Che senso ha costruire funivie sempre più grandi e capienti se le montagne restano sempre le stesse?

[La linea dell’ovovia della Forcella del Sassolungo nei pressi della stazione a monte e del Rifugio Demetz. Immagine tratta da www.tonidemetz.it.]
Di recente Enrico Demetz, gestore del rifugio Toni Demetz alla Forcella del Sassolungo, ha dichiarato che la vecchia ovovia che raggiunge il suo rifugio, realizzata negli anni Cinquanta e dotata di una portata di sole 250 persone all’ora, è una “fortuna” per la sua struttura. «L’impianto, così com’è, protegge in un certo senso la montagna: limita naturalmente il numero di persone che arrivano. In un luogo stretto come la Forcella del Sassolungo non ci sarebbe spazio per un impianto ad alta capacità» ha detto Demetz a “Montagna.tv”, riferendosi al progetto presentato dalla società di gestione dell’impianto che l’avrebbe voluto sostituire con uno di portata pressoché doppia; progetto poi cassato, dato che la concessione d’uso dell’attuale impianto è stata rinnovata per altri dieci anni.

Al netto del proprio specifico caso, le affermazioni di Demetz mettono in luce un argomento assolutamente palese eppure ampiamente sottovalutato: l’aumento spropositato delle portate degli impianti di risalita contemporanei rispetto ai luoghi che servono e alle loro possibilità di accoglienza. Detto in altre parole: il turismo di montagna che crea da sé l’overtourism, con impianti sempre più potenti e capienti rispetto ai quali tuttavia non si tiene conto della superficie disponibile per i turisti che trasportano. Funivie, telecabine e seggiovie che se da un lato rappresentano veri e propri gioielli della tecnologia, dall’altro non servono solo a smaltire le code e a migliorare l’esperienza turistica nelle località che le installano ma soprattutto hanno lo scopo fondamentale di alimentare con numeri e presenze sempre maggiori l’industria turistica che altrimenti non potrebbe finanziariamente stare in piedi. Il tutto, ribadisco, a scapito dei territori coinvolti, sottoposti a una pressione antropica sempre meno sostenibile, in certi casi già evidentemente degradante. Il grafico sottostante sulle portate orarie dei vari impianti di risalita è assolutamente significativo al riguardo (cliccateci sopra per ingrandirlo):

Se, come sostengo da tempo, per stabilire il limite fisiologico (nei vari aspetti ai quali il termine può riferirsi) di accoglienza di un luogo turistico è indispensabile determinare la cosiddetta Capacità di Carico Turistica (CCT), dato fondamentale teorico e pratico che consente la migliore gestione possibile di qualsiasi spazio deputato alla fruizione turistica, la CCT dovrebbe essere determinata veramente per ciascun spazio turistificato, dalla grande città alla piccola località, finanche alla singola pista da sci.

Ecco, vi propongo un esempio pratico proprio legato alle piste da sci, basandomi su uno dei tracciati di discesa più noti e frequentati del comprensorio sciistico di Madesimo – località presso la quale ho passato molta parte della mia giovinezza montana e che dunque conosco a menadito –, la pista “Vanoni”. Nell’immagine sottostante, tratta da una serie che utilizzo di frequente negli incontri pubblici che tengo sul tema dell’overtourism in montagna, ho riassunto il calcolo della Capacità di Carico Turistica della pista utilizzando, visto il contesto analizzato, i suoi parametri fisici:

Alcune precisazioni: 80m2 è lo spazio di cui, in base ai documenti tecnici riguardanti la sicurezza sulle piste da sci, uno sciatore ha mediamente bisogno per utilizzare una pista da discesa in maniera sicura sia per se stesso che per gli altri sciatori; la “rotazione 3x” indica che uno sciatore può discendere la pista mediamente per tre volte in un’ora, considerando che, ovviamente, se è particolarmente bravo e veloce la rotazione sarà maggiore e se principiante e lento minore.

Detto ciò, come vedete, risulta che la pista “Vanoni” ha una CCT massima di 1.950 persone all’ora, ma se il precedente impianto che la serviva – una seggiovia biposto – aveva una portata assolutamente inferiore alla CCT, l’impianto attuale – una seggiovia esaposto ad agganciamento automatico – ha una portata di quasi il 50% maggiore. In parole povere: l’impianto esistente, con la sua grande portata, ha inesorabilmente sottoposto la pista “Vanoni” a un regime di iperturismo, con conseguenze non solo sulla fruibilità della stessa pista e sulla pressione antropica esercitata sul terreno che la ospita ma anche sulla sicurezza degli sciatori che la utilizzano, i quali si ritrovano a essere troppi rispetto a quanti la pista ne potrebbe sostenere. Duemilaottocento persone trasportabili contro le millenovecentocinquanta sostenibili: ormai il danno è stato fatto e non c’è possibilità di risolverlo – se non con un downgrading funiviario, cioè sostituendo l’impianto attuale con uno meno potente: ipotesi che i gestori del comprensorio non prenderanno mai in considerazione, per quanto detto poc’anzi.*

[La pista Vanoni di Madesimo e la seggiovia che la serve. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
Visto che, inutile dirlo, tale calcolo della CCT è applicabile a qualsiasi pista di discesa di qualunque comprensorio sciistico, quanto sopra vi fornisce pure una buona risposta alla domanda sul perché negli ultimi anni si registrino così tanti incidenti sulle piste da sci. D’altro canto, come già detto, la CCT è determinabile per qualsiasi ambito deputato alla frequentazione turistica, invernale o estiva, montana o marina o cittadina. Il fatto che non lo si faccia praticamente mai temo sia dovuto anche alla capacità della CCT di rendere immediatamente palese la sussistenza di un sovraffollamento eccessivo e quindi di una pressione antropica sui territori coinvolti esagerata e sostanzialmente ingiustificabile che è pressoché certo finirà per causare loro dei danni più o meno gravi. Qualcosa che la gran parte dei gestori del turismo di massa contemporaneo non sarà mai disposta a contemplare e ammettere.

Quindi, mi viene da dire: viva la piccola, vetusta, traballante ma pure affascinante ovovia della Forcella del Sassolungo, a suo modo un filtro turistico efficiente e al momento inesorabile in grado di “salvare” almeno un poco o quantomeno di limitare la pressione su quel luogo così speciale, vero e proprio nido d’aquila incastonato tra lo stesso Sassolungo – o meglio il suo Spallone” e la Punta delle Cinque Dita.

[L’ovovia e la Forcella del Sassolungo viste dai pressi della stazione a valle. Immagine tratta da www.facebook.com/tonidemetz.]
Altrove, invece? Enrico Demetz conclude le sue considerazioni dichiarando che «Le Dolomiti sono uniche, ma non possono reggere tutto. Bisogna avere il coraggio di dire dei no, di tutelare quello che resta». Be’, non solo le Dolomiti ma tutte le montagne italiane devono manifestare il coraggio di dire basta al processo di crescente massificazione turistica che si vorrebbe sempre più imporre loro. Funivie più potenti e capienti, parcheggi più ampi, strade più larghe, condomini più alti, rifugi sempre più simili a mense aziendali… è questo il futuro che vogliamo per le nostre montagne? È questo il futuro che i montanari vogliono per i territori montani nei quali vivono?

*: ci sono altre due piste da discesa servite dalla seggiovia della “Vanoni”, ma chi conosce Madesimo sa bene che il grosso degli sciatori portati a monte dall’impianto utilizzano per scendere la suddetta “Vanoni”; d’altro canto, pur tenendo conto della frequentazione degli altri tracciati, la differenza tra la portata dell’impianto e la superficie delle piste a disposizione rende la condizione di sovraffollamento evidenziata inevitabile.

Il cielo stellato, l’amico più fidato

Quando abbiamo imparato a conoscerlo, il cielo stellato è l’amico più fidato che abbiamo nella nostra vita; è sempre lì, ci trasmette un senso di pace, ci ricorda sempre che la nostra irrequietezza, i nostri dubbi, i nostri dolori, sono cose di poco conto, passeggere. L’universo non verrà mai meno. Quando tiriamo le somme, scopriamo che le nostre opinioni, le nostre battaglie, le nostre passioni non sono poi così importanti e straordinarie.

[Fridtjof Nansen, citato in Erling Kagge, Il silenzio, Giulio Einaudi Editore, 2017; trovate la mia recensione al libro qui. Del cielo stellato io ho scritto varie volte, ad esempio qui.]

 

Capire veramente la montagna

[Immagine tratta dal sito web del Rifugio Gnutti, “il” rifugio della Val Miller.]

Siamo in tanti su questo pianeta e moltissimi in questa regione – dieci milioni per la precisione. Ma l’orientamento politico resta sempre quello: “crescita” infinita, profitto, investimento in strutture inutili, dannose, dalle prospettive di corto respiro (inaccettabili i contributi pensati per gli impianti di risalita con la crisi climatica in corso e la conseguente necessità di creare la energivora neve artificiale). E così sindaci e assessori a ogni livello si abbeverano ai numeri del profitto – le presenze record – e alla retorica delle zone di montagna depresse economicamente. Un’immagine, questa, falsa per molte aree alpine e prealpine, che non tiene conto della geografia di questa regione, dove dal suo capoluogo – Milano – alle montagne della stessa regione si accede in meno di due o tre ore.
Resta l’aspetto più complesso, però: quello culturale, poco amato dalla politica (a meno che per “cultura” non intendano i Mondiali di Enduro o altre attività aggressive verso la Terra), poiché per la politica l’identità della montagna è un concetto appiattito sul solo parametro del profitto. E il “guadagno” ecologico, interiore, di salute, di rapporto armonico con la montagna, di sentirsi parte di quel tutto così variegato e struggente?

Da qualche tempo Davide S. Sapienza cura per «L’Ordine», inserto culturale de «La Provincia», lo spazio intitolato Questo nomade, nomade mondo, una serie di articoli dedicati al racconto del rapporto tra scrittura, geografia, natura umana, attraverso incontri e riflessioni.
Quello uscito la scorsa domenica 14 settembre, il nono della serie, si intitola Capire la Montagna, maestra di libertà e, senza nulla togliere ai precedenti (anche perché, in quanto “serie”, sono articoli connessi gli uni agli altri), trovo sia tra i più belli e importanti da leggere e meditare.

Lì sopra ne ho riportato alcuni brani; l’intero testo lo potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra.

A casa, in montagna

[Foto di Mrexentric da Pixabay.]

Devi salire una montagna per imparare il tuo rapporto con le cose materiali e quindi con il tuo corpo, perché lì lui è a casa, anche se tu non ci sei.

[Henry David Thoreau, lettera a Harrison Blake, 16 novembre 1857.]

Siamo tutti uguali, in cima a una montagna

[Foto di Mario da Pixabay.]

Poche ore di scalata in montagna trasformano un ladro e un santo in due creature pressoché uguali. La stanchezza è la via più breve per l’uguaglianza e la fraternità, e il sonno infine aggiunge loro la libertà.

[Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano, 1ª ed. originale 1878.]

P.S.: Alcuni ritengono che, per migliorare la qualità della frequentazione turistica in quota e contrastare i fenomeni di overtourism nei territori montani, si debbano eliminare molte delle comodità che agevolano i turisti contemporanei. Meno funivie, meno strade che salgono in quota, meno ciclovie, meno “rifugi” che offrano servizi da hotel di lusso, eccetera.

Insomma: meno comfort personali e più stanchezza condivisa, per chi sale sulle montagne. Un po’ quello che diceva Nietzsche un secolo e mezzo fa, in pratica!