“Sclerare”

[Foto di Ryan McGuire da Pixabay ]
E poi ho sentito – con le mie povere orecchie, sì –  alcuni lagnarsi per il fatto di dover stare chiusi in casa per almeno quindici giorni, dicendo che «ah, io, a stare chiuso in casa due settimane sclero!»

“Sclero”, sì, voce del verbo transitivo gergale sclerare.

Il che mi fa pensare che a casa loro non abbiamo nulla di interessante da poter fare, buoni libri da leggere, hobby da praticare o che i rapporti interfamiliari non siano esattamente i migliori, ecco.

Be’, mi viene da dire che «andrà tutto bene» anche per loro, me lo auguro, ma in loro qualcosa è andato tutto male o quasi, già.

L’epitaffio del CENSIS

Quello pubblicato dal CENSIS qualche giorno fa non è “solo” il Rapporto sulla situazione sociale del paese, così come si intitola. Non è solo una fotografia dettagliata di come è messa la società italiana ad oggi, non è soltanto un’indagine statistica i cui dati delineano una certa realtà con le sue innegabili dacché scientifiche verità.

No. Quello del CENSIS è un epitaffio per l’Italia.

Un epitaffio, sì. Un discorso funebre, una iscrizione sepolcrale bell’e pronta per la tomba nella quale di questo passo verrà calato il corpo dell’Italia. Un “paese” politicamente morto, istituzionalmente quasi, culturalmente comatoso e socialmente catatonico.
“Paese”, poi, solo per mera convenzione, dacché l’Italia è sempre rimasta e sempre rimarrà nei termini «una mera espressione geografica», come disse il Metternich, giammai nazione perché mai quello italiano è stato un “popolo”, privo di qualsiasi identità culturale nazionale e incapace di formulare qualsivoglia concezione civica del paese in cui meramente vive.

Punto. Non c’è molto altro da aggiungere.
Tanto, anche a fronte dell’oggettiva, articolata e sentita denuncia sullo stato del paese che il Rapporto del Censis delinea e rende chiarissima, non accadrà nulla.
I politici se ne fregheranno, forse qualcuno traviserà le considerazioni del CENSIS per ricavarne qualche fake news strumentalizzante e propagandistica ma il tutto durerà qualche ora, non di più.
I media al solito si accoderanno ai loro “rais” politici, spareranno qualche titolone ad effetto e poi cancelleranno ogni articolo al riguardo in breve tempo.
Il “popolo” italiano, privo di qualsiasi senso civico (dacché mai educato ad averne uno) e sempre più analfabeta funzionale, non capirà affatto la portata del Rapporto (quanti lo leggeranno sul serio?) e continuerà a postare emerite cazzate sui social come principale impegno intellettuale quotidiano, poi votando i soliti ignobili politici che stanno distruggendo il paese e addirittura invocando “l’uomo forte”, come segnala il Rapporto, senza ovviamente comprendere che tale uomo forte sarà la massima rappresentazione del popolo stesso (che, come sempre, ha i governanti che si merita) e dunque il peggio del peggio: non colui che risolverà i problemi ma quello che li renderà definitivamente irrisolvibili, con tutti i danni letali conseguenti.

Quindi? Che fare?
Sarcasticamente, mi verrebbe da dire che ben venga quell’uomo forte invocato: così il paese sarà definitivamente distrutto e si genererà quella tabula rasa necessaria a costruire un paese nuovo e vero, una nuova e vera cultura civica, un’altrettanto vera società civile. Un futuro autentico e positivo, insomma.
Anche perché non si può nemmeno sperare che qualche paese straniero invada l’Italia: chi vorrebbe occupare un paese tanto disastrato e ingovernabile perché privo degli elementi culturali, sociali, antropologici necessari a qualsiasi buon governo?

Ma, ribadisco, tanto del Rapporto CENSIS tra qualche ora nessuno più parlerà. L’italiota società dei magnaccioni tornerà a cantare beatamente ma-che-ce-frega-ma-che-ce-importa e tirerà dritta, avanti così, a passi svelti e incrollabili verso il suicidio finale. Gli altri, vedranno di fuggire (se non l’hanno già fatto) in qualsiasi modo possibile alla catastrofe statale. Amen.

Cliccate sull’immagine per leggere e acquistare il Rapporto del CENSIS.

Nel mezzo del cammin

Capisco di essere nella fase della vita in cui la visione del mondo è mediata – o forse è mescolata – tra quella del retaggio giovanile e quella dell’evoluzione senile, quando vedo in giro gente che sta facendo una certa cosa e sempre metà della mia mente formula l’osservazione «Ma che fa quello? Risponde a una telefonata tenendo in quel modo stupido il cellulare?» mentre l’altra intuisce che il tizio sta inviando un “vocale” con Whatsapp – ma solo qualche istante dopo che la prima metà formuli quella considerazione.
Già.

P.S.: devo ammettere che c’è pure una residuale parte della prima metà che di primo acchito suggerisce che quella cosa in cui sembra che parli la gente nelle situazioni suddette sia una calcolatrice, non un moderno smartphone.

Troppo rumore, nessuna memoria (Paolo Rumiz dixit #1)

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“Anni fa una ragazza iniziò una ricerca su un maggio. Tornò da me delusa, aveva trovato solo quattro vecchi che ne avevamo sentito un’edizione quando erano bambini, e non ricordavano quasi nulla. “Torna”, le dissi, “e falli ricordare assieme”. Lei tornò e i quattro, aiutandosi tra loro, ricostruirono 260 delle 340 quartine di cui era composto il maggio. Incredibile? Niente affatto. Allora non c’era la tv a occupare la mente. Non c’era il rumore. Non c’era il ronzio di fondo che ci obbliga a non pensare e a consumare. Sai, credo che la demenza senile altro non sia che un hard disk pieno.”

(Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, 2007, pag.268)

Non è solo un danno da demenza senile, quello che Rumiz rimarca in questo passo (d’un libro del quale a breve troverete la recensione, qui sul blog). Anzi: forse i vecchi la memoria delle cose passate – spesso più importanti e meno futili di quelle del presente – ce l’hanno ancora, e forse tutti noi, vecchi e giovani, così sottoposti al costante e assordante bombardamento di stupidaggini d’ogni sorta che la nostra società ultramediatica ci propina quotidianamente, veniamo costretti a perdere la memoria – d’altro canto è ormai cosa assodata, questa.
Perché se invece la memoria la sapessimo conservare, non continueremmo a commettere gli stessi errori del passato, e la storia tornerebbe a essere magistra vitae. Di contro, chi ci comanda sa bene che, meno noi ricordiamo, più essi possono commettere (e reiterare) ogni nefandezza e restare impuniti.
Quel rumore di fondo che ci disturba e ci ottenebra la mente non è affatto casuale, teniamolo ben presente.

P.S.: il maggio, o maggio drammatico, è questo.