Visitando “Klein Fontana. Milano Parigi. 1957-1962” a Milano

01-IMG_20150222_122456L’arte è uno degli strumenti migliori e più efficace per esplorare il mondo e rivelarcene realtà e verità, inutile rimarcarlo. Quand’essa diventi avanguardistica, può persino andare oltre quel limite mondano, ed esplorare anche quanto vi sia al di là, verso lo spazio senza confini, verso l’infinito. Può compiere tale inopinata esplorazione in senso concettuale e metafisico, senza dubbio, ma in certi casi anche ottenendo risultati assolutamente concreti e, per così dire, spaziali.
Yves Klein e Lucio Fontana, che in una mostra assai particolare il Museo del Novecento di Milano (ri)mette in dialogo, attivando nuovamente quel rapporto che lì unì – indipendenti eppure assai legati, sotto molti aspetti – quasi sessant’anni fa sull’asse Parigi-Milano, sono stati definiti due cosmonauti. Erano i tempi, quelli del lustro abbondante preso in esame dalla mostra, nei quali una nuova, inconcepibile frontiera si stava aprendo per il genere umano, quella dello spazio, grazie prima al lancio dello Sputnik e poi al volo orbitale di Gagarin e dei primi cosmonauti russi/americani. Una vera e propria rivoluzione, almeno idealmente: l’uomo che ormai già allora conosceva tutto o quasi del pianeta che abitava, si trovava a disposizione uno spazio di esplorazione e di avventura senza alcun limite effettivo. L’infinito, appunto, verso il quale finalmente si poteva affacciare e cominciare a muovere per conoscerne la realtà e svelarne i misteri.
37207_klein-fontana-mostra-milano-111Per un processo non casualmente coincidente, dal dopoguerra anche certa arte, quella più avanguardista e sperimentale, cominciò a riflettere su come andare oltre il sempre più prossimo limite dell’arte figurativa e di derivazione “classica”. Era stato fatto quasi tutto quanto, soprattutto in pittura: come poter rinnovare, come poter sfuggire al recinto teorico, tecnico e tematico che sempre più strettamente si stava chiudendo intorno all’artista? Lungo due strade inizialmente diverse ma che in breve si ritrovarono convergenti e parallele – parallele, rimarco, non sovrapposte! – Klein e Fontana cercarono buone risposte a quelle domande, in sé stessi prima e nella loro arte, poi. E le trovarono: risposte potenti, concettualmente avanzatissime, rivoluzionarie proprio come quei primi viaggi al di fuori dell’atmosfera terrestre verso lo spazio profondo. Si imbarcarono sui propri personali razzi spaziali, accesero i motori e volarono verso l’alto, dove molti colleghi nemmeno concepivano di poter andare, dove molti critici ed “espertoni” – i soliti che tutt’oggi infarciscono la critica artistica con la loro inarrivabile dote di non capire, sovente, l’arte più innovativa e rivoluzionaria, per ignoranza o per dolo – nemmeno più furono in grado di vederli, e di comprendere quel loro volo cosmico. Fontana con – serve citarli? – il suo Concetto Spaziale esplicato nelle diverse forme conosciute, e i tagli nelle tele senza i quali, probabilmente, buona parte dell’arte contemporanea (non solo quella più sperimentale) non esisterebbe; Klein con la sua ricerca artistica in transito dal Monochrome all’esplorazione del vuoto, il tutto sullo sfondo del suo fantastico International Klein Blue: non un semplice nuovo colore nel tono del blu ma – spiritualmente – il colore dello spazio, appunto.
I loro razzi in volo nel cosmo si affiancarono, dal quel 1957, e volarono l’uno accanto all’altro, su rotte a volte diverse ma entrambe puntate nella stessa direzione. Ci si rende conto di ciò proprio nella sala del Museo del Novecento dedicata a Fontana, nella quale, tra le grandi vetrate ad arco affacciate su Piazza Duomo (ovvero sul mondo terreno, mi viene da dire) sono state contrapposte la Scultura al neon di Fontana, del 1951, e una riproposizione della grande installazione Pigment pur di Klein presentata nel maggio del 1957 alla Galerie Colette Allendy di Parigi. Sullo sfondo blu dello spazio kleiniano si riflette una sorta di luminoso tracciato stellare, scie di corpi celesti che sembrano doversi tuffare da un momento all’altro, da quella loro sospensione, nel sottostante macro-microcosmo blu puro pronto ad accoglierli. Concetto, metafisica, poesia, filosofia, estetica, arte, il tutto portato al massimo livello di espressività.
D’altro canto, la sala Fontana appena descritta in tale suo allestimento è una delle poche nel quale, lungo il percorso espositivo, le opere di Klein e Fontana sono poste in dialogo e confronto diretto. La mostra, negli ambienti del Museo del Novecento, è allestita in maniera spezzettata e, forse, un poco confusa per il non troppo esperto d’arte contemporanea. Non è un difetto, sia chiaro, dacché credo sia stata soprattutto una inevitabile necessità dettata dalle possibilità logistiche offerte dalla struttura museale milanese. In effetti, forse la suggestione più forte nel visitare la mostra li si ha nell’ultima sala, totalmente dedicata alle opere dei due artisti che si fronteggiano, si confrontano, colloquiano, si armonizzano e si legano, permettendo finalmente al visitatore di essere avvolto dall’arte dei due artisti e di immergersi nei temi e nei concetti da essa espressi, comprendendo fin dal primo colpo d’occhio la differenza di forma delle opere e parimenti la contiguità sostanziale, dacché il viaggio spaziale dei due qui offre numerosi riverberi e ricadute artistiche nuovamente terrene – ad esempio le Anthropométrie di Klein, oppure La fine di Dio di Fontana. Di contro, potrei anche dire che il dover vagare per il Museo nel seguire il percorso espositivo della mostra permette di trovarsi di fronte a molte altre opere sublimi custodite dal museo stesso – ad esempio nella saletta dedicata a Piero Manzoni, altro rivoluzionario assoluto dell’arte del Novecento, che a sua volta ebbe non pochi contatti sia con Klein che con Fontana il quale peraltro fu sempre suo grande sostenitore.
In ogni caso: mostra bellissima per due artisti insostituibili ai quali l’arte di oggi deve moltissimo. E già questo potrebbe – anzi, dovrebbe essere un motivo indubitabile per visitarla.

Cliccate sulle immagini in testa al post per visitare il sito web del Museo del Novecento e conoscere ogni informazione utile alla visita della mostra, oppure QUI per leggerne la cartella stampa.

P.S.: le fotografie della galleria che correda tale articolo le ho fatte personalmente con uno smartphone durante la visita alla mostra, ergo non fate troppo caso alla loro non eccelsa qualità!

E’ giunta l’ora che anche le formiche-libraie nel loro piccolo s’incazzino, finalmente!

anantday_01Torno sulla questione “editoria indipendente (con annessi e connessi) sotto attacco”, dato che, come denotavo in chiusura del mio precedente articolo sul merito, la situazione è in progress e in costante evoluzione, e infatti la settimana si è rivelata parecchio agitata – fortunatamente, aggiungerei… o forse no. Insomma, vediamo alcuni degli eventi accaduti ragionandoci sopra un attimo.
Anzi, prima permettetemi di ribadire la mia ferma convinzione sulla questione: i grossi gruppi editorial-industriali, con la propria struttura di potere in fase di evidente e strategica concentrazione, hanno deciso di fare il più possibile piazza pulita della filiera editoriale indipendente, con lo scopo di assicurarsi e accaparrarsi – in tali periodi di magra commerciale sempre più accentuata – le quote di vendita dell’editoria indipendente. La stanno soffocando, per avere un poco di ossigeno in più per sé stessi, credendo così di salvaguardarsi dal periodo negativo in corso. Punto. Da tale convinzione nessuno al momento può smuovermi, e farò di tutto per convincere pure chi non vi crede che potrei veramente aver ragione. Drammaticamente aver ragione.
Posto ciò, in settimana si è acuita la protesta verso la probabile revisione della legge Levi in tema di scontistica applicata sul prezzo di vendita dei libri: su change.org gira una petizione al proposito, intitolata Non stravolgete la Legge Levi, uccidereste le librerie indipendenti. Non credo sia la prima, non l’unica e non sarà nemmeno l’ultima, purtroppo – e dico “purtroppo” perché temo non sia che l’ennesima iniziativa isolata di un battaglione che continua a muoversi per piccole guarnigioni, senza ufficiali di collegamento. E la scarsità di adesioni raccolte al momento in cui sto scrivendo il presente testo è piuttosto disarmante.
Di contro, nel silenzio assordante delle istituzioni (che parlano, sì, ma verso altre orecchie – modifiche alla Legge Levi docet!), c’è qualcuno in esse che quanto meno comincia a cogliere il dissenso della filiera editoriale indipendente: ad esempio l’onorevole Giovanni Paglia, che sugli organi del suo gruppo parlamentare afferma che “abolire il prezzo imposto e il tetto massimo di sconto equivale sostanzialmente a favorire i grandi gruppi editoriali e le grandi catene librarie nonché Amazon. Richiedere quindi che il tema sia stralciato dalla bozza in circolazione e trattato separatamente a seguito di un confronto con gli esercenti mi pare una semplice richiesta di buon senso e noi la sosterremo.” Ora: di affermazioni apparentemente virtuose i politici italiani ne fanno a vagonate ogni giorno; che ad esse seguano poi fatti concreti è cosa che, sapete bene, risulta troppo spesso evanescente. Tuttavia prendiamo come utile e potenzialmente buona l’iniziativa dell’esponente della Camera, quanto meno come strumento d’opinione a supporto delle iniziative messe in campo contro la revisione della Legge Levi.
Peraltro, nelle sue affermazioni, l’on. Paglia ricorda l’appello che i librai indipendenti della provincia di Ravenna hanno formulato e rivolto ai propri parlamentari eletti nel territorio – tra cui c’è appunto lo stesso Paglia – i quali librai rimarcano che “abrogare la Legge Levi e liberalizzare il settore dell’editoria senza prima ascoltare le esigenze della Categoria interessata, quella dei piccoli librai indipendenti, non è accettabile.” Ottima iniziativa, quella dei ravennati, controfirmata da 16 librerie. Sedici: per questo, un’altra azione del tutto isolata, certamente virtuosa e utile a livello locale ma in senso assoluto priva di forza e di efficacia, inevitabilmente, se non supportata a sua volta da altre iniziative simili, sparse altrove e possibilmente un po’ ovunque sul territorio nazionale.
Infine (ultimo ma non ultimo, tuttavia!), mi pare interessante segnalare l’ultimo intervento “pubblico” di Romano Montroni, attuale presidente del Centro per il Libro e la Lettura, lo scorso 11 febbraio alla trasmissione di Radio 3 Fahrenheit, condotta da Loredana Lipperini. In esso Montroni (che è di scuola feltrinelliana, non bisogna dimenticarlo, dunque di formazione potenzialmente avversa alla causa della filiera editoriale indipendente) ha spero parole di sostegno inopinatamente accorate a favore della salvaguardia dell’editoria indipendente – forse perché negli ultimi tempi si è reso conto dei danni fatti durante la sua precedente carriera professionale, come mi ha fatto sarcasticamente notare un amico librario.

Ok, vediamo ora di tirare un poco le somme circa quanto sopra esposto, per vedere di trarne qualche indicazione utile.
Battaglia sulla Legge Levi: sacrosanta a dir poco, ma permettetemi due osservazioni. Uno: si faccia di tutto per bloccare lo scempio previsto dall’imminente “DdL Concorrenza”, ovviamente; ma perché la filiera editoriale indipendente deve sempre agire a difesa di propri diritti? Perché deve sempre rincorrere e mai farsi (in)seguire, mai ad agire all’attacco? Drammatica mancanza di forza politica e commerciale, la risposta vien da sé. Due: la battaglia contro la modifica della Legge Levi è sacrosanta, lo ripeto, ma non dimentichiamoci che si sta difendendo una legge che è la meno peggio si sia riusciti a ottenere, e delle cui norme quasi sempre la grande editoria s’è fatta un baffo, aggirandole impudicamente e impunemente. Si vincerà la battaglia, è augurabile, ma per vincere la guerra ce ne corre ancora un sacco.
Questione distribuzione: nuovamente mi ripeto e rimarco come i nuovi assetti sulla distribuzione editoriale italiana credo servano anche (se non soprattutto) a soffocare la filiera indipendente. Come afferma Manolo Morlacchi di Booklet – un’esperienza di distribuzione editoriale “diversa” sulla quale probabilmente tornerò, a breve – in un articolo uscito su Tropico del Libro, “L’editoria, come ogni altro ambito, ha una sua filiera. Tra le sue tante contraddizioni (alcune specifiche del settore) vi è quello della concentrazione dei capitali in funzione delle esigenze dei monopoli del mercato. Ciò avviene, a velocità accelerata, in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando. Al movimento di questo schiacciasassi non sfugge nessuno.” E’ in corso la creazione di un monopolio, insomma, o alla meglio di un oligopolio lobbistico e autoritario. Cosa fare dunque, per evitare di finire ancor prima di rendersene conto sotto il citato schiacciasassi? Beh, una cosa sola c’è da fare: unirsi per generare forza. E incazzarsi, finalmente e possentemente. E’ giunta l’ora che la filiera editoriale indipendente (ri)trovi la sua identità, la sua unicità, la consapevolezza che nell’essenza non sarà mai uguale alla grande editoria, ma che maneggiando la stessa sostanza deve – e ribadisco, deve – poter godere di uguali diritti rispetto ai suddetti grandi gruppi editoriali. “Libero mercato” significa compartecipazione a uguali diritti e simili possibilità di sviluppo. Poi è ovvio, i numeri saranno sempre diversi, ma ciò non significa che i diritti debbano essere proporzionalmente più o meno riconosciuti.
Ci vuole unità, ci vuole collaborazione tra i vari soggetti della filiera editoriale indipendente – tra tutti i soggetti, a partire dall’editore fino al lettore dei prodotti dell’editoria indipendente possibilmente acquistati presso librerie altrettanto indipendenti, e coinvolgendo pure altri soggetti affini quali piccole biblioteche, enti culturali che lavorano con i libri e la lettura. Una rete, fittamente intrecciata e diffusa, nella quale anche il singolo, sommato a tutti gli altri singoli, diventi un’entità importante e imponente, uno che, quando apre bocca, finalmente si possa distintamente sentire e possa rivaleggiare con le più supponenti voci della grande editoria, e non scomparire nel rumore di fondo come mille flebilissimi bisbigli. Pur innumerevoli formiche che assalgono un elefante ma ciascuna a suo modo, non faranno che provocargli un minimo solletico, al massimo; tante formiche coalizzate che portano attacchi possenti, precisi e mirati, faranno vacillare pure il più grosso bestione!
In fondo, la grande editoria è un gigante dai piedi d’argilla, non scordiamolo – e proprio le mutazioni d’assetto nel sistema editoriale nazionale provano ciò. Se essa oggi vale “100”, e ci sono tanti “1” indipendenti che la combattono con mere iniziative lodevoli tanto quanto singole e isolate, l’unica strategia efficace da seguire è quella di sommare tutti gli “1” per ricavarne un numero ben più elevato. E state certi che se l’editoria indipendente in tal modo riuscisse anche solo ad arrivare a “60” o “70”, i grandi editori comincerebbero a sentirsi molto meno baldanzosi, molto meno impudenti e ben più insicuri!
Al solito, non mancherò di seguire gli ulteriori sviluppi sui temi qui trattati, auspicando che nel frattempo le formiche-piccoli editori-librai indipendenti finalmente si decidano a incazzarsi, a unirsi, ad agire compatti  e a non lasciarsi soffocare senza alcuna buona ed efficace reazione.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Bendati in un campo minato: gli editori e i librai indipendenti e i nuovi assetti della distribuzione editoriale in Italia

img_0822Lavorare nel settore dell’editoria indipendente oggi, in Italia, sia in qualità di editore che di libraio, è sempre più simile all’attraversare un campo minato con gli occhi bendati e con intorno numerosi cecchini pronti a sparare. Oltre alle problematiche legate alla probabile revisione della legge Levi sul prezzo di vendita dei libri, e sulla scontistica applicabile, vi sono altre questioni che sembrano strategicamente studiate per togliere la terra da sotto i piedi dell’editoria e della vendita libraria indipendenti, e per lasciare sempre più campo libero al dominio dei grossi gruppi editoriali/industriali. Il tutto, sia chiaro, senza che la cosa fondamentale della questione stessa, ovvero la qualità della diffusione editoriale e letteraria, sia tenuta in gran conto, quasi fosse una conseguenza secondaria rispetto alle mere mire finanziarie dei soggetti che stanno portando avanti il tutto.
In particolare, voglio ora fare riferimento ai recenti movimenti di fusione tra alcuni dei più importanti distributori editoriali italiani: Messaggerie/Fastbook e Feltrinelli/PDE, che lo scorso anno hanno creato una nuova joint venture che vale circa il 60% della distribuzione nazionale, con il bene placito dell’AGCM (l’autorità antitrust, per intenderci) giunto sul finire dell’anno e il parere favorevole dei grandi editori. La cosa troverebbe giustificazione nell’attuale situazione di crisi del settore, per via della quale le due società ora unite “ritengono che l’unico modo per continuare a garantire una distribuzione del canale tradizionale delle librerie in modo economicamente sostenibile sia il raggiungimento di economie di scala e sinergie conseguibili soltanto attraverso la realizzazione dell’operazione notificata. I risparmi derivanti dall’aggregazione potranno tradursi in prezzi maggiormente competitivi e più elevati livelli di efficienza del servizio offerto, senza dubbio auspicabili nel momento storico di forte contrazione che vive il mercato della distribuzione dei prodotti editoriali attraverso il canale tradizionale delle librerie.
Tutto bene, dunque? Niente affatto, dal momento che tale operazione, unita ad altri eventi nel frattempo avvenuti, ad esempio la chiusura (per fallimento, ovviamente) di alcuni distributori indipendenti e/o di magazzini di distribuzione locali, particolarmente utilizzati dai piccoli librai, non fa altro che infilare nuovi e numerosi bastoni tra le ruote del già traballante carro dell’editoria e della vendita libraria indipendenti, che si ritrovano ora in balia di nuove realtà controllate dai grossi gruppi editoriali, dotate a loro volta di proprie librerie di catena, le quali non hanno affatto interesse a togliere risorse alla propria distribuzione per garantire un buon servizio ai piccoli editori e ai librai di quartiere. Al di là poi del fatto che il valore del 60% in termini di distribuzione nazionale del nuovo gruppo è ben oltre la soglia del 40% che, teoricamente, l’AGCM stabilisce come limite oltre il quale si delinea una posizione di dominanza commerciale, quali sono gli altri soggetti che occupano la restante parte del mercato distributivo? Mondadori, RCS e Giunti, ovvero tutti gruppi a loro volta dotati di una propria produzione editoriale, di proprie librerie e che per ciò non curano affatto la distribuzione di terzi, ne a favore dei piccoli editori e ne dei librai indipendenti.
Si sta formando (o si è già formata, sostanzialmente) una sorta di oligarchia editoriale, conformata per salvaguardare e favorire i soggetti industriali di riferimento e lasciare a piedi o quasi tutto il comparto indipendente. Oltre al danno, vi è pure in tutto ciò una ignobile beffa: secondo Messaggerie e Feltrinelli la joint venture non penalizzerà gli editori che non diverranno clienti della nuova compagine societaria (tutti i piccoli, in pratica), i quali potrebbero vendere sul web utilizzando canali propri (improbabile, per via dei costi) oppure di terzi, “primo tra tutti Amazon”. Che è un po’ come mettere in mano al soggetto che già soffoca i piccoli editori e librai pure una pistola carica, pronta a sparare: o l’editoria indipendente si affida al proprio aguzzino Amazon, affidandole il suo destino, oppure s’attacca, visto che, appunto, sperare che il comparto si possa reggere in piedi solo contando sulle vendite web è pura utopia. Con buona pace di tanti blablabla sulla necessità di contrastare il dominio web di Amazon, appunto!
Non è un caso, insomma, che gli unici a levare parole di protesta contro i movimenti che stanno cambiando la realtà editoriale italiana siano i piccoli editori e la relativa filiera indipendente: si ritrovano ostaggi del sistema di controllo del mercato dei grossi gruppi editoriali, senza distributori di riferimento affidabili, costretti ad accettare condizioni di vendita per le quali non possiedono forza di discussione contrattuale e disagi dovuti alla precedenza che i suddetti distributori riservano agli “amici” grandi editori, privati (strategicamente, insisto) dei minimi strumenti commerciali di sopravvivenza. Il tutto senza alternative attualmente presenti nella realtà nazionale ovvero possibilità di affrancamento da questo soffocante sistema.
Si sta cercando di fare piazza pulita dell’editoria e della vendita libraria indipendente, in poche parole, per creare spazio commerciale ai grossi gruppi editoriali e alle loro pubblicazioni sovente assai scadenti. Ma a che pro, tutto ciò? Siamo sicuri che tali mutazioni del mercato porteranno autentici benefici ai lettori? Appunto, i lettori: ma i signori che in base a meri calcoli di convenienza commerciale e finanziaria stanno pilotando il mercato verso questa nuova situazione, hanno pensato ai lettori? Hanno pensato al valore socio-culturale della diffusioni di libri e della lettura tra la gente? La concentrazione di potere nel comparto editoriale sta già andando avanti da qualche tempo, eppure i dati di vendita dei libri in Italia, ovvero di diffusione della lettura tra gli italiani, sono sempre più negativi: verrebbe da ritenere senza troppi dubbi che qualcosa non va, tuttavia si continua nella strategia intrapresa, alla faccia di tutto e di tutti. O il comparto è nelle mani di adepti dell’autolesionismo suicida, oppure di individui ai quali del libro, della lettura e della cultura relativa non interessa un bel nulla.
La situazione al momento è ancora in progress e piuttosto confusa: non mancherò di seguirne gli sviluppi, ma nuovamente ribadisco la necessità ormai assoluta di reazione, da parte del comparto editoriale indipendente. Non credo sia il caso di lasciarsi soffocare, senza fare nulla.

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Drogati di libri! (O forse no…)

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Solita retata di spacciatorileggo dai media – solite modalità di spaccio, solito squallore di una società allo sbando per sua gran parte, fatta di persone “normali” provenienti da ogni ceto e classe sociale, quelle persone normali così spesso elevate al rango di bravi cittadini e prese ad esempio “virtuoso” per qualsiasi scempiaggine che invece miri a colpire chi è diverso (in qualsiasi senso, anche solo perché pensa diversamente rispetto alla massa), per poi dimostrare – come se ce ne fosse bisogno poi, in certi casi! – tanti di quegli scheletri nell’armadio da far impressione a un ossario medievale al tempo della peste ovvero una turpitudine umana da brividi e, considerazione personale, spiegare inoltre certi comportamenti che spesso vedo in giro di cui non riesco a capacitarmene, oltre che spiegare quanto poi su di essi viene poggiato e imposto (vedi sopra circa le scempiaggini citate).
Comunque, a parte questo… Sulle notizie in merito leggo pure di

“(…) un 60enne che è finito per essere ascoltato dagli agenti in quanto consumatore. Il signore avrebbe riferito ai poliziotti di fare uso di cocaina per poter combattere la stanchezza alla sera, potendo così dedicarsi alla passione per la lettura.”

Ohibò! (o “‘Estica**i!” per voler essere più figo, fate voi!) Cioè, il tizio si farebbe di coca – peraltro di quella attuale, che sembrerebbe ben più sballante d’un tempo (!) – per non crollare di stanchezza e di sonno la sera e così leggere di più, soddisfacendo in tal modo la propria passione (irrefrenabile a quanto pare) per la lettura???
Ok, di fronte a siffatta notizia di cronaca vi propongo un sondaggio, ovvero alcune considerazioni tra cui scegliere quella che a vostro parere può essere la più indicata sul merito.
Dunque…

Un tizio 60enne dichiara di farsi di cocaina per poter contrastare la stanchezza serale e dedicarsi alla propria passione per la lettura. Che ne pensate?

  1. Vecchio ipocrita drogato!
  2. E’ un tizio ammirevole, anche se forse il rapporto tra soldi spesi per le dosi, quelli spesi per i libri e tempo guadagnato non è dei più redditizi.
  3. Potrebbe essere un’idea per rivitalizzare le vendite di libri in Italia, previa liberalizzazione delle droghe (ma solo in libreria).
  4. Dipende da che libri legge. Se si droga per poi leggere Fabio Volo, dategli l’ergastolo!
  5. Dipende da che libri leggeva. Forse è diventato cocainomane per aver letto un libro di Fabio Volo.
  6. Era più credibile se dichiarava di drogarsi per girare tre film porno a notte con una dozzina di ventenni ciascuno.
  7. Boh!
  8. Sempre detto che a fare i recensori su richiesta delle case editrici poi si finisce male!
  9. Non ho tempo di rispondere a questo sondaggio, ho il pusher di fiducia che mi aspetta ai giardini pubblici.
  10. Non c’è limite al peggio (n.b.: risposta passepartout: se non si sa cosa dire fa sempre la sua bella figura.)
  11. Non ho capito la domanda.
  12. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. E voglio il mio avvocato.
  13. __________________________________________ .

Ovviamente la risposta 13) presuppone che possiate anche aggiungere ulteriori vostre considerazioni sulla questione.

Ah, una cosa per finire – ça va sans dire: siate drogati di libri, ma sempre in senso metaforico, eh!

“Poca” spesa, tanta resa (culturale): l’esempio di Lissone e del suo MAC

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La cultura in Italia è messa male. Malissimo, anzi. E sovente è messa così per “imposizione” istituzionale – di quelle istituzioni in mano ai numerosi signor “con la cultura non si mangia” (sì, scusate ma insisto sempre molto su ‘sta cosa) che piuttosto che offrire alla società dell’ottimo cibo per la mente, si occupano solo al ben più bieco cibo per le loro “panze” e saccocce, terrorizzati dal fatto che, con la cultura, la gente probabilmente penserebbe di più e dunque diverrebbe quanto di più ostile al loro sistema di potere.
Ma tra i troppi che, per quanto appena affermato, sono stati da tempo trasformati in prede della più letale abulia intellettuale e culturale, ce ne sono alcuni che con mirabile orgoglio e senza troppi mezzi, ovvero senza il supporto di realtà adeguate ai loro fini, riescono a mettere in piedi e realizzare cose a dir poco fondamentali per preservare e diffondere la cultura nella nostra società, anche dove, per l’appunto, non ci si aspetterebbe di poterla trovare. Esempio che trovo mirabile di ciò è il MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, cittadina alle porte di Milano e dunque potenzialmente nell’ombra di tal gigante urbano e di tutte le sue prerogative – culturali e non – senza contare poi le solite dissertazioni sociologiche sulle problematiche delle periferie delle grandi città nell’era postmoderna e postindustriale che stiamo vivendo, eccetera eccetera. Invece, anche da questo punto di vista, il MAC di Lissone dimostra come la cultura, quando viene inserita in modo concreto, visibile e fruibile in contesti potenzialmente infecondi, non solo rende esteticamente più belle le realtà urbane che la ospitano, ma contribuisce ad evitare loro qualsiasi pericoloso degrado, aiuta a ridare vita a parti di essa altrimenti destinate all’oblio (non solo architettonico) e dunque al divenire elemento di abbruttimento civico e, inesorabilmente, diviene un prezioso volano per vitalizzare l’intera città, trainando dietro di sé innumerevoli altre piccole/grandi iniziative di simile genere e importanza.
MAC-Lissone
In breve, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea, appunto – è un piccolo ma bellissimo e assai dinamico luogo d’arte con il quale, una quindicina d’anni fa, un’illuminata amministrazione comunale ha saputo prendere con una fava i classici due piccioni – anzi, tre: dare una sede ufficiale alla raccolta delle opere già di proprietà comunale e prima ospitate nel polivalente Palazzo Terragni (primo piccione) e riqualificare l’area della stazione ferroviaria locale, che come molte aree simili altrove diventa spesso zona non esattamente raccomandabile, in assenza di interventi urbanistici di interesse sociale (secondo piccione). E quando in altre realtà amministrazioni moooolto meno illuminate alla parola “riqualificazione” ci attaccano “centro commerciale” o altro di simile, a Lissone si è deciso di valorizzare la parte più significativa dell’insediamento ferroviario originario, risalente ai primi anni del Novecento, svuotandolo e ingrandendolo con una nuova costruzione in stile contemporaneo per formare un unico volume costituito da tre livelli fuori terra e un livello interrato, trasformandolo in luogo museale dedicato all’arte contemporanea (terzo piccione!), quella che più di ogni altra oggi, almeno tra le arti visive, è in grado di interpretare in sé il concetto di riflessione culturale di senso pubblico. Col tempo, poi, da semplice sede della collezione di quadri contemporanei premiati ed acquisiti durante gli anni del Premio Lissone – altra bella iniziativa che dalla sua piccola fonte è scaturita con tale forza da divenire oltre modo prestigiosa – è divenuto sede vitale e attiva di numerose iniziative artistiche e culturali, rivolte sia al pubblico più vicino e già attento al panorama artistico che a quello meno coinvolto e interessato, portando avanti una mission di diffusione culturale che, appunto, non è soltanto proficua alla realtà del museo e alla sua salvaguardia ma, soprattutto, a quella della realtà urbana d’intorno, in un circolo virtuoso che diventa fondamentale per il benessere civico di tutta la città.
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Il tutto, inutile dirlo, a pochi passi dall’aspiratutto-Milano e certamente senza poter godere di chissà quali risorse, ma mettendoci tanta iniziativa, volontà, passione culturale, spirito costruttivo in un proficuo connubio tra iniziativa privata e supporto pubblico – particolarmente illuminato a Lissone, ribadisco, per come la suddetta riqualificazione urbanistica e culturale abbia consentito, oltre alla nascita del MAC, la realizzazione della nuova Biblioteca Civica di Lissone, una delle più grandi del milanese, con annessa la Biblioteca del Mobile e dell’Arredamento, unica esistente in Europa.
Insomma: lode e gloria a Lissone, al MAC e chi ha saputo realizzare e sa tenere viva e reattiva una realtà del genere. Di cultura se ne può fare ancora, tanta, e di qualità, facendo rendere al massimo ciò che si ha a disposizione, anche quando sia “poca roba”. Lissone, lo ribadisco, non è Londra o New York, eppure di fronte al gigante Milano sa difendersi con grandissimo onore se non, sotto molti aspetti, con ancor più apprezzabile merito. Se altre realtà simili, a volte meno politicizzate e influenzate dal sistema di potere di quelle più grandi, e a prescindere da una eventuale minor preparazione nei confronti delle arti contemporanee – non solo di quelle visive – da parte delle realtà istituzionali presenti, sapessero realizzare cose simili, pur in scale e modi differenti (nonché con altre iniziative culturali di qualsiasi sorta in altre discipline), credo che la cultura in Italia avrebbe certamente di nuovo davanti un futuro roseo. D’altro canto lo si ripete spesso che, vista la situazione in cui stiamo, la rinascita culturale nostrana non potrà che scaturire dal basso: beh, vediamo tutti quanti di rendere i pochi torrentelli oggi defluenti un inarrestabile fiume in piena!
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del MAC – e poi visitatelo nella realtà, ovviamente!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.