[Immagine tratta da qui.]In un paese come l’Italia che già da tempo si distingue in modo negativo sull’attenzione che pone all’uso della bicicletta, il governo ha recentemente azzerato, su (ignobile) iniziativa del ministero competente, i fondi per le infrastrutture ciclabili. Ma non è certo un problema di schieramenti politici, visto che dal 2020 al 2030, i governi italiani hanno messo a bilancio quasi 100 miliardi per l’auto, poco più di uno per la bici: cento volte meno, insomma (qui trovate un ottimo dossier al riguardo, curato da CleanCities). Con il risultato che le strade sono sempre più intasate di traffico e nel frattempo gli incidenti che coinvolgono i ciclisti aumentano di continuo. E comunque, ribadisco, non è certo un problema che nasce due o tre anni fa, questo, ma viene da lontano e da una più profonda, generalizzata negligenza politica e amministrativa. Peraltro, di quanto l’Italia sia ancora arretrata al riguardo ne ha parlato anche un recente articolo de “Il Post”, che contiene dati assai significativi per farsi un’idea chiara della noncuranza istituzionale italiana verso biciclette e ciclisti.
Posta questa realtà di fatto, parecchio disonorevole, risulta ancor più “sorprendente” – in senso negativo, per non scrivere direttamente sconcertante – la recente proliferazione di ciclovie ad uso prettamente turistico soprattutto in montagna e sovente a quote alte, che sembrano diventate il nuovo “testo sacro” del turismo per innumerevoli località montane, che siano già sciistiche oppure, forse in maniera maggiore, che non lo siano, e alle quali vengono destinati milioni e milioni di finanziamenti pubblici.
[Immagine tratta da qui.]Un fenomeno alquanto disorientante, a ben vedere: mentre nelle aree altamente urbanizzate le amministrazioni pubbliche non solo “faticano” a creare percorsi per il transito ciclistico ben fatti, diffusi e sicuri, mettendo spesso in atto azioni propagandisticamente definite “risolutive” ma che spesso non risolvono e anzi aggravano il problema – risultato: ben 220 persone decedute in incidenti in bicicletta nel 2021, più di una ogni due giorni –, nei territori montani si costruiscono chilometri e chilometri di ciclovie ad uso maggioritario di turisti che facilmente utilizzano la bicicletta, rigorosamente elettrica, solo nei periodi di vacanza e soltanto per scopi ludico-ricreativi (e per questo abbisognano di percorsi i più lisci e agevoli possibile), spesso con impatti ambientali notevoli e altamente discutibili che vanno a deteriorare spazi in quota a volte ancora incontaminati, e ciò solo perché questa modalità di frequentazione (o di fruizione, termine forse più adatto) delle montagne viene spinta come il non plus ultra attuale, la nuova frontiera del turismo montano, il mood super wow da n-mila like su Instagram e TikTok – ovviamente “eco”, “green”, “sostenibile”, eccetera.
Ovvero, in soldoni (letteralmente): da una parte, dove ci sarebbe da investire sempre di più, si azzerano i fondi pubblici; dall’altra, dove ci sarebbe da investire nel modo più oculato possibile, i fondi pubblici si sperperano.
E per dirla in altro modo: da una parte le persone ci lasciano le penne, dall’altra ci lascia le penne la montagna.
[Immagine tratta da qui.]Ditemi voi se vi sia qualche logica in tutto ciò – che non sia meramente “politica”, ovvero di ricerca e conquista di tornaconti particolari da parte dei sostenitori di quegli interventi montani. Ditemi voi se vi sia qualche traccia di sviluppo, di cultura, di sostenibilità ambientale, di connessione alla realtà delle cose, di visione del futuro. Magari c’è e sono io che non la vedo, non so. Però i mazzi di fiori lungo le strade sui luoghi di qualche incidente mortale in città e i continui nuovi nastri di cemento in mezzo ai prati a 2000 e più metri di quota, be’, queste cose le vedo molto bene. Ecco.
N.B.: per prevenire le critiche di chi “concentra” troppo la propria visione della questione, rimarco che il nocciolo di essa non sta nei suoi singoli elementi – la ciclovia, la pista ciclopedonale, l’ebike, il ciclista di montagna o di città, eccetera – ma nel quadro complessivo di essa e soprattutto nella gestione – o nella non gestione – da parte di chi ha voce istituzionale in capitolo, dalla cui frequente illogicità d’azione deriva tutto il resto o quasi.
Egregi automobilisti italiani, permettetemi di inviarvi (non a tutti voi ma a parecchi, comunque tanti, fin troppi) una lettera aperta, che per massima chiarezza e comprensibilità rendo estremamente didascalica e sviluppo nei seguenti dieci punti:
La “freccia”, vi rammento, non è solo quella cosa che tirano gli indiani ai cowboys nei film western, ma l’indicatore luminoso (una leva alla sinistra del volante, usualmente) che dovete utilizzare sempre quando svoltate. Sennò siete pericolosi, oltre che maleducati.
Se guidate un’auto, non guidate un bus o un autoarticolato, dunque quando curvate non fate come se foste alla guida di un mezzo lungo vetri metri occupando la corsia opposta per pensare di curvare più agevolmente. Non serve a far curvare meglio la vostra auto, ma di certo serve per dimostrare che non siete così bravi a guidarla.
Se la nostra società ipermediatica costringe tutti noi a stare sempre al centro dell’attenzione, ciò non significa che voi dovete pure stare sempre al centro della carreggiata. Si tiene la destra, guidando, non si sta in mezzo. Ribadisco, non guidate un bus, la corsia destra della strada che percorrete basta e avanza, normalmente, per la vostra auto.
Le persone che vedete ferme in corrispondenza delle strisce pedonali non stanno ammirando quanto siano ben disegnate sull’asfalto, e anche se fosse non hanno bisogno di interi minuti per constatarlo. Dunque fermatevi e fatele passare, appena le vedete lì, e possibilmente senza guardarle come se fossero dei delinquenti che attentano alla vostra vita quotidiana. È il contrario, semmai, se non vi fermate.
Ricordatevi che se state alla guida col cellulare in mano, prima o poi qualcun altro starà in piedi col cellulare in mano. Accanto a voi e alla vostra auto distrutta per chiamare un’ambulanza – ma forse non lo scorgerete dacché sarete incoscienti e, mi auguro, non troppo gravi.
Se non avete ancora capito come funzionano le rotonde, fermatevi al loro ingresso e rifletteteci sopra. Almeno così non rappresenterete un pericolo per quelli che l’hanno già impegnata.
Guidate con indosso un’armatura medievale con tanto di lancia? No? Bene, allora, negli spazi atti al parcheggio libero, non c’è bisogno che tenete metri e metri tra un’auto e l’altra. Dalla vostra ci scendete comunque agevolmente anche se non siete filiformi e così non rubate posto ad altri automobilisti che vorrebbero parcheggiare lì ma per il vostro menefreghismo metrico non possono.
Se è inverno e avete l’auto fredda oppure i vetri appannati, non immettetevi sulle strade andando per lunghi tratti a 20 all’ora e generando code chilometriche. Aspettate che l’auto vada in temperatura o pulite i vetri e quindi avviatevi – questione di una manciata di secondi in più, mica di ore.
No, non funziona come in Formula Uno che per sfruttare la scia aerodinamica le macchine restano attaccate al posteriore di quelle che le precedono. Sulle strade pubbliche non serve restare così vicini alle altre auto: è solo pericoloso, oltre che maleducato.
E se utilizzaste i mezzi pubblici più di frequente invece che la vostra auto guidandola come solitamente fate? Eh?
Ecco, questo avevo da scrivervi, con questa “lettera aperta” – che “invio” pure a me, sia chiaro, dacché a mia volta sono un’automobilista. E che ora chiudo, ringraziandovi per la lettura e, con l’occasione, porgendo i miei ora non troppo cordiali ma spero in futuro di più saluti.
Suvvia, diciamoci la verità: come potrà mai andare bene un paese le cui strade sono così inverosimilmente disseminate di tombini, posizionati sulla carreggiata a mentula canis?