L’Uomo Selvatico, o l’umanità selvaggia

In questo periodo, in mezzo a un tot indefinito (!) di altri lavori, sto compiendo una ricerca sui miti alpini, la cui personale elaborazione confluirà (se tutto va per il verso giusto) in un’innovativa opera editoriale dedicata alle Alpi. Tra la documentazione vagliata vi è un vecchio testo di Aurelio Garobbio, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni (Editore Cappelli, 1969), nel quale ho trovato una leggenda relativa agli Uomini Selvatici (forse il più diffuso archetipo mitologico delle Alpi) dei monti del cantone Grigioni. Una storia che, in tutta la sua semplice e genuina suggestione, mi viene da interpretare come una metafora invero assai potente (oggi ancor di più, nel bel mezzo di inquietanti cambiamenti climatici) del rapporto tra l’uomo e la Natura, ovvero dell’armonia necessaria alla costruzione di una connessione tra la presenza umana e i territori naturali (da sempre il mito dell’Uomo Selvatico è rappresentazione delle forze della Natura e simbologia dei luoghi che l’uomo non ha antropizzato ma coi quali deve in qualche modo rapportarsi per la propria sussistenza: esempio classico i boschi) che sia la più virtuosa possibile o, dall’altra parte, la meno aberrante. Nella storia sembra essere inizialmente rappresentata l’armonia primigenia tra gli uomini e la Natura (nonostante certa “durezza” di essa), poi la rottura di questo legame a causa della prepotenza dell’uomo e della perdita della facoltà di comprendere l’importanza della cura di quel legame, quindi i danni e le calamità scaturenti da tutto ciò; infine, quasi a far da “morale” alla storia, l’evidenza della necessità di un approccio ben più sensibile e cosciente nei confronti della Natura e delle sue forze, al fine di ripristinare e riequilibrare l’iniziale e comunque imprescindibile armonia.
In fondo gli uomini, pure “ipertecnologici” che possano essere – come quelli contemporanei – nulla ancora possono (e potranno, nemmeno in futuro) contro le forze naturali: un’evidenza che, appunto, sta diventando via via sempre più palese, con il cambiamento del clima in corso e l’estremizzazione di certi fenomeni meteorologici e climatici.
Per la cronaca, la località di Stossavia citata nella storia è molto probabilmente Safien, villaggio della Surselva grigionese.
Buona lettura e, mi auguro, pure buone riflessioni!

Raffigurazione di un Uomo Selvatico nella chiesa di Ambierle, in Francia.

Un Uomo Selvatico sostava davanti ad una capanna di Camana, il vasto alpeggio di Stossavia, sopra i gorghi della Rabiusa. In cucina una donna faceva il formaggio. Vedendolo lo invitò: – Entra a ristorarti: ti darò da bere e da mangiare.
L’ometto rispose: – Non lo posso fare, perché se mi pongo sotto il tetto, comincia a piovere.
– Anche questa debbo sentire – sbottò la donna. – Non si è mai visto sereno più limpido. Dove la trovi una nube?
L’intera famiglia sui prati segava l’erba, la stendeva al sole ad essiccare, la rivoltava con le forche.
– Ti dico che se entro si mette a piovere.
Non essere scortese, entra!
La donna insisteva, l’Uomo Selvatico si rifiutava, fin che quella, spazientita, lo insolentì, lamentandosi perché offendeva l’ospitalità offerta.
– Se proprio lo vuoi – disse l’Uomo Selvatico, ma appena entrato sotto il tetto, grosse nubi salirono da ogni parte dietro i monti, sommersero l’azzurro fin che non ne rimase una sola chiazza, e piovve a secchi.
– Tu ci guasti il fieno! – cominciò ad inveire la donna. – Ci ricambi il bene col male.
Siccome l’Uomo Selvatico non parlava, quella si eccitava sempre più, e passando alle vie di fatto prese il manico di una falce e lo cacciò di casa.
L’ometto peloso corse un po’, si sedette su di un masso non lungi dalla capanna, lanciò una minaccia: – Aspetta: ora te ne pentirai. – E scomparve.
Immediatamente la pioggia cessò, il vento spazzò le nubi, il sole tornò a splendere cocente, tanto cocente, che una soffocante calura avvolse l’Alpe Camana. Pareva salisse dalla terra, il caldo, e piovesse dal cielo. In breve l’erba fu asciutta, e cominciò a rinsecchire.
Gli uomini rincasati commentavano la stranezza del tempo, e la donna raccontò la storia dell’Uomo Selvatico, invitato in casa e mandato via malamente.
I giorni passavano, la siccità perdurò. Ogni erba seccò, la terra sollevò polvere. Le mandrie non trovando da sfamarsi, strappavano le radici, muggendo da far pietà. Ogni fonte inaridì.
Scongiuri e minacce degli alpigiani arrabbiati e preoccupati caddero sulla povera donna: la si cacciò di casa, dovette cercare albergo nelle tane fra le gole e sarebbe morta di fame, se una figlia non le avesse pietosamente portato qualche cosa.
Perdurando il sereno, si nutrirono le mucche con il fieno, ma presto anche i fienili furono vuoti, e le povere bestie stecchite cominciarono a morire. Di pioggia, neanche a parlarne.
I pastori proibirono di portare il cibo alla donna nel rifugio di sasso: era causa del male e doveva perire, come le mandrie un tempo fiorenti.
La figlia rattristata uscì di casa, sedette sullo stesso masso dal quale l’Uomo Selvatico aveva scagliato la maledizione, sentì un groppo stringerle sempre più la gola, scoppiò in un pianto dirotto.
Tre lacrime caddero sul secco terreno, e l’Uomo Selvatico apparve.
– Guarda – le disse – piove.
Il cielo si era improvvisamente coperto, ed una pioggia calma, fresca, ristoratrice scendeva blanda sulle zolle inaridite. Pioveva a fili diritti, come nelle notti d’autunno, ed in breve l’erba tornò a spuntare, un verde intenso ricoperse i pascoli ed il bestiame fu salvo. Si andò allora a trarre dalla tana di roccia la donna causa di tanto male, e la si lasciò in pace.

Franco Brevini, “Simboli della montagna”

Puntualmente ogni anno, in vista della bella stagione ovvero del periodo più classicamente deputato alle vacanze, sui media compaiono quei soliti sondaggi coi quali si chiede se sia il mare o la montagna la propria meta vacanziera preferita. Se a quelli che rispondono di preferire la montagna si chiede anche un motivo per tale scelta, facilmente in molti citano la bellezza del paesaggio montano, con tutti gli annessi e connessi. Risposta del tutto giustificata e condivisibile, d’altro canto; tuttavia, al riguardo, non si può non osservare che il concetto di “paesaggio” è in realtà travisato dai più, che con tale termine vogliono in realtà intendere le forme del territorio (ovvero la materialità di esso) e le loro peculiarità “di superficie” – vette innevate, boschi maestosi, laghi, cascate, eccetera – mentre il “vero” paesaggio è la concezione (immateriale, dunque) che in noi si genera del territorio che osserviamo, basata sul proprio bagaglio socioculturale, intellettivo, emozionale e percettivo, semmai mediato sui canoni estetici (principalmente, ma non solo) conformatisi nel tempo e condivisi. Tali canoni formano dunque un immaginario collettivo che finisce per determinare poi la percezione generale di ciò a cui si riferiscono, diventando esso stesso riferimento, “regola” e memoria.
In tema di montagna, l’immaginario collettivo di riferimento è piuttosto recente, costituitosi sostanzialmente dall’Ottocento in poi ovvero quando nacque l’alpinismo e, al seguito, il turismo. Buona parte di questo immaginario montano, paradossalmente, si formò ed è conformato tuttora su stilemi concepiti lontano dalle montagne, spesso in città, dacché per lungo tempo quei turisti che vagabondavano per le Terre Alte – le Alpi soprattutto – erano cittadini benestanti nordeuropei, che si potevano permettere viaggi della durata di qualche mese con i quali “scoprire” (e inventare, appunto) il paesaggio montano. Ai montanari, invece, l’elemento estetico (ovvero ricreativo, sportivo o scientifico) delle loro montagna non interessava per nulla: non esisteva nemmeno un concetto di “bellezza” dei territori in quota (quindi nemmeno di “paesaggio”), che dovevano soltanto essere funzionali alla sussistenza di quei montanari.
Ma oggi, a poco più di duecento anni dalla “scoperta” delle Alpi e dalla generazione del relativo immaginario collettivo, possono essere individuati dei simboli che, a loro volta, sappiano identificare in maniera tanto materiale quanto immateriale ovvero concreta e inequivocabile la montagna? È questa, in buona sostanza, la domanda che si è posto Franco Brevini, e la risposta – anzi, le risposte, sono nella dissertazione che compone Simboli della montagna (Il Mulino, 2017), ultimo lavoro saggistico prodotto dal professore milanese. Sì, è possibile identificare alcuni simboli montani “assoluti”, fondanti il suddetto immaginario collettivo e profondamente integrati nell’excursus storico e sociologico relativo al punto che – come si dice – “basta la parola” sì che subito chiunque inevitabilmente pensi alla montagna, alle terre alte, alle vette e al loro paesaggio []

Franco Brevini

(Leggete la recensione completa di Simboli della Montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

L’Heimat silvestre

Salgo lungo il sentiero, supero un ponticello in legno, svolto e attraverso una radura alla quale, sulla destra, fanno da limite alcuni grossi massi. I rumori del fondovalle sono assopiti ma ancora udibili; non ci sono altri escursionisti in zona. La traccia si fa ripida, punta in direzione dell’apice del prato verso il bosco, lo contorna per qualche metro poi, con una piega a gomito verso destra, vi entra decisa.
E mi ritrovo qui:

Gli alberi altissimi, il cielo quasi invisibile, la lama di luce solare penetrante, ogni rumore ora svanito.

Nella mente, d’improvviso, come per via di qualche elucubrazione che ricava le sue giustificazioni dall’inconscio, più che da saperi acquisiti, e vi dà forma e le modella con la stessa materia dell’animo, la prima cosa che si fa intellegibile è un pensiero, una parola, un concetto ma forse anche di più: casa. Anzi, per meglio dire: oikos [1].

Poi, l’intelletto reclama il governo di questa inopinata percezione, la rimodella o la modifica, forse la storce ma, senza dubbio, crea qualcos’altro che lì, in quel momento, non mi sembra affatto fuori luogo: “heimat”, concetto da me studiato per tanto tempo, sostanzialmente indefinibile (chi lo ha definito sovente lo ha parimenti traviato) e dunque definibile in mille personali modi, magari pure antitetici tra di loro ma, in verità, necessariamente da cogliere e contestualizzare in determinati spazi e determinati momenti temporali, nonché in determinati stati d’animo. Ecco, non so bene perché ma credo che me lo potrei pure spiegare, se lo volessi, solo che penso che non sia così importante – insomma, lì, nel bosco, quella domenica mattina, lo stare lì con negli occhi esattamente quello che ho cercato di fissare nell’immagine che vedete, ho pensato prima a “casa” e poi a “heimat”.

Forse soltanto una particolare sensazione del momento, forse no, qualcosa di più profondo e articolato. Tuttavia, appunto, non trovo di dover forzare alcuna elucubrazione che non sia piuttosto un prodotto spontaneo e “naturale” del mio essere lì – nel senso duale del termine: in quanto essenza (io sono) e in quanto presenza (io sto). Il senso autentico delle cose e degli eventi quasi sempre scaturisce da sé, serve solo la facoltà di saperlo cogliere e comprendere nella sua autenticità, senza aggiungervi nessun’altra sovrascrittura. E il bosco – come pochi altri ambiti, io credo – è uno spazio, un ambiente, un luogo dentro il quale ciò avviene nel modo più evidente. Un luogo nel quale qualsiasi sovrascrittura umana, anche quando presente, diventa secondaria.

[1] Dal quale peraltro deriva il nostro prefisso eco-, quello ad esempio di “ecologia”.

15 ottobre al Pertüs: una giornata speciale!

Un successo! Non si può che definire in questo modo Storie in cammino tra semplici cascine e grandi alberghi, l’evento che il Museo Ca’ Martì di Carenno ha organizzato la scorsa domenica 15 ottobre lungo il settore del percorso della Valle dei Muratori che dall’Oratorio di San Domenico transita per il nucleo rurale di Montebasso e raggiunge la dorsale dell’Albenza – sui monti tra la bergamasca e il lecchese – nei pressi del Passo degli Spagnoli e dell’ex Grande Albergo del Pertüs.

Complice una meteo quasi estiva e un cielo limpidissimo, una trentina di persone si è impegnata nella scarpinata sul sentiero spesso ripido – ma con continui e meravigliosi scorci della conca di Carenno e dei monti circostanti – sostando dapprima presso la cava di spolverino in località Costa Piana e quindi presso la grande calchera di Monte Ocone e la vicina cava di sabbia, stazioni del percorso ecomuseale delle quali il geologo Nicola Pigazzini ha illustrato la storia e le caratteristiche geologiche ed edilizie, coadiuvato dalla preziosa esperienza di Gianni Carsana, decano dei muratori carennesi. È grazie a tali risorse della montagna locale, e all’ingegno delle genti che lungo i secoli vi hanno intessuto un legame profondo e ricco di sapienze sovente sorprendenti, che sono state edificate le “semplici cascine” che ancor oggi testimoniano la vita sui monti e che hanno costruito e consolidato nel tempo la rinomata tradizione edile di Carenno e dei suoi muratori. Quella tradizione che ha permesso di edificare anche un vero e proprio gioiello architettonico ottocentesco: il Grande Albergo del Pertüs, luogo emblematico degli albori del turismo sui monti i cui muri, nonostante i segni del tempo, sanno ancora narrare moltissime storie, alcune delle quali sono state illustrate ai presenti dal sottoscritto durante la visita degli ambienti interni dell’albergo, eccezionalmente riaperti al pubblico dopo lunghissimo tempo grazie alla gentile disponibilità degli attuali proprietari dello stabile, e per la quale al gruppo di camminatori iniziali si sono aggiunte molte altre persone, giunte appositamente in loco dalla Valle Imagna e dalla bergamasca, per almeno settanta presenze complessive – “infiltrati” esclusi!

Si è quindi tornati a valle transitando dall’antica strada comunale che collega Carenno con la zona del Monte Tesoro e Costa Imagna, la quale presenta ancora in vari tratti la presenza del rissöl, la selciatura originaria in pietra locale che di nuovo testimonia in modo suggestivo la grande manualità edificatoria del territorio nonché l’importanza dei secolari traffici commerciali tra Val San Martino e Valle Imagna/valli bergamasche.

È stata una giornata speciale, insomma, bella sotto tutti i punti di vista e in particolar modo per come abbia dimostrato il grande interesse ancora ben presente nel pubblico verso i saperi tradizionali e la peculiare cultura di un territorio che va certamente salvaguardata ma, ancor più, sviluppata quale ottima base per un’evoluzione futura del rapporto culturale (in senso generale) tra l’uomo e il territorio – realmente ecosostenibile e nuovamente in armonia con l’ambiente e la sua storia. Una cultura per la cui (ri)valorizzazione mi auguro di aver dato anche ieri il mio piccolo ma assai appassionato contributo.

P.S.: trovate altre immagini fotografiche (di Graziano Morganti) della giornata nel sito del Museo Ca’ Martì, qui.

Domenica, l’affascinante storia dell’ex Grande Albergo del Pertüs…

Dunque vi aspetto, questa domenica a Carenno, dalle 09.00, per salire verso i monti dell’Albenza e il Pertüs e raccontarvi l’affascinante storia del suo ex Grande Albergo!

Per ogni informazione utile, cliccate qui. Per chi venisse da fuori e non conoscesse la zona, il luogo di ritrovo (su Google Maps) è questo. Vi è una discreta possibilità di parcheggio, in loco, altrimenti si possono lasciare le auto nei parcheggi del paese e raggiungere la partenza della camminata in pochi minuti.

Meglio se indossate scarpe da escursionismo, anche leggere. Infine, dopo la visita all’ex Grande Albergo, ricordo che ci si sposta presso il laghetto di Forcella Alta ove non mancano le possibilità di pranzare (trippa, vin brulé e caldarroste incluse, a quanto pare!) – ma lo si può fare pure al sacco, sui prati ai bordi del piccolo specchio d’acqua.

Ecco, credo di avervi detto tutto quanto di utile al riguardo. Vi aspetto!