Vajont, 57 anni

[Fotografia dell’Ispettorato Vigili del Fuoco, terza circoscrizione, sede di Belluno, donate all’Onorevole Giacomo Sedati, Commissario del Governo per il Vajont, fonte ANSA/OLDPIX. Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]
Bastano le immagini – anche solo una, come questa – per non dimenticare mai il Vajont. Le parole, pur importanti e necessarie, loro malgrado non riusciranno mai a dire tutto.

Alberto Sordi

Io la tristezza la nascondo. Ecco, l’unica volta che recito, non davanti alla macchina da presa, è il fatto di non manifestare tristezza perché, partecipare gli altri alla mia tristezza, ho capito che non importa niente a nessuno delle mie tristezze, perciò non mi confido mai e dico: “Tutto bene, tutto bene”. Me la tengo per me.

[Fonte dell’immagine: Arquivo Nacional, pubblico dominio, da Wikimedia Commons.]
(Alberto Sordi, che oggi avrebbe compiuto 100 anni, in un’intervista con Enzo Biagi nel programma televisivo Cara Italia del 1998. Un grandissimo, Sordi, di quelli che così, probabilmente, non ne nascono più e per il quale l’omaggio non è solo doveroso ma imperituro. Eppoi, se posso aggiungere, in questa cosa sulla tristezza mi ci ritrovo parecchio, trovandola di classe ed eleganza notevolissime, già.)

L’urlo più terrificante nella storia d’Italia

Oggi è il 10 giugno ed esattamente 80 anni fa Benito Mussolini, il “Duce”, usciva sul balcone di Palazzo Venezia per annunciare la discesa in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista.

Ecco, c’è un momento di quel giorno, le cui immagini sovente vengono diffuse nei documentari sulla storia italiana e ancor più in occasione di questo anniversario, che trovo ogni volta invariabilmente sconcertante e spaventoso: l’urlo della folla accalcata nella piazza sottostante, la quale, appena Mussolini pronuncia le tragiche parole «la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia» esplode in un grido da stadio, come ad aver appena saputo di un evento meraviglioso e felice mentre invece sta esultando freneticamente e festeggiando l’inizio di una catastrofica follia, una tragedia che costerà la vita a quasi 500.000 italiani e indescrivibile dolore a milioni d’altri.

Quel grido entusiastico, eccitato, quasi orgiastico, quantunque probabilmente imposto a tanti costretti dai fascisti con le minacce a presenziare nella piazza e “recitare” il copione già scritto, quel suono umano potente, esplosivo al seguito di parole così tragiche che fanno della sua eco la manifestazione acustica non della gioia patriottica ma del terrore più indecente, è una delle cose più terribili, tristi e raggelanti che la storia dell’Italia abbia dovuto registrare.

Sperando che resti l’unico atto di una così empia follia, fosse solo per il rispetto di quel mezzo milione di morti nella cui memoria quella eco rimbomberà sempre, costantemente oltraggiosa e tragica.

Scrivere per non essere ricattabile

Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O Anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

[Credits: Giovanni Guida / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0).]
(Fabrizio De André, Una goccia di splendore. Un’autobiografia per parole e immagini, a cura di Guido Harari, Rizzoli, 2007.)