Parlate in italiano, please!

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(P.S. (PRE Scriptum!): il titolo dell’articolo è ironico, eh!)

La questione dell’invadenza di terminologie straniere (soprattutto, se non unicamente, di derivazione anglosassone) nella lingua italiana è annosa, e solitamente divide i contendenti in due fazioni piuttosto nette: quelli che sono assolutamente favorevoli (e vengono accusati di essere dei traditori della cultura propria e nazionale) e quelli che invece si oppongono fermamente (e vengono accusati di essere dei conservatori retrogradi e lontani dalla realtà).
Ultimamente, la questione è tornata a farsi animata, soprattutto grazie a certe prese di posizione contrarie all’eccessivo uso di lemmi stranieri e di anglicismi in particolare, e ancor più per un’iniziativa di qualche giorno fa dell’Accademia della Crusca, la quale ha organizzato a Firenze il convegno La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi. Così recitava la presentazione dell’evento:

Possiamo, o non possiamo, dirlo in italiano? Uno degli obiettivi principali dell’Accademia è restituire agli italiani la piena fiducia nella loro lingua in tutti gli usi, compresi quelli scientifici e commerciali, senza combattere battaglie di retroguardia contro l’inglese e consapevoli che il lessico è di per sé la parte più sensibile al mutamento e alle innovazioni di ogni lingua. Questo convegno cercherà di fare il punto sulla diffusione dei neologismi e soprattutto degli anglicismi, anche in riferimento alla situazione degli altri paesi europei di lingua romanza. Ci si chiederà se la reazione delle diverse lingue di fronte al forestierismo sia analoga, o se ci siano differenze da nazione a nazione, da idioma a idioma.

Per quanto mi riguarda, il pensiero che formulo sulla questione è molto semplice e lineare – pure banale, direi: ogni nuovo termine che una lingua può acquisire è benvenuto e prezioso, a patto che per utilizzarlo non se ne eliminino di originali, anche d’altro significato. Ovvero: poniamo che – semplifico numericamente la cosa – l’italiano sia fatto di 1.000 parole e ne arrivassero 200 nuove dall’inglese. Se per questo l’italiano disporrà di un bagaglio aggiornato di 1.200 parole, sarebbe ottima e auspicabile cosa. Se invece la lingua diventasse di 800 termini originali, oltre a quelli nuovi, se non ancora meno dacché le nuove parole potrebbero fare le veci di più d’una originale, allora sarebbe una sostanziale sciagura, culturale e non solo. Insomma, il problema non è l’intrusione di termini stranieri, è la perdita di quelli italiani – perdita causata dagli stessi parlanti la lingua italiana per mera, scarsa consapevolezza del valore della propria lingua. Non c’è alcun problema nel fatto che oggi si usi dire, ad esempio, low cost oppure outlet, termini che rapidamente identificano certe determinate cose, il problema nasce quando la gente non sappia più (ri)tradurre in italiano questi termini, perché ne ha dimenticato l’origine e l’accezione primaria.
In ogni caso, al di là delle valutazioni “istituzionali” della Crusca o di altre realtà preposte a ciò, si possono trovare sul web pure altre iniziative a difesa della lingua italica. Una di quelle più interessanti (e interattive) l’ho trovata su nuovoeutile.it, che con l’aiuto della rete ha stilato una lista di 300 termini inglesi che si potrebbero (e dovrebbero) usare nella loro versione italiana, dotata di pari valore espressivo, quando non superiore. Come denota Annamaria Testa, “curatrice” della lista, “l’idea è trovare alternative italiane realistiche ai forestierismi superflui. E suggerire che qualche volta si può, senza far troppa fatica, dire in italiano quel che, magari per abitudine o pigrizia, si dice in inglese, e dare così un taglio allo stucchevole, provincialissimo itanglese.
Ve la propongo, ribadendo che, sia quel che sia, la questione è valida e importante, dacché se oltre a tutto il resto dovessimo finire per impoverirci pure linguisticamente, beh… Non oso immaginare le conseguenze che subiremmo.
Ovviamente, cliccate sopra l’immagine per leggere la lista in tutta la sua interezza.
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Visitando “Klein Fontana. Milano Parigi. 1957-1962” a Milano

01-IMG_20150222_122456L’arte è uno degli strumenti migliori e più efficace per esplorare il mondo e rivelarcene realtà e verità, inutile rimarcarlo. Quand’essa diventi avanguardistica, può persino andare oltre quel limite mondano, ed esplorare anche quanto vi sia al di là, verso lo spazio senza confini, verso l’infinito. Può compiere tale inopinata esplorazione in senso concettuale e metafisico, senza dubbio, ma in certi casi anche ottenendo risultati assolutamente concreti e, per così dire, spaziali.
Yves Klein e Lucio Fontana, che in una mostra assai particolare il Museo del Novecento di Milano (ri)mette in dialogo, attivando nuovamente quel rapporto che lì unì – indipendenti eppure assai legati, sotto molti aspetti – quasi sessant’anni fa sull’asse Parigi-Milano, sono stati definiti due cosmonauti. Erano i tempi, quelli del lustro abbondante preso in esame dalla mostra, nei quali una nuova, inconcepibile frontiera si stava aprendo per il genere umano, quella dello spazio, grazie prima al lancio dello Sputnik e poi al volo orbitale di Gagarin e dei primi cosmonauti russi/americani. Una vera e propria rivoluzione, almeno idealmente: l’uomo che ormai già allora conosceva tutto o quasi del pianeta che abitava, si trovava a disposizione uno spazio di esplorazione e di avventura senza alcun limite effettivo. L’infinito, appunto, verso il quale finalmente si poteva affacciare e cominciare a muovere per conoscerne la realtà e svelarne i misteri.
37207_klein-fontana-mostra-milano-111Per un processo non casualmente coincidente, dal dopoguerra anche certa arte, quella più avanguardista e sperimentale, cominciò a riflettere su come andare oltre il sempre più prossimo limite dell’arte figurativa e di derivazione “classica”. Era stato fatto quasi tutto quanto, soprattutto in pittura: come poter rinnovare, come poter sfuggire al recinto teorico, tecnico e tematico che sempre più strettamente si stava chiudendo intorno all’artista? Lungo due strade inizialmente diverse ma che in breve si ritrovarono convergenti e parallele – parallele, rimarco, non sovrapposte! – Klein e Fontana cercarono buone risposte a quelle domande, in sé stessi prima e nella loro arte, poi. E le trovarono: risposte potenti, concettualmente avanzatissime, rivoluzionarie proprio come quei primi viaggi al di fuori dell’atmosfera terrestre verso lo spazio profondo. Si imbarcarono sui propri personali razzi spaziali, accesero i motori e volarono verso l’alto, dove molti colleghi nemmeno concepivano di poter andare, dove molti critici ed “espertoni” – i soliti che tutt’oggi infarciscono la critica artistica con la loro inarrivabile dote di non capire, sovente, l’arte più innovativa e rivoluzionaria, per ignoranza o per dolo – nemmeno più furono in grado di vederli, e di comprendere quel loro volo cosmico. Fontana con – serve citarli? – il suo Concetto Spaziale esplicato nelle diverse forme conosciute, e i tagli nelle tele senza i quali, probabilmente, buona parte dell’arte contemporanea (non solo quella più sperimentale) non esisterebbe; Klein con la sua ricerca artistica in transito dal Monochrome all’esplorazione del vuoto, il tutto sullo sfondo del suo fantastico International Klein Blue: non un semplice nuovo colore nel tono del blu ma – spiritualmente – il colore dello spazio, appunto.
I loro razzi in volo nel cosmo si affiancarono, dal quel 1957, e volarono l’uno accanto all’altro, su rotte a volte diverse ma entrambe puntate nella stessa direzione. Ci si rende conto di ciò proprio nella sala del Museo del Novecento dedicata a Fontana, nella quale, tra le grandi vetrate ad arco affacciate su Piazza Duomo (ovvero sul mondo terreno, mi viene da dire) sono state contrapposte la Scultura al neon di Fontana, del 1951, e una riproposizione della grande installazione Pigment pur di Klein presentata nel maggio del 1957 alla Galerie Colette Allendy di Parigi. Sullo sfondo blu dello spazio kleiniano si riflette una sorta di luminoso tracciato stellare, scie di corpi celesti che sembrano doversi tuffare da un momento all’altro, da quella loro sospensione, nel sottostante macro-microcosmo blu puro pronto ad accoglierli. Concetto, metafisica, poesia, filosofia, estetica, arte, il tutto portato al massimo livello di espressività.
D’altro canto, la sala Fontana appena descritta in tale suo allestimento è una delle poche nel quale, lungo il percorso espositivo, le opere di Klein e Fontana sono poste in dialogo e confronto diretto. La mostra, negli ambienti del Museo del Novecento, è allestita in maniera spezzettata e, forse, un poco confusa per il non troppo esperto d’arte contemporanea. Non è un difetto, sia chiaro, dacché credo sia stata soprattutto una inevitabile necessità dettata dalle possibilità logistiche offerte dalla struttura museale milanese. In effetti, forse la suggestione più forte nel visitare la mostra li si ha nell’ultima sala, totalmente dedicata alle opere dei due artisti che si fronteggiano, si confrontano, colloquiano, si armonizzano e si legano, permettendo finalmente al visitatore di essere avvolto dall’arte dei due artisti e di immergersi nei temi e nei concetti da essa espressi, comprendendo fin dal primo colpo d’occhio la differenza di forma delle opere e parimenti la contiguità sostanziale, dacché il viaggio spaziale dei due qui offre numerosi riverberi e ricadute artistiche nuovamente terrene – ad esempio le Anthropométrie di Klein, oppure La fine di Dio di Fontana. Di contro, potrei anche dire che il dover vagare per il Museo nel seguire il percorso espositivo della mostra permette di trovarsi di fronte a molte altre opere sublimi custodite dal museo stesso – ad esempio nella saletta dedicata a Piero Manzoni, altro rivoluzionario assoluto dell’arte del Novecento, che a sua volta ebbe non pochi contatti sia con Klein che con Fontana il quale peraltro fu sempre suo grande sostenitore.
In ogni caso: mostra bellissima per due artisti insostituibili ai quali l’arte di oggi deve moltissimo. E già questo potrebbe – anzi, dovrebbe essere un motivo indubitabile per visitarla.

Cliccate sulle immagini in testa al post per visitare il sito web del Museo del Novecento e conoscere ogni informazione utile alla visita della mostra, oppure QUI per leggerne la cartella stampa.

P.S.: le fotografie della galleria che correda tale articolo le ho fatte personalmente con uno smartphone durante la visita alla mostra, ergo non fate troppo caso alla loro non eccelsa qualità!

Storia dell’America dal ‘900 ai giorni nostri (in una sola immagine)

10477259_814565441946534_9061939138888318903_nEcco. L’autore di tale – a mio parere – capolavoro, è forse l’unico artista italiano in grado di farne, oggi, di tali “capolavori” di comunicazione, almeno da un punto di vista sovversivo (dote che peraltro l’arte dovrebbe sempre manifestare): Maurizio Cattelan.
Sotto certi aspetti un genio assoluto, sotto altri un astutissimo provocatore, sotto altri ancora il cialtrone più indispensabile in circolazione, ovvero un personaggio da bandire da qualsiasi palcoscenico mediatico (il che, a volte, è prova ultima di genialità). L’immagine è la copertina di un Cattelan_photonumero di Febbraio 2015 del New York Times Magazine, e certamente notere come Cattelan, fedele al suo stile, non abbia assolutamente guardato in faccia ai committenti di tale lavoro. Il quale, come ho affermato anche nel titolo, rappresenta perfettamente la sostanza della presenza geopolitica degli Stati Uniti d’America nel mondo moderno contemporaneo, ovvero dal Novecento fino (e ancor più, forse) ai giorni nostri.
Potenziali migliaia e migliaia di pagine di dissertazioni più o meno dotte, condensate in una sola immagine dall’efficacia possente e assoluta. E’ così che i geni (o quelli che viene da pensare siano tali) ci sanno parlare del mondo, delle realtà che ci offre e delle insite verità che di frequente ci sfuggono, e che pur interessanti e approfondite dissertazioni scritte non riescono a metterci in evidenza con altrettanta efficacia.
Per conoscere meglio Maurizio Cattelan, ovvero per conoscere la fonte delle immagini come quella qui sopra riprodotta, non c’è modo migliore che andare alla conoscenza di Toilet Paper, l’ultima sua invenzione mediatica, perfetta espressione del suo stile irriverente e della sua capacità artistico-sovversiva. Cliccate QUI, per visitarne il sito web.
Anche se c’è poi chi ritiene che Cattelan, in verità, non sia un artista ma un filosofo. Forse, senza avere tutti i torti. Anzi, avendone molto pochi.

Deutschland über alles (in Kultur)! La Germania aumenta la spesa nella cultura, l’Italia…

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La Germania. La tanto (da tanti) odiata Germania, che in Europa fa il bello e il brutto tempo, la Germania della Frau Merkel che impone diktat e giudica tutti gli altri paesi europei.
Beh, giusto o sbagliato che tutto ciò sia, qui, ora, non mi interessano tali questioni. Me ne interessa un’altra, della quale quasi nessuno ne ha dato notizia e parlato in Italia. E io credo non casualmente, dacché, sapete bene, i media e gli organi di informazione (?) sanno bene che a volte non devono informare, perché qualcuno preferisce così.
Comunque, venendo al sodo, e proferendo lodi e glorie supreme ad Artribune, unico (prestigioso) media che, mi pare, abbia dato il giusto risalto alla notizia: la commissione Bilancio del Bundestag ha di recente comunicato che gli stanziamenti per la cultura cresceranno nel 2015 di 118 milioni di euro in più, per un totale di oltre 1 miliardo e 300 milioni. Un aumento percentuale del 4,26 %, impensabile con le logiche dei nostri governanti. “La commissione Bilancio ha scelto di dare un forte segnale sulla centralità della politica culturale” ha dichiarato Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. “Vorremmo che l’esempio fosse seguito dai responsabili culturali dei diversi Länder, che in un momento finanziariamente difficile non subiranno tagli dal governo centrale”.

Monika Grütters, ministro  tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all'Italia.
Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all’Italia.
Bene (si fa per dire). Posto ciò, facciamoci del male, ora (“grazie” a questo articolo, ma se ne trovano innumerevoli altri, in tema). L’Italia, che fino al 2009 spendeva in cultura lo 0,9 % del Pil, è calata allo 0,6% nel 2011, finendo così all’ultimo posto fra i 28 Paesi dell’Unione Europea. Questo è quello che emerge dall’analisi delle spese in cultura condotta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica della Presidenza del Consiglio. Lo studio registra un lieve incremento nelle regioni del Nord, quelle del Centro stabili sugli stessi valori, ma al Sud un ulteriore, drammatico calo. Nel contesto europeo, l’Italia evidenzia il più alto disinvestimento nel decennio con un meno 33,3%, più del doppio rispetto alla Grecia che registra un meno 14,3%. Intanto altri Paesi, dall’Olanda all’Ungheria, dalla Danimarca alla Slovenia, investono nel settore oltre l’1,5% del Pil, e quasi tutti gli altri Paesi europei oscillano tra l’1 e l’1,5%.
Sono dati del 2011 (perché pure nell’aggiornare tali dati siamo bravi e lenti somari!) ma certamente ritenere che negli anni successivi la situazione sia migliorata è purissima, cristallina, irrefutabile utopia. Si veda pure questa significativa infografica, che ho tratto da qui:

spesa-italiana-culturaCome denota Massimo Mattioli nell’articolo di Artribune citato, “Quello che in Germania non è in discussione, per esempio, è che chiudere o comunque ridimensionare un museo, o un altro centro culturale, non provoca un danno solo nella misura in cui mette in difficoltà i lavoratori direttamente coinvolti: è un vulnus inaccettabile all’identità nazionale, è una minaccia grave alla formazione, all’educazione delle nuove generazioni. E infatti non accade: i fondi destinati alla cultura, giustissimamente, non stanno sullo stesso piano di altri investimenti pubblici, e quindi oggetto di oscillazioni, di contrazioni aprioristiche e incondizionate. Non vengono trattati come investimenti improduttivi e quindi primo bersaglio dei risparmi, come accade spesso anche dalle nostre parti.

Ok. A questo punto, sappiate che a me, in tutta sincerità, viene solo da dire questo: ma, almeno per quanto riguarda la cultura, dove vogliamo andare?
Dove – vogliamo – andare? Eh?

Deutschland über alles! – altro che! E l’Italia, potenzialmente il paese leader al mondo in fatto di cultura, per mera colpa e ottusità proprie (ovvero per precisa strategia decerebrante in atto da tempo!) deve solo starsene zitta. Purtroppo per tutti noi, che ne subiamo le peggiori conseguenze.
A meno che ci si trasferisca in Germania, certo.

Se fossi sereno potrei ancora scrivere? (Piero Manzoni dixit #2)

Soprazocco è un gran bel posto. Sì, forse potrei passare qui tutta la mia vita. La campagna è così serena che rende sereni anche noi. Potrei così dipingere e scrivere pur lavorando… Ma non so se questa è saggezza o viltà. Viltà nel senso di fuga dalla vita che in realtà dovrei affrontare. D’altra parte se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?
E poi… credo comunque che sono cose che dovrò risolvere scrivendo.

(Piero Manzoni, citato da Dario Biagi in Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni, Stampa Alternativa, Viterbo, 2013 p.24, citando a sua volta Germano Celant, Piero Manzoni. Catalogo Generale, Skira, Milano, 2004, p.587)

Piero_Manzoni_foto_Giovanni_Ricci1Piero Manzoni è stato un grandissimo artista fors’anche perché non è stato solo un artista, ovvero non solo un creatore di arte visiva. Ha scritto anche moltissimo, quasi che l’attività letteraria e la riflessione intellettuale da cui nasceva, nonostante spesso restava cosa privata, non potesse non accompagnare il processo di creazione artistica. Al proposito, ha lasciato uno degli esperimenti artistico-editoriali più illuminanti dell’intero azimuth_copertineNovecento, la rivista Azimuth, che pur in solo due numeri ha saputo generare un gran scossone intellettuale nell’ambiente artistico e critico nazionale, sovente moooooolto conservatore e assai svagato.
Ma, nella citazione sopra pubblicata, Manzoni pone all’attenzione di tutti uno dei più grandi quesiti intorno alla creazione letteraria: “Se fossi sereno potrei ancora dipingere o scrivere?” Ovvero: per scrivere, e intendo dire scrivere grandi testi, bisogna necessariamente essere in un qualche stato di tormento intellettuale e spirituale? Solo l’agitazione derivante da ciò può far frizzare nell’autore quelle piccole/grandi scosse elettriche che mettono in circolo la migliore e più fervida creatività? In effetti, di grandi scrittori e creativi dall’animo tormentato la storia è a dir poco ricolma. Di contro, uno stato di quiete, di calma, di serenità di mente e d’animo, di assenza di qualsivoglia pur minimo tormento, potrebbe veramente cagionare, come effetto collaterale, un rilassamento intellettuale tale da impedirci di scrivere grandi, articolate e compiute storie?
Un quesito non da poco, insomma.
Che ne pensate, voi?

P.S.: qui trovate la mia recensione de Il ribelle gentile. La vera storia di Piero Manzoni.