo sia pure altrove) e per la cui lettura credo che il testo qui sotto riprodotto rappresenti un’ottima promozione. Almeno per me lo sarebbe – dacché non ce n’era bisogno, a dire il vero.
Buona lettura!

È sempre più difficile essere il miglior scrittore non ancora sepolto della nostra epoca. La gente non si aspetta nulla da te, e tu ti aspetti troppo dalla gente. Poi, la gente! I lettori, quei quattro rimbambiti che ancora leggono romanzi invece di dedicarsi a cose più stimolanti e proficue, tipo la samba e la bamba.
Ti aggiri nel mondo compreso del tuo ruolo di rivalutabile-solo-da-morto e gli amici più cari, proprio quelli che non hanno mai letto un tuo libro, ti chiedono se scrivi ancora. Non aggiungono la parola Coglione, ma la senti lì che vibra come un fuscello al vento di ottobre.
«Sì, scrivo ancora, ahimé» rispondi.
E loro: «Ma com’è che t’è venuta ‘sta cosa? Non puoi guarire? Non puoi dedicarti a un lavoro serio?»
Loro sono ingegneri e amministratori di condominio.
«Non so fare altro.»
«Che sfiga!»
Una volta la moglie di uno di questi amici di vecchia data ha detto che aveva finito di leggere un tuo libro. L’ha definito «simpatico». E basta. Da allora, ogni volta che termini un paragrafo, ti domandi se sia «buono» o solo «simpatico», e pensi di procurarti una corda.
Un’altra volta due tuoi amici, sempre di vecchissima data, sono venuti a una tua presentazione: dopo i primi minuti e ascoltando le cazzate che eri costretto a dire, han preso a sbadigliare, cincischiare col telefono, darsi di gomito ogni volta che dicevi: «Ehm…», e sghignazzare apertamente quando ti hanno obbligato a leggere un passo del libro. Era Il panico quotidiano, il mémoire più bello e toccante che sia mai stato scritto dopo quello di Michelle Hunziker.
E l’altro giorno, al telefono, tua madre ti ha detto: «Dice tuo fratello che i tuoi libri non li trova mai all’autogrill. Perché non li vendono all’autogrill? Lo sai quanta gente passa all’autogrill? Devi dire a Einaudi di metterli all’autogrill. E a Natale, non a maggio, che così lo regalano!»
Quindi sei un grande scrittore – forse il migliore – non ancora sepolto.
Ti aggiri nel mondo. Senza proiettare ombre. Attendendo la tua dipartita per essere consegnato alla gloria eterna dei secoli a venire…
Ma attualmente non sei più significativo di un’emorroide.
Scrivi solo roba «simpatica».
(‘tacci sua).

Beat Generation Podcast

Dato che già qualche migliaio di persone (numero approssimativo) mi richiede il podcast della puntata di RADIO THULE di lunedì 12/03 dedicata alla Beat Generation, cliccate sull’immagine qui sopra e lo avrete, ascoltabile e liberamente scaricabile. Non dimenticate poi che nella pagina del blog dedicata al programma trovate l’intero archivio dei podcast, con le puntate della stagione in corso e di quelle precedenti.

Stay tuned (come dicono i conduttori radiofonici seri, cosa che io non credo di essere – e forse nemmeno ambisco di essere) e buon ascolto!

Settant’anni rivoluzionari di Beat Generation – questa sera in RADIO THULE, su RCI Radio!

Questa sera, 12 marzo duemila18, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 8a puntata della stagione 2017/2018 di RADIO THULE, intitolata “Il battito dei beati abbattuti. La Beat Generation, 70 anni dopo“.

Nel 1948 Jack Kerouac, l’autore del celeberrimo romanzo Sulla strada (orig. On the road), nel conversare con l’amico scrittore John Clellon Holmes definì il movimento giovanile anticonformista che stava prendendo forma nell’underground newyorchese “Beat Generation”. Fu il battesimo simbolico di quello che sarebbe poi diventato, dal 1950 in poi, uno dei movimenti culturali fondamentali del Novecento, una vera e propria rivoluzione del pensiero e dell’arte guidata da personaggi assolutamente emblematici – i due citati e, tra i più noti, Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, lo stesso Bob Dylan – che accompagnò il mondo occidentale dall’era moderna a quella contemporanea e dal quale si derivarono molti altri fenomeni sociali e culturali successivi, dal movimento Hippy al Sessantotto e a Woodstock, dalle rivendicazioni degli anni ’70 fino alle tendenze giovanili più recenti, oltre alla gran parte della musica dai Sessanta in poi.

Già, perché l’influenza della Beat Generation è ancora oggi forte seppur non più così percepita dall’opinione pubblica: per tale motivo, in questa puntata RADIO THULE vi porterà alla sua riscoperta ovvero alla sua conoscenza, certamente fondamentale per capire meglio il mondo di oggi e da dove una buona parte della nostra cultura più alternativa proviene.

Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
– www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
– http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
– Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Gillo Dorfles (1910-2018)

Ci sarebbe tutto un lavorio da svolgere, a cominciare dall’educazione artistica e musicale dei bambini. Ma siamo ai minimi termini da un punto di vista pedagogico. Comunque non bisogna rassegnarsi. La forza della sensibilità estetica – senza barriere di generi e linguaggi e applicata al quotidiano – è indispensabile per contrastare la dittatura dello sgradevole.

(Gillo Dorfles, da Italia disunita e senza stile dove ormai è in vigore la dittatura dello sgradevole, L’Unità, 11 aprile 2010, intervista di Bruno Gravagnuolo.)

Parte sostanziale della grandezza dei più insigni intellettuali – ovvero di quelle figure per le quali tale termine sia assolutamente sensato e giustificato – è da sempre anche la dote di saper condensare il senso e l’essenza di un momento storico, una disciplina umana, un ambito culturale e sociale, modus vivendi e cogitandi e ogni altra cosa simile in poche e perfette parole, capaci di riassumere concetti chiari e determinati e, al contempo, di essere fonte di innumerevoli altre conseguenti riflessioni, meditazioni, nozioni, conoscenze, saperi.

Gillo Dorfles ha saputo fare ciò, e lo ha fatto lungo l’intero secolo scorso e in questi primi anni del nuovo millennio con un’acutezza intellettuale più unica che rara, non solo negli ambiti di sua competenza ma nella visione e nella considerazione di ogni altra realtà con la quale decidesse di interagire. Si veda ad esempio quella definizione, “dittatura dello sgradevole”, tanto sublime quanto drammaticamente perfetta per descrivere in breve tanta (troppa) parte dell’odierna situazione italiana – tanto più proprio in queste ore di ennesima messinscena elettorale (o pseudo tale)!

E posto che di figure per le quali il termine “intellettuale” sopra risulti sensato e giustificato/giustificabile ce ne sono sempre meno, la dipartita di un personaggio come Dorfles lascia un altro triste spazio vuoto, in senso culturale e umano, nonché difficilmente – forse impassibilmente  – colmabile, per questo nostro barcollante paese.

Flaiano semper docet!

Tornare a leggere il grandissimo Ennio Flaiano (lo sto facendo con il suo Diario Notturno, come forse avrete notato) in questo particolare periodo per il paese – periodo di campagne elettorali e votazioni imminenti, nel quale l’Italia riesce sempre (e sempre più) a dare il peggio di sé – è veramente significativo. Non solo ci si rende nuovamente e inequivocabilmente conto di come la situazione politica in Italia è sempre più grave ma sempre meno seria (Flaiano scrisse quel suo famoso aforisma nel Taccuino del 1954!), anzi: ci si capacità del fatto che non c’è alcuna via di salvezza, da essa. Almeno per chi o cosa continui a esserne sottoposto, per necessità o (peggio) per scelta. Semmai, come già dissi qui, l’unica possibilità di salvezza è dalla parte opposta. Totalmente opposta.